EGITTO: E' POSSIBILE UN DIALOGO TRA FRATELLI MUSULMANI E U.S.A? * * * paola
fonte: http://goo.gl/5g6IW
USA e Fratelli Musulmani: un dialogo poco promettente
Le recenti dichiarazioni di Hillary Clinton sanciscono l’apertura di un dialogo ufficiale fra Washington e i Fratelli Musulmani egiziani; ma con ogni probabilità, tale dialogo sarà carico di scetticismo e, in ultima istanza, di breve durata – sostiene l’analista egiziano Khalil El-Anani
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Quando Hillary Clinton ha dichiarato che l’amministrazione americana intende dialogare con i Fratelli Musulmani, l’annuncio non ha colto di sorpresa nessuno. È apparso strano, piuttosto, che il segretario di Stato ci abbia messo così tanto tempo per fare questa dichiarazione. Washington avrebbe potuto iniziare a “dialogare” con i Fratelli Musulmani sin dal momento in cui Hosni Mubarak aveva lasciato la carica, non solo perché la Fratellanza Musulmana sarebbe probabilmente stata un attore importante nella fase post-25 gennaio, ma poiché l’ostacolo che aveva impedito il dialogo fino a quel momento – e cioè il regime di Mubarak – non c’era più.
La cosa interessante dell’annuncio della Clinton non è il suo contenuto, ma il fatto che sia stata proprio lei a farlo. Questa è la prima volta che un alto funzionario americano ha affrontato il tema, segno che ora gli americani vedono la Fratellanza Musulmana più come una forza politica con cui fare i conti che non come una minaccia alla sicurezza.
Negli ultimi tre decenni, da quando Anwar El-Sadat fu assassinato nel 1981, il fascicolo riguardante i Fratelli Musulmani è stato gestito dal Consiglio della Sicurezza Nazionale americano. Quest’ultimo ha sempre considerato la Fratellanza come uno dei tanti gruppi estremisti, non molto diverso ad esempio dalla Jihad Islamica, e di conseguenza non come un degno interlocutore. Dopo la Rivoluzione del 25 gennaio, sembra che il fascicolo dei Fratelli Musulmani sia stato spostato dal Consiglio della Sicurezza Nazionale al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca.
A mio parere, la Clinton non ha solo inviato un segnale ai Fratelli Musulmani, ma a tutti quegli americani che continuano a rifiutare ogni dialogo con gli islamisti. Il segretario di Stato stava probabilmente cercando di capire come la destra conservatrice e la lobby israeliana in America avrebbero reagito ad un futuro dialogo con i Fratelli Musulmani.
Alcuni funzionari americani si oppongono ancora alla normalizzazione dei rapporti tra Washington e i Fratelli Musulmani, non solo per le posizioni religiose di questi ultimi, ma anche a causa delle loro politiche nei confronti di Israele e dei loro legami con Hamas.
Ci sono due correnti, all’interno degli Stati Uniti, che hanno visioni opposte
su come gestire i Fratelli Musulmani. In primo luogo abbiamo i “pragmatici” nel Dipartimento di Stato e nella Casa Bianca, che credono nel dialogo con la Fratellanza, non perché tale dialogo gli piaccia ma perché ignorare questa forza politica potrebbe rivelarsi troppo rischioso per gli interessi statunitensi. Riassumendo il punto di vista “pragmatico”, il portavoce del Dipartimento di Stato Mark Toner, ha recentemente affermato che dialogare con i Fratelli Musulmani sarebbe nel miglior interesse degli Stati Uniti.
Vi sono poi i sostenitori della linea dura, che si oppongono a qualsiasi comunicazione tra Washington e la Fratellanza Musulmana, e non hanno alcuna voglia di riconoscere le sfumature del programma della Fratellanza, e delle sue intenzioni religiose e politiche. Per loro, dialogare con i Fratelli Musulmani sarebbe come cedere agli estremisti. Numerosi membri del Congresso, funzionari della CIA, nonché centri di ricerca affiliati al movimento sionista, si associano a questo punto di vista.
Ciò spiega la riluttanza con cui gli americani hanno affrontato la questione del dialogo con i Fratelli Musulmani. Sono dovuti trascorrere ben sei mesi, dopo la Rivoluzione del 25 gennaio, prima che la Clinton facesse la sua dichiarazione. Durante questo periodo, Washington ha aspettato di vedere quanto la Fratellanza Musulmana sarebbe stata potente nel nuovo panorama politico egiziano, e quante possibilità c’erano che essa rimanesse un importante attore politico nel futuro. Washington, tra l’altro, non si è fatta alcun problema a parlare con i liberali, i laici e i giovani attivisti sin dal primo giorno.
festa della fratellanza musulmana
Il fatto che la Fratellanza Musulmana non sia più un gruppo vietato per legge, ma sia diventata un gruppo che ha un partito politico ufficialmente registrato, deve aver influenzato il modo di pensare degli Stati Uniti. Una volta formato il Partito della Libertà e della Giustizia (PLG), gli americani non avevano più scuse per non aprire un dialogo con i Fratelli Musulmani.
È interessante notare che l’annuncio della Clinton sembra però aver scombussolato la Fratellanza. Mentre i funzionari del PLG sembrano essere soddisfatti della richiesta di dialogo lanciata dagli Stati Uniti, l’Ufficio direttivo della Fratellanza è sembrato un po’ disinteressato, e addirittura desideroso di smorzare l’entusiasmo del partito.
Nel complesso, i funzionari della Fratellanza Musulmana – che negano di aver avuto alcun colloquio ufficiale con gli Stati Uniti negli ultimi anni – sostengono che le trattative con gli americani dovranno basarsi sul rispetto reciproco e sulla non interferenza da parte di Washington negli affari egiziani.
All’interno della Fratellanza Musulmana, ad ogni modo, persistono differenze su come reagire agli americani. I conservatori sostengono
che i Fratelli Musulmani non debbano intrattenere alcun dialogo con Washington finché quest’ultima non cambierà la sua politica in relazione a tematiche quali la questione palestinese, Hamas e il Sudan. Rashad El-Bayoumi, Mahmoud Ezzat e Mahmoud Hussein, così come altri membri del Consiglio direttivo, sembrano aderire a questa posizione.
In alternativa, i “pragmatici” del PLG accolgono con favore un dialogo con gli Stati Uniti e ritengono ci sia un certo margine per la cooperazione e la comprensione. Il segretario generale del PLG, Mohamed Saad Al-Katatni, che ha incontrato una delegazione del Congresso degli Stati Uniti nel 2006, è noto per essere un sostenitore del dialogo.
Il dialogo con gli americani potrebbe però rivelarsi problematico per la Fratellanza Musulmana, che dovrebbe conciliare la sua retorica politica con la realtà delle politiche statunitensi in Medio Oriente. Potrebbe non essere facile per i leader della Fratellanza convincere i propri ranghi che il dialogo con gli americani sia una buona idea.
Gran parte del capitale politico dei Fratelli Musulmani dipende dalla loro opposizione alle politiche americane nella regione. Spesso i Fratelli Musulmani accomunano Tel Aviv e Washington, raffigurando entrambe come esempi di imperialismo ed egemonia occidentali.
Con ogni probabilità, il dialogo tra i Fratelli Musulmani e Washington sarà denso di scetticismo e, in ultima istanza, di breve durata. Presto entrambe la parti si renderanno conto che la notevole buona volontà necessaria per riconciliare le loro posizioni scarseggia.
(Khalil El-Anani è un analista egiziano; è ricercatore presso la School of Government and International Affairs dell’Università di Durham)
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