BERLUSCONI - BOSSI. DIVORZIO IN VISTA?
Ma la Lega vuole andarsene.
Per capire lo stato dei rapporti tra i due alleati basta aprire l'edizione della "Padania" di martedì 3 maggio.
Dove il premier appare in due scatti a colori: in uno, a pagina tre, risulta appisolato ai banchi del governo, accanto a un Bossi dall'espressione attenta e un po' disgustata.
Nel secondo, a pagina 28, fotostory della beatificazione di Giovanni Paolo II, Berlusconi è di nuovo immortalato mentre dorme placidamente, questa volta in mezzo a piazza San Pietro, tra il presidente Giorgio Napolitano e un arcivescovo. Immagini impietose di un Cavaliere intorpidito, pubblicate dopo il titolo del quotidiano leghista di una settimana fa: "Berlusconi si inginocchia a Parigi".
Ma perfettamente in sintonia con gli umori più profondi del Carroccio, alla base e tra i dirigenti, dove questi giorni sono vissuti come una liberazione.
"Cosa credeva Berlusconi, che fossimo innamorati di lui?
Noi restiamo in questa maggioranza per interesse, dopo si vedrà", sbotta uno dei capi della Lega che non vede l'ora di separarsi dal Pdl. Riconquistare l'autonomia, come si ripetono i leghisti tra loro, il messaggio è chiarissimo: mai più appiattiti su Berlusconi.
Prepararsi in vista dei prossimi dodici-ventiquattro mesi, la fine della legislatura, quando nulla potrà più essere dato per scontato
Lo scontro sull'intervento in Libia, con le mozioni votate alla Camera il 4 maggio e la prolungata freddezza tra il Cavaliere e il Senatur, più di sette giorni consecutivi senza mai neppure sentirsi al telefono - era dai tempi del ribaltone del '94 che non accadeva - è la prova generale dell'Operazione Distacco.
Fino a qualche settimana fa il percorso della Lega sembrava segnato: massima lealtà e nessun segnale di separazione da Berlusconi, resistere alle sirene del Pd e di quei settori economici che da mesi spingono sulla Lega perché si emancipi dal Cavaliere.
Impossibile: perché il fondatore della Lega, il Capo, che il prossimo 19 settembre compirà settant'anni, considerava la sua stagione politica legata a quella del Cavaliere e non aveva nessuna voglia di aprire una nuova fase: "Non ho l'energia di farlo", ammetteva il Senatur con gli intimi. Conclusione: poiché non si poteva immaginare un dopo-Berlusconi senza cominciare a parlare, contemporaneamente, del dopo-Bossi, tutto pareva destinato a rimanere fermo, fino almeno a un passo falso del premier.
Il passo falso è arrivato quando Berlusconi ha dimenticato di avvertire l'alleato padano che l'Italia avrebbe partecipato all'escalation dell'intervento Nato in Libia, su richiesta di Obama più che di Sarkozy.
E ha portato allo scoperto i tanti fronti di irritazione della Lega.
I rapporti a dir poco complicati con il Pdl, prima di tutto. Visto dal Carroccio il partitone azzurro appare rissoso a Roma, con i notabili intenti a farsi la guerra a colpi di cene nei ristoranti intorno a Montecitorio, e inesistente in periferia, dove è un agglomerato di colonnelli che non sanno a chi fare riferimento.
Nei rapporti con Palazzo Chigi pesa poi l'irritazione per come è stata gestita la questione Parmalat, una grande azienda del Nord sottoposta all'Opa della francese Lactalis.
E c'è la delusione per il giro di nomine negli enti pubblici, dove alla fine il bottino di poltrone per la Lega si è rivelato più magro del previsto: un solo nome di peso, l'amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi, forgiato alla guida della AgustaWestland a Vergiate, in provincia di Varese, la roccaforte padana, "ma non è un uomo di partito, in altri tempi si sarebbe chiamato tecnico d'area", spiegano dalle parti di via Bellerio.
"Puntavamo a qualcosa di più, inutile nasconderlo, e lo avremmo ottenuto se a decidere fosse stato Giulio Tremonti.
Invece si è messo di mezzo Gianni Letta, insieme a Paolo Romani: ci hanno bloccato".
Più di tutto c'è nella Lega la certezza che l'intera politica italiana sia alla vigilia di un terremoto che sconquasserà i due grandi contenitori degli ultimi anni, il Pdl e il Pd, ma che inevitabilmente finirà per coinvolgere anche il partito leghista. Il più convinto della necessità di aprire una nuova fase è il ministro dell'Interno Roberto Maroni, il front-man di queste settimane, in prima linea sull'emergenza sbarchi a Lampedusa, costretto a trattare con le regioni in rivolta, ma anche con il governo francese e con quello tunisino sulla gestione dei profughi in fuga dal Maghreb, spedito ad affrontare a Bruxelles i colleghi dell'Unione europea e a replicare alla Corte di Strasburgo che ha cancellato il reato di immigrazione clandestina.
Un uomo di governo, ma anche un esponente di partito che nella bufera ha rinsaldato il suo legame personale con Bossi e con la base padana.
E' lui che si è intestato la linea autonomista della Lega da Berlusconi. "Se governassimo noi da soli sarebbe tutto più semplice", ha sospirato l'altro giorno all'inaugurazione di una sezione del Carroccio a Carnate, in Brianza. "Le nostre radici sono solide, affronteremo le prossime prove". Per Maroni la tempesta in arrivo da fronteggiare è il dopo-Berlusconi che già fa sentire i suoi effetti. Una crisi economica e internazionale che spinge alle porte di casa. Il rischio attentati aggravato dalla possibile reazione del terrorismo fondamentalista dopo l'eliminazione di Bin Laden. Emergenze che, confida il ministro, non possono essere affrontate soltanto con una maggioranza che si regge sul drappello dei Responsabili e che è guidata da un premier incapace di prendere iniziative e screditato a livello europeo, come il ministro ha potuto verificare in prima persona.
"Servirebbe un coinvolgimento dell'opposizione, del Pd", non smette di ripetere l'ex tastierista approdato al Viminale.
Negli ultimi tempi la preoccupazione del ministro è aumentata.
Fino a spingerlo a ipotizzare anche una soluzione eccezionale, un governo tecnico-istituzionale che consenta di fare le riforme che servono al Paese e ai partiti di riorganizzarsi: una sorta di commissariamento della Repubblica. Con una maggioranza di larghe intese, tutti dentro per una stagione di tregua."Altrimenti anche la Lega, che è il partito più robusto, rischia di essere travolta". I candidati alla guida di un governo con queste caratteristiche sono sempre gli stessi: il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, finito nel mirino della stampa berlusconiana, o l'ex commissario europeo Mario Monti, tornato di recente a invocare pubblicamente riforme e crescita. Ma nel club ristretto, perché no, potrebbe rientrare lo stesso Maroni che certo non ci tiene a immolarsi sull'altare dei berlusconiani duri e puri.
Nelle ultime settimane, ed è una novità, anche Bossi si è convinto che c'è bisogno di voltare pagina, di accelerare il distacco dal Cavaliere.
"Bossi, a differenza di Berlusconi, non gioca una partita personale, non ha mai avuto una volta nella vita l'intenzione di andare a Palazzo Chigi.
Vedere un uomo della Lega alla guida del governo nazionale sarebbe per lui il coronamento di un sogno", raccontano nel Carroccio.
E Maroni è di gran lunga il personaggio più spendibile.
Il nome di Bobo spuntò qualche mese fa nel colloquio tra Bossi e Fini, prima del voto di fiducia del 14 dicembre: fu il leader leghista a sondare il presidente della Camera sulla candidatura del ministro dell'Interno alla presidenza del Consiglio.
Ma non se ne fece nulla: bisognava consentire a Berlusconi di provare a vincere lo scontro parlamentare (come infatti avvenne) e nella Lega non tutti erano compatti alle spalle di Maroni.
La gestione della vicenda libica, invece, ha consentito di regolare qualche conto interno.
A fare le spese del ritrovato feeling Bossi-Maroni sono stati gli uomini finora più vicini al Senatur, il cosiddetto Cerchio magico, a partire dal capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, considerato tra i dirigenti più filo-berlusconiani.
Tagliato fuori dalla trattativa con il Pdl sulla mozione Libia (le sei condizioni leghiste sono state elaborate da un altro uomo forte, il ministro Roberto Calderoli), ha provato a lamentarsi dell'esclusione con il Capo.
Ottenendo una risposta in puro stile bossiano: "Non mi rompere le balle".
Fine della lamentela e, secondo molti leghisti, fine anche dell'incarico di Reguzzoni.
Altri invece sono più sintonizzati sulla nuova linea.
Per esempio il presidente della commissione Bilancio della Camera Giancarlo Giorgetti, riservatissimo ambasciatore leghista negli ambienti istituzionali ed economici, ricevuto al Quirinale per un lungo colloquio con Napolitano nel bel mezzo della lite Berlusconi-Bossi.
O il ministro Calderoli che sulla vicenda libica ha continuato a dialogare con il Pd, fino alla richiesta di votare la mozione della Lega. Oppure, su tutt'altro versante, il vice-direttore di RaiDue di area leghista Gianluigi Paragone che ha dedicato il suo talk show "L'ultima parola" alla base del Carroccio in rivolta contro Berlusconi e il Pdl: sapore di 1994, di ribaltone, quando il Cavaliere per Bossi era "Berluskaz", un nemico da distruggere.
I tempi sono cambiati e la strategia della Lega si è fatta più sorniona.
"E' la saggezza del contadino: mettere da parte il letame, in attesa che torni utile", spiega un deputato lombardo.
Il letame, in questo caso, sono le future alleanze da concimare fin da ora: creare contenitori accoglienti per quella parte di Pdl che resterà con il Carroccio quando ci sarà l'atteso big bang.
Le elezioni amministrative permettono di sperimentare le nuove formule.
A Gallarate, Varese, per esempio, i leghisti corrono da soli; e così a Dubino, in provincia di Sondrio, in alleanza con una lista civica (Nuova Dubino) che raccoglie transfughi del Pdl e el Pd, ex popolari o ex Margherita. Liste di moderati che non entrerebbero mai nella Lega ma che sono disposti a fare un pezzo di strada insieme: il modello utilizzato dal Pci negli anni Settanta con gli indipendenti di sinistra.
A Milano, lo scontro decisivo, Bossi si muove con la freddezza del pokerista consumato. In un comizio ha interrotto un militante che gli chiedeva di mandare a casa Berlusconi con un gesto della mano: "Va pian...". Vai piano: ma se dovesse perdere Letizia Moratti, "la Gagarella del Biffi Scala", come la chiamano nel Carroccio (la ragazza viziata di una vecchia canzone milanese), l'Operazione Distacco diventerebbe velocissima.
di Marco Damilano
http://espresso.repubblica.it
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