CAPIRE IL PRESENTE PER PROGETTARE IL FUTURO, PERCHE' LA TOPPA SARA' PEGGIORE DEL BUCO!!
Questo mondo non può essere solo aggiustato
Scrive Jürgen Habermas: «dalla mancanza di un orientamento capace di illuminare diagnosticamente la nostra epoca noi dovremmo concludere che siamo capaci di apprendimento soltanto se colpiti da catastrofi». Ma la
catastrofe deve essere percepita e interiorizzata in quanto tale, altrimenti “la rottura” verrà narrata come “congiuntura” e le soluzioni saranno ricercate nelle modalità dell’aggiustaggio.
Questo è quanto risulta oggi rispetto alle crisi epocali in atto, dove si discute soprattutto di salvare il salvabile. Intendendo con “salvabile” gli equilibri di potere del kombinat dominante (le tre “P”: Potere finanziario, Potere mediatico e Potere governamentale; simboleggiando con quest’ultima “P” le leadership politiche colluse con i Signori del denaro e della comunicazione); addossando gli interi costi del puntellaggio, dunque dell’aggiustatura, sul groppone di cittadinanze ridotte a spettatori passivi/passivizzati del reality “non ci resta che piangere”.
Nel miserando microcosmo italiano dell’avanzata consunzione berlusconiana, questo si traduce nella risibile soluzione di governi a guida di tecnici dal bell’aspetto (tipo Mario Monti, bocconiano perfettamente organico alle vulgate economiche correnti e non alieno nel passato da
qualche pellegrinaggio in quel di Arcore, per ottenere ricollocazioni sostitutive di quella perduta quale Commissario europeo). Nient’altro che “pezze a freddo” allo scopo di salvare il mood e le pratiche del Berlusconismo, in assenza suo malgrado del fondatore.
Insomma, ciò che risulta è un’assoluta quanto gravissima sottovalutazione del passaggio che ci troviamo a compiere. Per cui vengono riproposte vecchie ricette inattuali – dunque del tutto inefficaci – mentre ci addentriamo nell’ignoto, nell’inesplorato. E lo facciamo maneggiando mappe cartografiche del mondo che abbiamo ormai alle spalle. Guardando all’indietro.
Parliamo di “Stato” e di “Mercato” come fossimo fermi ancora a cinquant’anni fa, quando ormai questi “distinti signori” risultano tra i manufatti più usurati/lesionati del Primo Moderno.
A onor del vero, non paiono sottovalutare l’attuale situazione i Žižek o i Bifo (per restare al dibattito in questo sito). Ma le loro deduzioni appaiono pure loro retroflesse; quasi una nostalgia di petites madeleines proustiane
della passata giovinezza: quel “bisogno di Comunismo astratto”, che è anch’esso un ferrovecchio del tempo che fu.
Nella transizione imposta dall’esaurimento dell’attuale fase capitalistica (o – chissà –del Capitalismo tout court, quale assetto fondato sulla riproduzione della ricchezza attraverso l’avidità individuale e l’espropriazione collettiva) anche i meno imprigionati dal cerchio stregato del pensiero mainstream somigliano all’Erasmo da Rotterdam agli albori di antiche rotture, «sfrontato nelle domande e conformista nelle risposte» (cito a memoria Ralf Dahrendorf).
Ciò per dire che non potremo dare un qualche senso e plausibili significati al nostro procedere nella transizione senza la dotazione di un pensiero della transizione stessa. In questa transizione-rottura. Dove probabilmente pochissimo resterà come prima. In cui i concetti di Democrazia e Sovranità, di Decisione e Organi
zzazione per la decisione, di Buona Vita e financo di Persona andranno sottratti al dominio di un senso comune indotto, che svolge funzioni di controllo sociale e – insieme – di accreditamento del pensiero pensabile.
Al tempo stesso, intrecciando i tanti fili già dispo nibili, andrebbe risottoposto ad approfondite analisi il Leviatano, il Potere nelle sue forme sfuggenti perché camaleontiche, al fine di scorgerne il volto e le forme che sta assumendo nelle configurazioni post-statuali e post-mercantili.
Allo scopo di sottoporlo a nuove regole di addomesticamento.
Possiamo affermare che – allo stato dell’arte – ci siano intelligenze collettive al lavoro (che questa sia l’agenda delle priorità) per tracciare nuove rotte e dotarci di portolani ad hoc?
Francamente non si direbbe.
Certo, le catastrofi parziali dopo l’ultimo crollo di Wall Street del settembre 2008 hanno ridato fiato ai critici della finanziarizzazione del mondo. Ma se è vero che sta determinandosi una catastrofe generale del sistema-Mondo conosciuto, allora sarebbe necessario che il pensiero della crisi facesse un
salto di qualità, diventando pensiero costitutivo. Pensiero dell’innovazione sistemica globale.
La rottura dell’Ancien Régime trovò le proprie bussole nei costruttori del nascente ordine borghese (da Locke a Montesquieu). La sfida della società industriale di massa incontrò i propri fabbri capaci di forgiare “le chiavi d’oro” necessarie per leggere le dinamiche in atto (da Marx a Tocqueville).
Dove sono oggi le bussole o le chiavi d’oro in fabbricazione?
D’altro canto, senza un adeguato strumentario culturale qualsivoglia transizione diventa l’interminabile peregrinazione in un limbo dissipatorio; senza uscite. E la responsabilità va addebitata a tutti noi, impegnati collettivamente nel lavoro intellettuale. Mentre ha ben poco senso – almeno per lo scrivente – sdegnarci per lo sdegno del duo Sar
kozy-Merkel se Papandreu vuol sottoporre a referendum i diktat dell’Europa che gli presta i soldi, ancora una volta per “salvare il salvabile”.
Si tratta soltanto di vecchie cose politicanti di pessimo gusto: la troika franco-tedesca fa il suo mestiere di fiduciari del kombinat di cui si diceva, il premer greco vuole salvare faccia e carriera politica con trovate democraticistiche. Non vale la pena stupirsi e indignarsi se l’orchestrina del Titanic continua a suonare l’eterno motivetto.
Pierfranco Pellizzetti
fonte : http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it
http://goo.gl/syuq7
vedi anche
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