I "DIRITTI UMANI" NON HANNO PREZZO - paola
di Giorgia Fletcher
L'accesso all'acqua e all'energia dovrebbero essere considerati diritti umani fondamentali, e la possibilità di avere acqua potabile un diritto garantito a tutti e non condizionato alla possibilità di pagarlo.
È questo il messaggio ripetuto a Istanbul dai rappresentanti di organizzazioni della società civile dei «paesi meno sviluppati», least developed countries, la definizione escogitata dalle Nazioni unite per definire i paesi (una cinquantina) più poveri al mondo.
Definizione in cui la povertà materiale (in termini di prodotto interno lordo procapite) combacia in modo straordinario con l'esclusione dai processi decisionali mondiali, cosa che di sicuro non stupisce nessuno: del resto, non si può dire che abbia attirato grande attenzione politica e mediatica la «IV Conferenza delle Nazioni unite sulle nazioni meno sviluppate», riunita appunto a Istanbul questa settimana, dove questi paesi «meno sviluppati» rivendicano nel disinteresse generale un mini accordo sul commercio mondiale che garantisca loro un accesso al mercato dei ricchi.
È durante quella conferenza che alcune rappresentanti di ong e reti della società civile hanno sottolineato un'equazione terribile, quella tra povertà femminile e mancanza di accesso all'acqua (ne riferisce un dispaccio dell'agenzia Interpress Service, da cui abbiamo tratto le citazioni che seguono).
Le donne, ha spiegato Wubitu Hailu, direttrice dell'organizzazione etiopica Kulich Youth reproductive Health and Development Organization, «Sono quelle che sopportano il maggior peso delle ristrettezze economiche e sociale». Spiega: «In Etiopia le donne camminano per lunghe distanze per andare a cercare l'acqua, e rischiano di essere aggredite, violentate o rapite. Così finiscono con un matrimonio arrangiato, gravidanze precoci, figli che non volevano».
Il ciclo della povertà è così perpetrato dal semplice fatto che lo stato non è in grado di fornire acqua ed elettricità, servizi essenziali molto spesso negati a gran parte della popolazione di paesi come il suo. Dato inconfutabile: per circa 2,5 miliardi di persone al mondo le attività quotidiane di illuminare casa, cucinare, scaldare l'acqua, o anche solo avere acqua da bere, restano un lavoro non ovvio, una sorta di sfida da vincere ogni giorno.
È per questo che Maria Lourdes Tabios Nuera, rappresentante della rete internazionale Jubilee South per l'Asia e Pacifico, dice che acqua e luce dovrebbero restare un diritto universale e gratuito. «Le fonti d'acqua vanno condivise in modo equo da tutti, e vanno protette e gestite in modo appropriato, democratico e sostenibile», ha detto Nuera, e questo significa che «il controllo sulle risorse idriche e sul servizio di distribuzione deve restare in mani pubbliche, non privatizzato».

Ecco il punto: negli ultimi vent'anni, nei paesi «meno sviluppati» come ovunque, la pressione a privatizzare l'acqua è stata fortissima, col risultato che poche aziende multinazionali globali controllato l'intero mercato delle risorse e servizi idrici. La rappresentante di Jubilee South (un movimento nato negli anni Novanta per affrontare il nesso tra debito internazionale e sviluppo) fa appello a un movimento mondiale contro «l'ingiustizia dell'acqua» e la tendenza a privatizzare.
E lo stesso per l'energia elettrica. «Facciamo appello a ristrutturare la proprietà delle risorse, della produzione e del consumo (di acqua ed energia, ndr) e a trasformare l'economia e il sistema finanziario globale, riconoscendo che questa è la sola soluzione strategica per garantire che l'industria energetica mondiale sia gestita in modo equo, democratico e ben distribuito».
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