Alle radici della crisi economica.
Il 22 settembre 1985 USA, Giappone, Gran Bretagna e Francia, con il c.d. "Accordo del Plaza", provocarono una drastica rivalutazione dello yen rispetto al dollaro.
Questo, di fatto, per fare cessare o limitare l'aggressione ai mercati americani da parte delle merci giapponesi.
La reazione degli industriali giapponesi fu semplice ed efficace.
Spostarono le produzioni ad elevato tasso di manodopera nel Sud-est asiatico.
Miliardi di dollari affluirono verso Malesia, Indonesia, Filippine, Thailandia e Corea.
Inizialmente si finanziarono le attività industriali, poi la bolla andò a gonfiare i mercati azionario, immobiliare, del credito al consumo.
Agli inizi degli anni 90 i prezzi dei terreni avevano prezzi più alti a Bangkok che nelle aree urbane della California.
Le monete di questi paesi erano agganciate al dollaro e quando il dollaro si rivalutò nel 95 e 96 i prezzi dei beni esportati ebbero un rialzo.
All'inizio del 96 le esportazioni in Thailandia e Malesia cominciarono a ristagnare.
Tutti e tutti assieme vollero riconvertire i baht in dollari, il tutto esasperato dagli arbitraggi degli hedge fund.
La Thailandia arrivò a perdere tutte le sue riserve in valuta estera e il baht si svalutò del 50% in pochi mesi.
A questo punto bisognava proteggere i creditori (Banche occidentali e nipponiche) a spese dei debitori.
Intervenne il FMI che per prima cosa impose il rialzo dei tassi di interesse e il taglio della spesa pubblica.
In Indonesia nel giro di poche settimane 22 milioni di persone sprofondano sotto la soglia di povertà.
Solo la Corea che non aveva aperto ai mercati internazionali, che aveva protetto le industrie strategiche nascenti che aveva respinto le imposizioni del FMI, si salvò.
La crisi asiatica segnò un cambiamento epocale.
Dopo di allora i Paesi del sud-est asiatico decidono di accumulare riserve, soprattutto in dollari per premunirsi contro eventuali crisi.
Sposano un modello di crescita basato su limitazione dei consumi, incentivazione del risparmio, puntando tutto sulle esportazioni.
Scendono in campo India e Cina, che finanziando il debito USA mantengono alto il dollaro.
Tassi bassi, dollaro facile
I cittadini statunitensi possono spendere, gli asiatici esportare.
E' in scena l'american dream.
Gli americani, soprattutto i più precari, comprano immobili attraverso mutui che di fatto vanno a finanziare anche più del 100% del valore dell'immobile.
Gli istituti bancari cartolarizzano e vendono titoli strutturati in tutto il mondo.
Ad un certo punto, per eccesso di debito, una parte, prima piccola, poi sempre più grande di mutuatari americani non sono più in grado di far fronte ai loro impegni.
I prezzi degli immobili cominciano a scendere, poi a crollare.
Le garanzie ipotecarie, con la forte discesa del prezzo degli immobili non sono più in grado di proteggere i creditori.
E' la fine della storia, l'inizio della crisi.
Paul Krugman l'aveva detto: le bolle che hanno funestato Messico, Argentina, sud-est asiatico, un giorno potranno colpire da noi.
I fatti gli hanno dato ragione.
Tommaso Liguori
