DA SEMPRE LA CLASSE POLITICA GUARDA ALLA POVERTA' CON UN CERTO "FASTIDIO".

Pubblicato il da tommasoliguori50


Chi invita i poveri al Ristorante?


locandina-copia-2.jpgLa povertà degli italiani non interessa alla classe politica.

Quando parla di un paese benestante perché i ristoranti sono pieni, Silvio Berlusconi riecheggia una frase analoga di Bettino Craxi.

E conferma quanto ampia sia la distanza fra la classe politica e i problemi legati alle condizioni di vita delle fasce più marginali della popolazione.

Ma questo atteggiamento di indifferenza è antico, radicato e persistente nella storia italiana.

Forse è arrivato il momento di affrontare il problema.
A noi pare che si vada confermando una sconsolante evidenza a sostegno di una tesi tanto spiacevole quanto imbarazzante: la povertà degli italiani non interessa alla classe politica.

Non siamo certo i primi a denunciare questo fatto. 

Ma in ogni caso ce lo ha ricordato e reso ben chiaro, venerdì scorso,
il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, quando nel corso della
conferenza stampa al vertice del G-20, ha dichiarato: “Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi.

La vita in Italia è la vita di un paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei con fatica si riesce a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni, i posti di vacanza nei ponti sono iper-prenotati (…)” .
È vero, i poveri non vanno cercati nei ristoranti e non sono soliti viaggiareincontro-con-la-fioraia.jpg
in aereo, ma di fronte dell’affermazione del presidente Berlusconi, è
difficile sottrarsi dalla riflessione di quanto sia ampia la distanza fra la
classe politica e i problemi legati alle condizioni di vita delle fasce più
marginali della popolazione e di quanto sia antico, radicato e persistente,
nella storia italiana, l’atteggiamento di indifferenza che a tale distanza fa
da riscontro.


Una lunga indifferenza
Abbiamo documentato altrove il difficile rapporto fra politica, istituzioni e
povertà.

Abbiamo mostrato come nell’Italia liberale (diciamo dal 1861 al 1911), la lotta alla povertà non fosse uno strumento di promozione del benessere sociale, quanto piuttosto una materia di competenza dei prefetti: i poveri interessavano solo e soltanto in quanto possibile causa di problemi di
ordine pubblico.  Durante il ventennio fascista, nonostante la nascita di
da-da-mangiare-a-un-compagno.jpgistituzioni esplicitamente rivolte ai poveri (si pensi agli Enti comunali di
assistenza), l’orientamento del regime fu di non enfatizzare, se non
addirittura di dissimulare il fenomeno della povertà.

Nel secondo dopoguerra il tabù della povertà venne meno: di fronte alle dimensioni di massa del fenomeno, furono promosse numerose indagini conoscitive, alcune delle quali anche nella forma di inchiesta parlamentare. Si trattò tuttavia di iniziative sporadiche, fuochi d’agosto.

Così sottolinea anche il rapporto 2011 sulla povertà della Caritas italiana: “Non si può certo affermare che non ci siano stati interventi a favore dei poveri, negli oltre sessant’anni di vita repubblicana, ma si è trattato prevalentemente di interventi locali, settoriali, occasionali, che di fatto si sono rivelati ininfluenti nella riduzione della povertà nel nostro paese”.
Qualcosa sembrò cambiare verso la fine degli anni Settanta, quando il tema cominciò ad attrarre l’attenzione della comunità scientifica italiana, con-un-brutto-ceffo.jpeganche in conseguenza degli effetti della crisi petrolifera e del rallentamento dell’economia mondiale.

La prima stima istituzionale della povertà comparve nel 1979, con i risultati pubblicati nel 1982, a cura di Giovanni Sarpellon.
Un ulteriore accelerazione si registrò con l’istituzione della Commissione di
indagine sui temi della povertà, nata ufficialmente il 31 gennaio 1984.

Si trattò peraltro di una stagione che seppur breve, testimoniò una caduta
drammatica dell’incidenza della povertà assoluta nel paese, che passò da
valori intorno al 20 per cento fino al 4-5 per cento.
Pochi forse lo ricorderanno, ma le parole del presidente Berlusconi
riprendono, quasi testualmente, la dichiarazione che il presidente del
Consiglio Bettino Craxi rilasciò a commento della pubblicazione del primo
rapporto redatto dalla Commissione di indagine sui temi della povertà. Secondo i calcoli della Commissione, gli individui poveri (adottando una misura di povertà relativa) nel 1983 erano oltre 6 milioni (ovvero l’11,1 per cento della popolazione), un risultato che produsse un vivace dibattito nel salva-il-milionario.jpgpaese.

A margine della presentazione ufficiale del rapporto, Craxi tentò di
ridimensionare l’entità del problema, ironizzando sulle conclusioni della
Commissione. Secondo la ricostruzione di Ermanno Gorrieri: “Al presidente del Consiglio [Craxi] i giornalisti chiesero se riteneva possibile che ci fosse
ancora della povertà nella quinta potenza industriale del mondo.

La risposta fu: quando vado in giro vedo i negozi pieni di ogni ben di Dio, i ristoranti affollati, la gente che fa le vacanze all’estero… Mah, non saprei”.
Pare insomma non interrompersi la linea rossa che percorre la storia del
rapporto fra politica e povertà nel nostro paese.

Anche se i responsabili della politica economica e sociale chiudono gli occhi, i poveri d’Italia sono sempre lì: è forse giunto il tempo di invitarli davvero al ristorante?


 di Nicola Amendola  e Giovanni Vecchi
 fonte . www.lavoce.info
 http://goo.gl/SfNJK

 

 

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