LIBRI : "IL CAVALLO E LA TORRE", riflessioni su una vita. Autore : Vittorio Foa, Einaudi editore,

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recensione di De Luna, G., L'Indice 1991, n.10

L'autobiografia di Vittorio Foa è un significativo documento sul nostro tempo. Ed è anche un monumento, nel senso che la sua dichiarata intenzionalità è quella di vincere la sfida con il futuro segnandolo con la forza della propria immagine. Ma resta più documento che monumento, come un libro che parla malgrado se stesso, offrendosi allo storico, al politico, al semplice lettore come una vera avventura conoscitiva, pronto a lasciarsi sollecitare lungo diversi percorsi di lettura, ad essere interrogato secondo un "questionario" fitto di domande e di curiosità. Per esprimere tutto il suo potenziale informativo di "fonte" questa autobiografia va però affrontata con grande scaltrezza, aggirando le mille trappole interpretative che l'autore ha disseminato nelle sue pagine.
Nel libro, ad esempio, scorrono tutte le diverse esperienze politiche vissute da Foa: i lontani esordi cospirativi in Giustizia e Libertà, nel 1933, a ventitré anni, i lunghi anni di carcere durante il fascismo, la militanza nel partito d'Azione, quella nel Psi, nel Psiup, poi nel Pdup e ancora, oggi, nel Pds, oltre ad una intensa attività sindacale condotta nella Cgil dai 1949 fino al 1970, anno del suo volontario, anticipato pensionamento. Bene. Tutti i capitoli, anche quelli dedicati agli anni ottanta, sono segnati da un lucido confronto con la "somma" di queste esperienze politiche, in un viaggio nel passato che non smarrisce mai i riferimenti al presente, ognuno di essi, però, si conclude con un interrogativo (le sorti della classe operaia come soggetto collettivo, l'accidentata definizione di cosa sia la sinistra oggi, un nuovo modello di rapporti tra uomo e donna, l'idea di progresso alla luce dell'emergenza ecologica) che sembra suggerire per questo viaggio nel tempo un'altra direzione, dal presente al futuro. Si tratta però di interrogativi posticci, appiccicati alla fine per testimoniare la sensibilità dell'autore all'urgenza del dibattito e dell'attualità politica e che suonano retorici proprio perché tutti hanno già avuto una risposta nelle pagine che precedono la loro formulazione. Quelle risposte sono tutte già dentro la vicenda esistenziale di Foa, proprio nel suo protrarsi nella storia italiana del Novecento e nel suo svilupparsi all'interno di coordinate sempre riconoscibili; c'è un filo di continuità che talvolta sembra intenzionalmente negato ma che finisce con l'imporsi con una forza propria che fluisce pagina per pagina in un racconto che alterna aneddoti e momenti di riflessione.
cover-copia-4È un doppio registro narrativo esplicitamente rivendicato dall'autore: "in questo libro ho intrecciato descrizione e prescrizione", egli afferma. Un libro quindi descrittivo nel suo indiscutibile valore documentario, prescrittivo nella sua intenzionalità "edificante". L'impressione è che nel suo passato ci sia più ricchezza e attualità di quanto Foa stesso non sospetti e, contemporaneamente, ci siano indicazioni preziose per rischiarare alcuni complessi nodi storiografici.
Prendiamo la concezione della politica che lo assiste al momento della sua scelta "fondante", quella di aderire a Giustizia e Libertà, nel 1932. Nei confronti di quella "nebulosa" variegata e composita che fu il movimento cospirativo dell'antifascismo democratico non comunista, la ricerca storica si è tradizionalmente soffermata sull'esperienza di Carlo Rosselli all'estero e sulle accentuazioni teoriche e ideologiche della sintesi liberalsocialista tentata, in Italia, da Calogero e Capitini. Le pagine di Foa ci restituiscono intatto un altro filone di approdo all'antifascismo, caratterizzato da un insistito richiamo all'azione e al pragmatismo. Dalla sua testimonianza emerge, ad esempio, come negli ambienti giellisti torinesi, si rifiutasse di Marx tutto quanto potesse riferirsi a un certo quietismo evoluzionistico, accettandone invece il "pensiero costruito sui fatti, sui processi reali, sulle condizioni materiali della società"; il richiamo ad un attivismo volontaristico totalmente dispiegato si nutriva di una polemica antideterministica condotta a 360 gradi che investiva non solo Marx, ma Croce, Huizinga e il catastrofismo della sinistra democratica che faceva discendere come una fatalità la fine della libertà dalla massificazione delle società europee e dalla vittoria di idee irrazionalistiche. Di Huizinga si respingeva l'idea della crisi morale come riflesso della produzione meccanizzata con i suoi sottoprodotti consumistici, una sorta di determinismo tecnologico negativo che tendeva a "presentare il mondo della tecnica, la cosiddetta civiltà meccanica come attore separato dai valori dell'uomo". C'era, 'in nuce', un giudizio sostanzialmente positivo sullo sviluppo capitalistico al cui interno si evidenziavano gli elementi patologici per distinguerli da quelli fisiologici, mai per negarlo in assoluto.
Un altro elemento specifico restituitoci dalla testimonianza di Foa si riferisce alla diffidenza, quasi a una tendenziale ostilità, dei giovani giellisti nei confronti del versante filosofico dell'ossimoro liberalsocialista. A Torino itinerari del tipo "lungo viaggio attraverso il fascismo", comuni tra le file dei giovani approdati al liberalsocialismo, erano totalmente sconosciuti. L'antifascismo si era definito come altro dal regime in un'opposizione irriducibile e senza compromessi. Per di più, la lezione gobettiana di affidamento alla classe operaia aveva fatto sì che qui l'attenzione ai problemi di formazione e di selezione della classe politica fosse costantemente coniugata con quella per i soggetti collettivi. Il riferimento privilegiato restava sempre quello di Gobetti, la sua idea di libertà come soggetto liberante, come processo di liberazione: il liberalismo gobettiano andava ben oltre il garantismo dei diritti individuali e collettivi di libertà. "La libertà - scrive oggi Foa - è liberazione, espansione dei soggetti collettivi e nella sofferenza dei soggetti collettivi sta la molla dei processi di liberazione". Si pensava alla democrazia e al socialismo non solo in termini di garanzie istituzionali, quindi, ma come processo, con attori in movimento. Era un liberalismo rivoluzionario in molti punti esplicitamente critico verso il liberalsocialismo.
In Calogero, infatti, tra i due termini dell'ossimoro si leggeva di volta in volta o un nesso di complementarità o una sorta di successione logica e temporale. Nel primo caso si insisteva, in positivo, sulle preoccupazioni sociali insite nel liberalismo e su quelle liberali insite nel socialismo, sommandole nel liberalsocialismo si impediva al socialismo di diventare autoritario "per rendere uguale la gente" e alla libertà di diventare disuguale "per rendere libera la gente"; nel secondo si tendeva quasi a dare per scontato il passaggio dall'affermazione della libertà all'affermazione della democrazia e da questo all'affermazione del socialismo. Per Foa e i suoi compagni, invece, "l'idea del socialismo non si presentava come sviluppo logico della libertà e della democrazia ma come frutto di una rottura, di un risveglio collettivo per un mondo nuovo e diverso". Le conseguenze sul piano politico erano immediate: l'opposizione al fascismo doveva necessariamente nutrirsi della critica verso la classe politica democratico-liberale che del fascismo nascente era stata complice. Riformismo e massimalismo erano associati nella condanna che si estendeva a tutto il prefascismo per avere preparato o consentito l'avvento del fascismo: i riformisti per non essere andati al governo quando si poteva salvare la democrazia, i massimalisti per non aver tentato di fare la rivoluzione quando ce n'erano le condizioni; i comunisti, invece, per dirla con Foa, "erano salvati dall'ottobre russo e quindi potenzialmente associati a una rivoluzione democratica italiana".
Questa ansia di concretezza programmatica era veramente tipica dell'azionismo. "Non riuscivo - scrive Foa - ad appassionarmi ai grandi confronti ideologici fra liberalismo e socialismo e quindi al socialismo liberale o al liberalsocialismo mentre ero profondamente interessato agli eventi concreti e alla loro direzione". Foa come l'antiteorico, dunque, ma non Foa votato a un puro empirismo. È questa la parte più affascinante della sua personalità ed è anche la sua lezione politica più attuale. Nelle sue pagine sembra riaffiorare il Pisacane "concretista e insieme libertario" esaltato da Parri come il simbolo di una concezione della politica nella quale ad un massimo di tensione progettuale si univa un netto rifiuto delle utopie. L'utopia - collocandosi in un futuro indeterminato - consente il compromesso e l'accettazione passiva dello stato di cose presenti, completamente diversi sono gli ideali, intesi da Foa come "valori da realizzare ogni giorno nella pratica di obiettivi concreti". È un pragmatismo che, nella sua formazione originale, rompeva con il determinismo positivistico della tradizione riformista italiana appiattita sull'oggi, sull'economicismo, sul quietismo evoluzionistico. Nella Resistenza, il progetto azionista, "la linea di un controgoverno dal basso e dalla periferia come struttura istituzionale, come elemento di democrazia diretta che non doveva sostituire ma integrare quella rappresentativa", fu l'unico serio tentativo di costruzione di un riformismo "militante", in grado di insidiare con la sua "epicità'' l'egemonia comunista sui movimenti che si riconoscevano nella sinistra.
La biografia di Foa è in questo senso un'accusa implacabile alla miseria del riformismo italiano, alla sua incapacità di parlare alle masse. Foa è così in grado di esplorare fino in fondo il vero paradosso della storia italiana del Novecento, scoprendo nelle file del Pci un torrente di energie collettive più vive e reali dell'ideologia di morte che le incanalava, in grado di trasformare qui in Italia in anelito di libertà e di riscatto quelle stesse idee che in altri paesi volevano dire totalitarismo e sterminio. Ammirati per quello che facevano più che per quello che dicevano, per la loro intransigenza più che per le loro categorie politiche, i comunisti italiani su Foa non hanno avuto "nessuna influenza reale nel campo dell'educazione morale, dello spirito di sacrificio, della militanza"; forzare la coppa dell'ideologia per parlare direttamente agli uomini del Pci, è stato un compito storico che l'azionismo ha continuato a svolgere anche dopo la scomparsa del PdA contribuendo a mantenere all'interno del quadro democratico un imponente patrimonio di risorse umane e di impegno politico.
Questa concezione della politica restituitaci da Foa è in grado di illuminare in modo definitivo alcuni degli elementi essenziali dell'antifascismo del ventennio assumendo un valore storiografico di grande portata. Essa è tuttavia importante anche per segnalare la complessa architettura che sostiene il libro, il tipo di trappole interpretative che l'autore ha disseminato nelle sue pagine. Prendiamo ad esempio il giacobinismo, un altro dei tratti distintivi del giellismo e dell'azionismo, sui cui contorni precisi molto ci si è interrogati. Foa ne fornisce una pregnante definizione: "non si doveva separare l'impegno progettuale dal movimento che aveva determinato la rottura con il passato. La dimensione temporale diventava determinante: le riforme (o almeno un loro decisivo inizio) non potevano essere rinviate a momenti successivi. Il movimento non doveva solo creare le condizioni per le riforme, doveva anche avviarle a realizzazione, impedire che un evitabile riflusso del movimento le rendesse irrealizzabili... Il giacobinismo mi si presentava, quindi, come accelerazione e come anticipazione". È una formulazione riferita al passato, al momento della sua "scelta" degli anni trenta. Oggi Foa si mostra esplicitamente incline a considerare in termini elogiativi la gradualità, "intesa come attenta considerazione degli altri, necessità del loro concorso all'azione", e colloca, dopo questa affermazione, uno dei suoi tipici interrogativi: "mi domando adesso se è possibile conciliare il giacobinismo che mi sembra tuttora assolutamente legittimo col gradualismo inteso come coinvolgimento del prossimo nella realizzazione di un progetto". La domanda, lo ripetiamo, è retorica. Tutta la biografia di Foa può essere letta come rifiuto del gradualismo e della mediazione, come adesione convinta ad una visione conflittualistica della politica; l'intransigenza è (sono sue parole) anzitutto "una condizione esistenziale", una categoria che come tale l'accompagna in tutte le sue variegate esperienze all'interno di diverse organizzazioni partitiche e anche nella sua milizia sindacale
Un'altra di queste "trappole" è racchiusa nell'autoaccusa che Foa si rivolge - riferendosi agli anni della cospirazione e del carcere - di "aridità", di una militanza fredda, senza amore, troppo lucida e razionale per conoscere gli slanci dei sentimenti e delle emozioni. In realtà quell"'aridità" si presentava allora come negazione di un familismo che in Italia è sempre stato coniugato con il rifiuto di ogni nozione del "bene comune", con l'esasperazione di un individualismo e di un particolarismo grettamente ancorato al meschino programma del "tengo famiglia". Quell"'aridità" non può essere misurata alla stregua dei dibattiti sulla soggettività e sul "privato" che coinvolgono oggi politici e sindacalisti. Ed è ancora una volta lo stesso Foa a testimoniare la grande carica di solidarietà umana che ne costituiva il retroterra esistenziale, scrivendo, proprio in relazione agli anni del carcere: "la maggiore influenza su di me l'ebbero i giovani operai, braccianti, e mezzadri emiliani e toscani. Ebbi allora la possibilità di capire i risvolti affettivi, famigliari, di quei ragazzi così impegnati nella politica, il calore della loro solidarietà, lo spirito di sacrificio, la capacità di conciliare la sfera famigliare (i genitori, soprattutto la mamma, poi la fidanzata, le penose difficoltà materiali della famiglia) con i doveri morali del carcere".
C'è infine un'ultima "trappola", la più suggestiva e anche quella che racchiude il segreto interpretativo del libro. Mi riferisco all'autorappresentazione di Foa come un "professionista della politica": "ho sempre considerato il professionismo politico come una debolezza della società, ho spesso predicato la politica come un accompagnamento di verità e di moralità nell'impegno, sociale e civile. E invece sono stato un tipico professionista della politica, un politico a tempo pieno, immerso fino al collo tanto nelle lotte di potere come in quelle di resistenza al potere. A volte provo rimpianto per non esser stato un politico non professionale, uno che si guadagni da vivere con un mestiere e nelle ore libere, se ne ha voglia, fa politica". Nel professionismo politico c'è l'idea di uno sviluppo lineare, progressivo della militanza, un procedere per accumulazione di esperienze successive, un definirsi nelle categorie dell'abitudine, della ripetitività, della routine, della normale amministrazione. Niente di tutto questo si ritrova nell'esperienza politica di Foa così segnata dal volontarismo, dal richiamo all'azione concreta, dal proprio, pieno coinvolgimento esistenziale. La sua concezione della politica, come la sua vita, ruota intorno a un apogeo, un "punto alto" irripetibile ed unico. E Foa mostra di saperlo benissimo quando scrive: "nei tempi della resistenza armata (1943-1945) la saldatura fra pratica e ideale, fra presente e futuro, si affermò con forza ed è possibile che quel periodo abbia lasciato tracce serie nella vita successiva".
È come se nella sua vicenda biografica la lotta partigiana segni un appuntamento, l'attimo in cui sono attivate anche le proprie energie più riposte, con una felice e immediata coincidenza tra emozioni, sentimenti, volontà, decisioni e azioni. A questo slancio si accompagnava il senso - tipicamente dorsiano - dell"'occasione storica", di vivere una fase assolutamente irripetibile della storia italiana, in cui tutto era possibile, anche "una scommessa sul mondo", una resa dei conti con tutto quanto di sbagliato, corrotto, ingiusto il fascismo aveva fatto affiorare nel costume nazionale, l'azzeramento di un eremita risorgimentale ancora intrisa di trasformismo, con uno stato unitario sempre forte con i deboli e debole con i forti.
Certo l'ipotesi di un solo momento alto è applicabile più a una figura geometrica astratta che a un'esperienza concreta. Non nel caso di Foa, però. Certamente, da quella cuspide, da quell'antenna si irradiano onde verso il passato e verso il futuro che consentono di ritrovare altri "momenti alti", come quello della scelta della "rottura" adolescenziale ("con angoscia sentivo che il mio futuro era segnato dalla società conformista nella quale vivevo, dallo Stato autoritario che la sovrastava, ma anche da un percorso famigliare e professionale noto in anticipo") o la decisione di smettere la propria carriera di sindacalista nel momento in cui aveva raggiunto posizioni di assoluto rilievo gerarchico. Ma niente è mai più stato come allora: "tranne che il PdA, col quale penso di aver consumato un pieno coinvolgimento, i partiti cui ho aderito e, in tempi più recenti, la mia stessa condizione di indipendente da qualsiasi partito, mi si sono presentati come delle opportunità".
L'esistenza di un "punto alto" nella propria militanza politica è tipica dei "poeti" non dei "tecnici". Foa, definendosi un tecnico, si contrappone ai suoi compagni "sognatori": Carlo Levi, Dorso, Parri, Lussu. Pure, con questi sognatori condivide fino in fondo una duplice sconfitta: quella di un modello riformista in grado di coniugare pragmatismo e slancio ideale, non appiattito sulla normale amministrazione ma in grado di convogliare nel suo alveo le energie collettive più riposte e profonde di questo paese; quella di costruire un'identità collettiva degli italiani fuori dagli stereotipi familistici e particolaristici, un'identità forte nutrita da una profonda consapevolezza del bene comune e da uno stretto rapporto tra morale e politica.

fonte : ibs.it
http://www.ibs.it/code/9788806125950/foa-vittorio/cavallo-e-la-torre.html

 

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