INDIGNATI "DOPO GLI SCONTRI NON CI SARA' PIU' SPAZIO PER LE NOSTRE RAGIONI".
di CARMINE SAVIANO
La "rete" degli Indignati in piazza "Cento stupidi violenti che rovinano tutto"
ROMA - Increduli. Rintanati sulle scale della basilica di San Giovanni. Stretti e senza possibilità d'uscita. A neanche cento metri dagli scontri.
“Non è possibile”. “Non si può rovinare tutto così”.
“Non possiamo perdere questa occasione a causa di cento stupidi violenti”.
Le migliaia di persone giunte a Roma oggi non credono ancora a ciò che hanno visto.
Macchine e palazzi in fiamme, vetrine infrante, intere piazze della capitale devastate dalla guerriglia urbana.
Gli occhi arrossati dai lacrimogeni, dal fumo.
Le lacrime per una delusione inaspettata.
Non sono serviti a nulla gli inviti rivolti ad autonomi e anarchici a lasciare il corteo.
Non sono serviti a nulla i continui richiami a non nascondere il volto dietro caschi e passamontagna.
Per molti è come vivere un incubo:
“Adesso si parlerà solo degli scontri.
Adesso non ci sarà più spazio per le nostre ragioni”.
E c'è chi non vuole arrendersi.
E mostrare al Paese che l'altra Italia non finisce in un blindato in fiamme a piazza San Giovanni.
La giornata era partita in modo diverso.
A piazza della Repubblica, già piena poco dopo mezzogiorno, arrivano in massa: studenti, precari, rappresentanti dei partiti. Operai, esponenti dei collettivi, sindacati di base.
Dopo ore passate in treno o sugli autobus.
Microlotte.
Microfratture nel tessuto sociale del Paese.
Unite in un fronte comune.
Per lanciare un'alternativa di sistema: ripensare il modello di sviluppo, abolire l'egemonia della finanza e del mercato, costruire una nuova politica.
Basata sulle esigenze delle persone e non su quella delle banche e delle istituzioni economiche sovranazionali.
E le etichette vanno strette a tutti:
“Non siamo indignati, non siamo il popolo del no, non siamo l'antipolitica”.
Ma le uniche energie disponibili per “portare l'Europa e l'Italia oltre la crisi”.
Ma in tanti, la violenza non cancella lo sforzo fatto.
Un lavoro di mesi per raccordare gruppi e battaglie.
I No Tav, i No dal Molin, sono tra i primi a occupare in modo pacifico la piazza.
Ragazzi, certo.
Ma anche molti genitori.
“Sono qui con i miei figli perchè credo nella loro battaglia, nel loro impegno”.
L'orizzonte, la prospettiva è comune a molti: trasformare l'indignazione, renderla il carburante per elaborare e disegnare nuovi scenari politici.
“Basta con le sigle, abituiamoci a pensare che siamo persone, individui che mettono insieme esperienze, conoscenze”.
Una rete.
Tenuta insieme anche dal disagio e dalla stanchezza per le politiche del governo Berlusconi.
E che, con le strade di Roma sullo sfondo, cerca un primo, reciproco, contatto.
“E' solo il primo passo per un cammino comune”.
“La nostra indignazione non è un dato nuovo, dura da più di un decennio”, dice Nunzio, 31 anni, laurea in lingue, precario e con la voglia di lasciare l'Italia.
“La situazione della mia generazione è diventata insostenibile”.
E se ne esce solo “con un'azione capillare, diffusa”.
Se ne esce solo dando vita a un “movimento critico, che si opponga alla classe politica e quella economica”.
Una lotta dal basso per “influenzare e cambiare la classe politica: perché solo così possiamo rendere concreta l'alternativa”.
Senza paura per il confronto:
“Conosciamo le dinamiche sociali che scorrono in profondità meglio di chi ci governa. Le abbiamo studiate, le viviamo sulla nostra pelle.
E vogliamo contribuire a cambiarle”.
Poco dopo le 13, la piazza si anima.
Una decina di ragazzi entra nell'atrio dell'Hotel Esedra.
Sale rapidamente le scale, raggiungendo l'ultimo piano.
Hanno con se uno striscione, cercano di calarlo, di mostrarlo a tutti.
Ma vengono fermati.
E sempre più spezzoni si aggiungono al corteo.
Anarchici, associazioni di volontariato, Ong.
La speranza è unica.
“Spero che cambi il sistema.
E quella di oggi è un'occasione”, dice Lucilla, volontaria dell'associazione A Sud.
Ripensare il proprio stare insieme, elaborare un nuovo senso di comunità.
“Il sistema è profondamente ingiusto, pagano sempre i soliti”.
Poi Maria, 30 anni, un contratto a termine con il Parlamento Europeo per organizzare seminari alla Sapienza:
“Certo, quando vivo giornate come questa la voglia di restare in Italia si rafforza.
Ma a fine mese la mia voglia di restare non mi serve a pagare l'affitto”.
L'arrivo degli studenti provenienti da piazzale Aldo Moro, alle 14, è accolto da un boato.
Gli operai dei sindacati di base li guardano con un sorriso, fanno segni di approvazione con il capo.
Poi si lasciano andare ad un lungo sfogo.
“Oggi il sentimento principale è la gioia di ritrovarsi.
Ma portiamo addosso un sacco di rabbia.
Le nostri condizioni di lavoro peggiorano giorno dopo giorno nell'indifferenza generale”.
Ma “vogliamo trasformare tutta questa energia negativa in qualcosa di utile, in politica.
Vogliamo vivere nell'Italia dei lavoratori, non nell'Italia dei faccendieri.
Vorremmo che chi Silvio Berlusconi, invece di sorridere provasse una sana vergogna: sta sabotando la nostra democrazia giorno dopo giorno”.
Tanti esponenti dei partiti.
Nonostante le accuse di essere una casta.
Nonostante la litania ripetuta da tante parti del movimento:
“Non vi vogliamo”.
Ma leader, dirigenti e militanti, portano un semplice messaggio.
“Siamo qui per ascoltare, con umiltà.
Sappiamo che le forme della politica vanno ripensate che i partiti e i movimenti organizzati non bastano più”, dice Peppe De Cristofaro, ex parlamentare ed esponente di Sinistra e Libertà. “
Ci chiedono un'inversione di rotta radicale: criticano in modo feroce il centrodestra e non risparmiano accuse al centrosinistra”.
Ma non si tratta di “antipolitica: ci chiedono di ripensare la delega e la rappresentanza.
Ed è l'unico modo che i partiti hanno per far fronte alle nuove istanze sociali”.
Poi gli scontri.
La violenza inaspettata.
C'è chi si ferma.
E chi decide di continuare nonostante tutto.
A piazza Vittorio si ritrovano precari, Fiom e Giovani democratici.
Fausto Raciti:
“Siamo rimasti molto colpiti dalla maggior parte dei manifestanti pacifici che hanno espulso più volte dal corteo i violenti.
E’ il segno di una piazza consapevole che vuole allargare gli spazi della democrazia e non farli restringere.
Ci impegneremo affinché la violenza di pochi non oscuri le ragioni di quel 99% che oggi era a manifestare”.
Al lavoro
per riprendere il cammino.
di Carmine Saviano
fonte : repubblica.it - http://goo.gl/259b6
Testimonianza
Sono un avvocato sessantenne, moderato e pacifista ed ho voluto partecipare alla manifestazione di oggi per doverosa solidarietà verso una gioventù senza futuro. Ritorno ora a casa più indignato degli indignados che vi hanno aderito, per quello che ho visto. La partecipazione di centinaia di migliaia di persone pacifiche, moltissimi giovani ma anche tanti adulti e anziani è stata cancellata da non più di due/trecento facinorosi palesemente infiltrati ed etero diretti, con una pianificazione a tavolino chiaramente finalizzata a neutralizzare l’imponente corteo ed a mandare a pallino la manifestazione. Se le forze dell’ordine e i noti “servizi” non sono i mandanti e gli istigatori, come pure si potrebbe ipotizzare visto i vantaggi che la violenza di oggi ha portato al mulino di un governo ormai alla frutta, sono sicuramente responsabili di un comportamento dolosamente omissivo o palesemente inadeguato. Due episodi tra tutti, di cui sono stato testimone oculare con numerose altre persone disposte a confermare, lo comprovano.
Il primo. Tutte le traverse di via Cavour erano rigorosamente presidiate da blindati delle forze dell’ordine tranne via Giovanni Amendola. Da quella strada, guarda caso, all’improvviso si sono materializzati una settantina di sedicenti “red block” a volto mascherato con caschi e bastoni e bandiere rosse di una inesistente organizzazione di sinistra. Marciavano compatti e, francamente, sembravano un ben inquadrato plotone di figuranti più che disorganizzati e abborracciati violenti. Mi sono precipitato nella strada parallela, da cui i medesimi erano ben visibili, sollecitando l’intervento dei carabinieri ivi presenti attese le palesi violazioni del Testo Unico delle leggi sulla Pubblica Sicurezza (volto coperto, armi improprie ecc.). Mi hanno risposto che avevano disposizione di non muoversi da lì’.
Il secondo. Di ritorno dalla manifestazione, ormai irrimediabilmente naufragata a seguito delle violenze degli “infiltrati”, strategicamente collocati in più luoghi e in diversi punti del lunghissimo corteo, io, mia moglie e mia figlia, assieme ad altre numerose persone, notiamo in via Napoleone III una ventina di violenti facinorosi che avevano bloccato con i cassonetti la strada verso Piazza Vittorio e che si muovevano indisturbati. Mentre dal lato di via Gioberti, la strada era presidiata da macchine della polizia municipale. La piccola folla di pacifici manifestanti radunata vicino alla polizia municipale esprime la sua meraviglia per la totale assenza delle forze dell’ordine, pure presenti in massa nelle adiacenze e il loro mancato intervento per bloccare, arrestare ed individuare i giovani con bastoni e caschi. I vigili presenti si uniscono all’indignazione e assicurano di aver sollecitato inutilmente via radio l’intervento della polizia. Mia figlia si avvicina ai violenti per fotografarli e viene a sua volta fotografata da uno di essi, inspiegabilmente munito di macchina fotografica con teleobiettivo (un black-block appassionato di fotografia?).
Cordiali saluti. Avv. Bruno Biscotto 15-10-2011 20:15 - I black block sono del SISTEMA!
avv Bruno Biscotto
commento al fuori pagina de il Manifesto del 15 ottobre 2011
fonte: http://goo.gl/oSPtA