"I MARI CALDI" DEL SUD EST ASIATICO
La temperatura delle acque dell’Oceano Indiano, così come di quelle del Pacifico, si sta rapidamente alzando, e per una volta possiamo non dare la colpa al surriscaldamento globale.
E’ ormai opinione diffusa che i mari caldi del Sud Est Asiatico siano diventati il nuovo scacchiere della politica di potenza nel Terzo Millennio. Ma quello che potrebbe sembrare sorprendente – mentre non lo è per niente – è l’affacciarsi della Birmania sulla scena della politica regionale. A lungo un pariah nell’area e con un tasso di crescita economica ben inferiore rispetto quello dei suoi vicini, la Birmania è stata considerata negli ultimi venti anni un attore marginale nella geopolitica del continente.
A quanto pare ancora per poco, come dimostra la visita di Hillary Clinton della scorsa settimana in abito birmano e perle alle orecchie (in omaggio allo stile di Aung San Suu Kyi). La cronaca patinata di questo storico evento in realtà è solo la punta dell’iceberg della nuova strategia statunitense, definita sinteticamente dal Quotidiano del Popolo cinese come “fare danni ovunque”.
Il Presidente Obama nel suo recente discorso al parlamento australiano e la stessa Clinton in un articolo su Foreign Policy Magazine hanno sposato la stessa ipotesi iniziale: gli USA stanno inaugurando il loro “Secolo Pacifico” – riferito all’Oceano e non al fatto che smetteranno di fare guerre – e vogliono esserne i protagonisti incontrastati.
E’ noto che in Asia Orientale risiedano da sempre interessi vitali per Washington, in termini sia economici sia geostrategici. Questa nuova postura non coglie quindi troppo di sorpresa. La novità però è che l’Asia di oggi non è l’Asia d’inizio ‘900 e nemmeno l’Asia di cinque anni fa.
In questo quadro i “quindici minuti di gloria” della Birmania, Paese che oltretutto ha appena conquistato la presidenza dell’ASEAN, sembrano destinati a durare più a lungo del previsto. Ciò che è certo è che per Naypyidau sarà un percorso ad ostacoli, sempre sotto l’occhio vigile della corteggiatissima Aung San Suu Kyi, in grado riportare il popolo in piazza quando vuole. E soprattutto, a limitare ulteriormente lo spazio di manovra della politica estera birmana, c’è l’ineluttabile morsa di due giganti – la Cina e gli USA – tra i quali il paese si trova intrappolato.
Da parte americana la visita della Clinton ha mutato solo formalmente le relazioni tra gli Stati Uniti e l’antica colonia britannica, poiché le relazioni diplomatiche sono ancora ufficialmente sospese e l’embargo e le sanzioni economiche – rinnovate due mesi fa – sono tuttora in vigore.
Come da copione, il Segretario di Stato si è mostrato disponibile ad aprire trattative in merito, a condizione però che il nuovo e tanto lodato governo civile (in realtà ancora dipendente dalla giunta militare che è stata al potere negli ultimi due decenni) si impegni in una maggiore democratizzazione delle istituzioni e nella costruzione di un solido Stato di diritto.
Sicuramente agli USA stanno molto a cuore le centinaia di dissidenti politici ancora dietro le sbarre delle prigioni birmane, ma i calcoli politici di Washington sono ben più complessi e non possono essere letti senza considerare il fatto che l’ascesa di Pechino e i dossier nucleare nord coreano impongono agli USA di serrare i ranghi con i suoi alleati nella regione.
Intanto la Cina scalpita. La reazione ufficiale alla visita della Clinton è stata piuttosto cauta e i leader cinesi si sono espressi favorevolmente riguardo alle prospettive di distensione nei rapporti tra Washington e Naypyidaw. Poco dopo però, la stampa – di fatto, un braccio del Partito Comunista – ha usato toni ben più aggressivi riguardo a quello che appare come l’ennesimo stratagemma americano per monopolizzare la regione.
In realtà la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la notizia, a fine ottobre, della sospensione della costruzione della controversa diga sull’Irrawaddy, frutto di un accordo tra la China Power Investment Corp.
e la compagnia birmana Asia World (sostenuta dalla giunta militare). In quell’occasione il neo-Presidente Thein Sein aveva ceduto alla pressione del partito di Aung San Suu Kyi, motivando tale decisione con il rispetto della volontà popolare.
Espressione piuttosto curiosa in un Paese in cui la volontà popolare non è mai stata in cima alla lista delle priorità nell’agenda politica dei suoi leader. Di conseguenza appare comprensibile come la giustificazione del Presidente abbia immediatamente alimentato i sospetti cinesi di un’ingerenza americana nella questione.
Ipotesi credibile, sebbene non ancora dimostrata, che però accresce la preoccupazione di Pechino in merito all’attivismo americano nella regione, interpretato come un tentativo di accerchiamento in chiave anti-cinese.
L’applauso della stampa occidentale per la svolta birmana potrebbe però essere prematuro, se non proprio errato. Infatti, a oggi, la Birmania è ancora parte di quella che è stata definita da Samuel Huntington “la
sfera di coprosperità cinese”. Pechino possiede ingenti investimenti per quasi 10 miliardi di dollari in settori come il gas, l’energia idroelettrica e le infrastrutture birmane. Per non menzionare l’importanza strategica
di porti come Yangoon o l’oleodotto Yunnan-Chongqing, che costituiscono per la Cina uno sbocco fondamentale sul Golfo del Bengala in direzione del Medio Oriente e dell’Africa.
I cinesi sanno che le basi del loro rapporto con Naypyidaw sono più solide di quello che vanno proclamando i giornali di mezzo mondo: sicuramente la questione della diga sull’Irrawaddy rappresenta un punto di frizione, ma la visita della Clinton non significa che la Birmania abbia deciso di voltare le spalle a Pechino.
Ciò è dimostrato dal fatto che Min Aung Hlaing, comandante in capo delle forze armate birmane, quarantotto ore prima dell’arrivo del Segretario di Stato Americano si sia recato a Pechino per incontrare – e forse rassicurare – il Vice-Presidente e futuro leader della RPC, Xi Jinping.
Non sarà che Myanmar stia diventando la “bella dama dai giri di valzer” del nuovo millennio? Ai leader birmani la scelta, o la non-scelta, tra l’aquila e il drago e la raccomandazione che allearsi con il nemico più lontano per combattere il nemico più vicino non sempre è vincente.
di Chiara Radini
