EURO. CHI VINCERA' LA GUERRA TRA NORD E SUD??? LA DOMANDA POTREBBE APPARIRE RERORICA???!!

Pubblicato il da tommasoliguori50

 

Ecco i veri danni del downgrading1-copia-1.gif

di Federico Rampini
Nella raffica dei downgrading contro l’Europa, il più gravido di conseguenze è la revoca della “tripla A” alla Francia, anche se è l’Italia a subire una sanzione record con due punti persi in un colpo solo. Se si aggiunge l’impasse nei negoziati tra i creditori internazionali e la Grecia, questi sono shock le cui conseguenze ci accompagneranno a lungo. E rendono sempre più insostenibile l’attuale inerzia tedesca. L’agenzia di rating Standard & Poor’s aveva avvisato da tempo che le pagelle sui debiti sovrani europei sarebbero state riviste. Ma qualche incertezza rimaneva sull’entità e sulla geografia di queste sanzioni, oltre che sul linguaggio esatto delle motivazioni: che ora fa riferimento esplicito alla mancanza di crescita nei paesi colpiti. Escludendo dai suoi downgrading Germania, Olanda, Belgio e Lussemburgo, la più potente delle agenzie di rating rafforza l’impressione che ci sia un vasto mondo di interessi e di poteri (prevalentemente angloamericani) che ormai ragionano sull’ipotesi di ricostituzione di una 2-copia-20.jpgpiccola Europa omogenea, un mini-euro o neo-marco centrato sul nocciolo duro della Germania più i suoi satelliti di sempre. Questo non significa evocare teorie del complotto, ma constatare che quello scenario è incluso nelle previsioni. S&P può accelerare

“l’auto-realizzazione delle profezie”, se il declassamento della Francia finisce per ripercuotersi sul rating del fondo salva-Stati: questa è la ragione che rende il verdetto contro Parigi particolarmente pesante.

Il fondo salva-Stati, uno degli ultimi argini contro la dissoluzione dell’eurozona, deve raccogliere capitali sui mercati attraverso l’emissione di bond.

La sua affidabilità per gli investitori è la somma delle reputazioni dei suoi azionisti: la Francia è il secondo socio dopo la Germania. Se questo fondo ancora neonato perde colpi alla partenza, viene rimessa in questione la “potenza di fuoco” che l’eurozona ha promesso di mettere in campo: oggi per impedire il default di Portogallo e Irlanda, domani per proteggere dagli assalti Italia e Spagna.

Se si sgretola l’argine di questo fondo europeo, cosa accade? Qui entra in gioco la Grecia, l’altro shock di ieri. Con la possibilità che avvenga il primo default di un paese sviluppato da 60 anni, s’intravvedono perdite “almeno” del 75% per chi detiene buoni del Tesoro greci. Questo dà 3-copia-2.jpegun’idea di ciò che potrebbe accadere se mai un giorno dovesse precipitare uno scenario di “ristrutturazione” o “consolidamento” del debito spagnolo o italiano. Le perdite sarebbero enormi, non solo per le banche ma per i risparmiatori, i pensionati.
Ieri a Parigi l’estrema sinistra ha organizzato una manifestazione di protesta davanti alla sede di Standard & Poor’s, per denunciare “la guerra della finanza contro la Francia”.

Le malefatte delle agenzie di rating sono note, e questo giornale le ha denunciate da tempo. I Signori dei rating, più volte colti in fallo e mai sanzionati, accentuano i rischi di deriva tecnocratica nelle democrazie occidentali. Per fortuna non sono onnipotenti. Il caso del downgrading inflitto l’estate scorsa agli Stati Uniti dimostra che i mercati tengono conto di altri criteri: da allora i Treasury bond Usa si sono rivalutati e i loro tassi sono scesi. Se nei confronti dell’eurozona le bocciature di S&P, Moody’s e Fitch fanno più paura, è perché non incontrano resistenza, non hanno a che fare con un fronte compatto.

Non bastano vertici a ripetizione e comunicati congiunti per supplire alla mancanza di unità politica vera. Stavolta poi S&P ci segnala un problema 4-copia-14.jpgreale:

di sola austerity si muore, e si muore indebitati fino al collo.

Le cure adottate in tutta Europa ci impoveriscono delle risorse necessarie a ripagare le nostre cambiali.
Possiamo sperare, nel caso dell’Italia, che il declassamento a “Bbb+” del nostro debito pubblico sia un non-evento? Che sia stato digerito in anticipo dai mercati, come dimostrerebbe il buon andamento di alcune aste recenti dei nostri titoli pubblici? Prestiamo attenzione a quel che si dice a Wall Street: che molte aste di titoli pubblici europei sono “truccate” nei fatti; perché la Bce presta fondi quasi gratis alle banche, le quali poi li reinvestono in buoni del Tesoro dei rispettivi paesi. Una partita di giro, dietro la quale c’è la sapiente regìa di Mario Draghi. Ottimo lavoro, il suo, per spegnere l’incendio della paura e tamponare le falle nei bilanci bancari. Ma può essere pericoloso attribuire al pompiere poteri superiori a quelli che ha. In questo caso, sarebbe più rassicurante se alle aste dei nostri Btp si presentassero Warren Buffett, il colosso Pimco, altri professionisti privati dell’investimento che rischiano capitali propri e degli azionisti, non i prestiti agevolati della Bce.
L’imbarazzo tedesco davanti agli shock di ieri è evidente. Il ministro delle 5-copia-8.jpgFinanze Wolfgang Schaeuble da Berlino ha sdrammatizzato:

“Non sopravvalutiamo le agenzie di rating”. La verità è che il governo di Angela Merkel è ormai a corto di pretesti e di alibi. Cos’altro può ottenere, dopo aver commissariato mezza Europa? E’ difficile immaginare una “germanizzazione” più spinta di quella che incarnano Mario Monti a Roma, un banchiere centrale al governo di Atene, una svolta conservatrice a Madrid. Il segno delle politiche economiche è tutto orientato verso il rigore tedesco. Col risultato che la recessione già colpisce duramente l’Europa franco-mediterranea, ma lambisce perfino il “centro di comando” germanico. Il massimo esperto di storia delle crisi monetarie, l’americano Barry Eichengreen, non ha dubbi che ci troviamo davanti al bivio tra uno shock “medio-grande” come quello degli anni Settanta, e una deflagrazione dell’eurozona simile al disastro valutario degli anni Trenta. Non ha dubbi neppure su quel che va fatto: “Ristrutturare i debiti pubblici dei paesi dell’Europa meridionale, 6-copia-6.jpgricapitalizzare le loro banche, è indispensabile e sarà costosissimo. L’onere dovrà essere sopportato in maniera sproporzionata dalla Germania, perché è l’unica ad averne i mezzi”. L’austerity applicata a Roma e Parigi, Madrid e Atene, va controbilanciata con robuste manovre di spesa in Germania, e un via libera alla Bce perché svolga lo stesso ruolo strategico che ha la Federal Reserve americana a sostegno della crescita. L’opzione alternativa, cioè la resa alla disgregazione dell’euro, ha costi che neppure Berlino è preparata a sopportare.

di Federico Rampini

fonte: repubblica.it
http://rampini.blogautore.repubblica.it/2012/01/14/ecco-i-veri-danni-del-downgrading/comment-page-1/#comment-95551

 

 

 

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