"UOMINI BLU" DAL DESERTO AL NUCLEARE _ (paola)
Nella distesa desolata del deserto, proprio nella zona del Sahara centrale,
vivono quelli che sono stati definiti "gli ultimi uomini liberi", i leggendari Tuareg. Di origine berbera, un tempo divisi in tribù guerriere eternamente nemiche le une delle altre, vengono chiamati "uomini blu" perché portano sempre un copricapo blu scuro, che, come una maschera, lascia scoperti solo i loro occhi impenetrabili; e la pelle, con gli anni, prende lo stesso colore di quella maschera che non si tolgono mai.
Aristocratici ed alteri, vivono nelle loro tende lussuose: un tempo predoni implacabili e feroci, oggi vivono della pastorizia esercitata dai loro servi.
A loro spetta il merito di aver introdotto
l'utilizzo dei dromedari, animali resistenti, ideali per lunghi trasferimenti ed utili fornitori di latte.
Il loro ordinamento sociale si basa sulla distinzione di quattro classi: i nobili, i vassalli, i servi e gli operai.
I nobili costituiscono la classe più pura e, leggi severe, proibiscono a qualsiasi nobile di sposare una donna di un’altra classe.
Soltanto le donne nobili possono unirsi in matrimonio con un vassallo.
La religione che praticano è l'Islam e le donne hanno una libertà maggiore rispetto ad altre culture islamiche, tra l'altro possono divorziare dal marito. Quando ciò si verifica, dal momento che le tende sono di proprietà della donna, l'ex-marito si ritrova senza un tetto e deve cercare ospitalità presso parenti di sesso femminile (madre o sorelle).
La loro ricchezza è costituita dal bestiame ovino e dai cammelli.
Il "regno" dei Tuareg, può essere compreso nel vastissimo territorio limitato fra il Lago Ciad e i centri di Gadàmes e Timbuctù.
La maggior parte delle tribù vive attorno ai gruppi montuosi dell’Ahaggar, del Tassili e dell’Air, su una estensione di circa un milione e duecentomila chilometri quadrati.
Purtroppo "la civiltà" li stringe sempre più: sono circa 5.000.000 sparsi in un territorio grande quattro volte l'Italia.
Sottomessi dai Francesi intorno agli inizi del Novecento, i Tuareg poterono mantenere a lungo i propri capi e le proprie tradizioni. Ma con la decolonizzazione videro il loro paese frammentato in una serie di Stati, con la conseguente creazione di frontiere e di barriere che rendevano estremamente difficile, quando non impossibile, il modo di vita tradizionale basato sul nomadismo.
L'attrito con i governi al potere si fece sempre più forte e sfociò negli anni
novanta, in aperti scontri tra Tuareg e i governi di Mali e Niger; l'intervento militare, che a volte ha massacrato la popolazione di interi villaggi (Tchin Tabaraden, Niger, maggio 1990), ha causato la morte di molte persone.
Soprattutto nel nord del Niger esistono ancora oggi gruppi di guerriglieri Tuareg che portano avanti la lotta armata per l'indipendenza e l'autodeterminazione politica e culturale del proprio popolo.
Uno dei gruppi più famosi è il Movimento dei Nigeriani per la Giustizia che, oltre alla libertà della gente Tuareg, richiede la democratizzazione della politica del Niger, la fine della repressione sul popolo Tuareg e la sua entrata nella politica decisionale nigeriana, la liberazione dei propri
prigionieri politici, la fine dello sfruttamento intensivo e colonialista del proprio popolo e delle proprie terre, una più equa ripartizione dei proventi che il governo di Niamey trae dalle miniere di uranio svendute alle multinazionali occidentali (come la francese Areva).
L’Areva è la multinazionale leader a livello mondiale nel campo dell’energia nucleare, posseduta al 90 per cento dallo Stato francese. Ma soprattutto è l’unica presente in ogni attività industriale collegata: miniere, chimica, arricchimento, combustibili, ingegneria, propulsione nucleare e reattori, trattamento, riciclaggio, stabilizzazione e stoccaggio delle scorie.
Opera in 40 Paesi con una rete commerciale che ne raggiunge ben 100,
conta quasi 60mila dipendenti e nel 2009 ha fatturato 14 miliardi di euro. Inoltre è la multinazionale che detiene il brevetto dei famosi reattori nucleari europei ad acqua pressurizzata (Epr), cioè quelli che il nostro governo vorrebbe costruire in Italia.
La metà dell’uranio di Areva proviene da Arlit e Akokan, due miniere di un Paese africano poverissimo come il Niger, nonostante la multinazionale francese abbia «proposto questa sua attività come un salvataggio economico di una nazione depressa». Trasformando da oltre
40 anni questo Stato dell’Africa sahariana occidentale, desertico, arido, senza sbocco sul mare e con il più basso indice di sviluppo umano del Pianeta, nel terzo produttore al mondo di uranio.
In quarant’anni nelle miniere sono stati utilizzati 270 miliardi di litri d’acqua impoverendo la falda e contaminandola. Nella regione di Arlit, in quattro campioni di acqua potabile su cinque la concentrazione di uranio è risultata sopra il limite raccomandato dall’Oms.
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