IL DOPOGUERRA LIBICO
Il 21 agosto scorso, dopo all’incirca 6 mesi di furiosi combattimenti in Libia che hanno visto in azione anche l’Alleanza Atlantica, i ribelli sono giunti alle porte di Tripoli, fino a qualche tempo prima roccaforte del regime. La capitale è caduta dopo pochi giorni. Complice la fuga di Gheddafi e la resistenza che infuria in molte parti del Paese; le difficoltà incontrate dal Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) e, soprattutto, gli interessi delle potenze occidentali sulle risorse libiche, la guerra in Libia non sembra finita. Oppure, per essere più ottimisti, in Libia è appena cominciato un dopoguerra molto lungo, caratterizzato da tensioni interne e pressioni esterne che mettono a rischio il futuro del Paese.
La corsa all’accaparramento delle risorse libiche sembra essere iniziata già prima della fine del conflitto. Con le truppe dei ribelli ancora alle porte di Sirte, le principali potenze occidentali hanno iniziato un processo di riposizionamento o di difesa di posizioni acquisite per sfruttare il gas ed il petrolio libico. Vediamo nel dettaglio l’attuale posizione delle forze in campo.
La Conferenza di Parigi ed il ruolo della Francia
Il 1° settembre scorso a Parigi, subito dopo la caduta di Tripoli, si è tenuta la Conferenza degli Amici della Libia (così è stato ribattezzato il Gruppo di Contatto che comprende all’incirca 60 Paesi ed organizzazioni internazionali).
La Conferenza ha sancito il riconoscimento ormai quasi unanime del CNT quale unico rappresentante del popolo libico. Dopo il riconoscimento della Russia, avvenuto durante la suddetta Conferenza, e le ambiguità della Cina, a disconoscere il regime di Bengasi restano il Venezuela (il cui Presidente Chavez ha una forte amicizia con Gheddafi) e l’Algeria, pronta a riconoscere però in futuro un Governo di unità nazionale che rappresenti tutte le area e le regioni della Libia.
Ma durante la conferenza è stato stabilito l’immediato scongelamento di una parte dei 50 miliardi di euro di beni libici sequestrati subito dopo l’inizio delle ostilità. Si tratta di 15 miliardi che serviranno alla ricostruzione immediata del Paese, ed a riattivare le principali infrastrutture ed i servizi necessari per la sopravvivenza della popolazione.
Di questi circa 500 milioni sono già stati sbloccati dall’Italia che per bocca del Ministro degli Esteri Frattini si dice già pronta a scongelare 2,5 miliardi. La Francia ha subito affermato che sbloccherà immediatamente 1,5 miliardi di euro, ma per effettuare l’operazione bisognerà attendere il via libera delle Nazioni Unite. La maggior parte di beni libici congelati appartiene comunque agli Stati Uniti, che dispongono di circa 30 miliardi di dollari in seguito al sequestro effettuato a fine febbraio scorso.
A Parigi si sono discussi anche gli aspetti istituzionali della nuova Libia, ed a tal fine il CNT si è impegnato ad eleggere un’Assemblea Costituente entro 8 mesi dalla conclusione delle ostilità, e ad effettuare le prime elezioni legislative entro 20 mesi. È inoltre circolato a lungo un nuovo progetto di costituzione, elaborato dal CNT, in grado di garantire un’adeguata rappresentanza democratica per la nuova Libia, nel pieno rispetto delle tradizioni e dei valori islamici.
Nell’articolo 1 di tale bozza sarebbe infatti stabilito che l’Islam è la religione dello Stato e la Shari’a la principale fonte della legislazione. Ciò ha subito suscitato una certa preoccupazioni da molti ambienti che temono lo scivolamento della Libia da uno Stato dittatoriale, che negli ultimi tempi aveva raggiunto un modus vivendi di reciproci interessi con l’Occidente, verso uno Stato islamico sulle sponde del Mediterraneo, frutto della cosiddetta primavera araba. Il processo è ancora in corso per cui sarebbe prematuro parlarne prima di un suo esito od una sua conclusione.

Ma la conferenza di Parigi è servita soprattutto a sancire la preminenza degli interessi francesi sulla nuova Libia all’indomani del conflitto. Il giorno stesso della conferenza di Parigi, infatti, il quotidiano francese Libération ha pubblicato uno scoop su un accordo tra la Francia ed il CNT. Secondo quanto riportato nell’accordo, risalente al mese di aprile scorso, il CNT ha riconosciuto a Parigi il diritto di sfruttamento sul 35% delle risorse petrolifere del Paese in cambio del sostegno totale per il Consiglio di Bengasi durante il conflitto.
Sia le autorità francesi che il CNT hanno immediatamente negato l’esistenza di un tale accordo, ma hanno nel contempo riconosciuto che le decisioni sullo sfruttamento delle risorse petrolifere libiche saranno in futuro effettuate in base al giusto riconoscimento del sostegno ricevuto dai ribelli contro la repressione di Gheddafi. E la Francia, in base a tale ragionamento, occuperà una posizione di primo piano. Parigi è stata la principale promotrice dell’intervento occidentale in Libia, assieme a Londra. Ed ha guidato la coalizione occidentale fin quando le operazioni militari non sono state spostate sotto la guida dell’Alleanza Atlantica.
Di sicuro le preoccupazioni del Presidente francese Nicolas Sarkozy sono state anche di carattere umanitario, ma l’intransigenza francese affonda le sue radici soprattutto nel campo elettorale (visto il calo di popolarità del Presidente e la sconfitta alle amministrative dello scorso anno per il suo partito UMP) ed economico.
Prima dello scoppio del conflitto le società energetiche francesi, tra cui la Total, erano presenti in Libia con una quota di mercato del 14% su gas e petrolio. È ragionevole aspettarsi che tale quota sarà destinata ad aumentare nel breve periodo, per il ruolo di supporto avuto da Parigi durante l’operazione, un ruolo non certo disinteressato.
Secondo le stime dell’OPEC, la Libia è infatti il quarto produttore di petrolio africano, dopo Nigeria, Algeria ed Angola, con una produzione giornaliera di 1,8 milioni di barili al giorno e riserve valutate in 47,10 miliardi di barili, mentre per il gas le riserve sono stimate il 1.495 miliardi di metri cubi.
L’Italia e la difesa delle posizioni acquisite
Una situazione diametralmente opposta sembra essere quella dell’Italia, che dal 1959 grazie all’ENI è infatti presente nel Paese diventando di gran lunga la prima compagnia in termini di estrazioni di idrocarburi.
Il 29 agosto scorso, poco prima quindi della Conferenza di Parigi, l’amministratore delegato dell’ENI Paolo Scaroni ha firmato a Bengasi un
primo contratto di fornitura di gas e petrolio per le esigenze della popolazione libica, da pagare con future commesse di altrettanti beni.
Tale contratto rappresenta una prima conferma dell’importanza della società energetica italiana in Libia. La firma dell’accordo arriva qualche giorno dopo il vertice di Milano tra il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed il Primo Ministro del CNT Mahmud Jibril: in tale vertice è stato esplicitamente confermato il rispetto degli accordi siglati dall’Italia con il precedente regime di Gheddafi, ed in particolare l’accordo di amicizia e cooperazione del 2008, inclusi tutti i contratti già stipulati con le varie imprese italiane e gli investimenti di 5 miliardi come compensazione per lo sfruttamento coloniale.
L’Italia insomma sembra voler giocare d’anticipo rispetto agli alleati, come dimostra anche la nomina del nuovo rappresentante diplomatico a Tripoli nella persona dell’Ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi. La preoccupazione principale del Governo italiano è un eventuale sorpasso da parte dei francesi nello sfruttamento delle immense risorse energetiche del Paese, complice la passata vicinanza italiana al regime di Gheddafi.
Ma dalla parte dell’Italia giocano alcuni fattori da tenere senz’altro presente: innanzitutto una conoscenza approfondita e completa del territorio libico che fornisce all’Italia il 29% delle proprie esportazioni di oro nero, all’incirca, cioè 360.000 barili al giorno. Oltretutto vi è da aggiungere la connessione diretta già esistente tra Libia ed Italia grazie al gasdotto Greenstream, che fa dell’Italia il principale mercato di sbocco del gas libico, facendo approdare in Italia 9,2 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno.
Molto più problematiche sono le questioni politiche. Se è vero che il governo di Silvio Berlusconi è stato tra i principali amici del regime di Gheddafi, vi è anche da aggiungere che sono numerosi i Paesi ad aver stretto legami diplomatici ed economici con Tripoli negli ultimi anni, e nella lista figurano anche Paesi insospettabili che negli ultimi mesi sono divenuti acerrimi nemici del dittatore libico.
Non bisogna inoltre sottovalutare la nutrita presenza in seno al CNT di esponenti del vecchio regime: il Segretario Generale del CNT Mustafa Abdel Jalil è stato ex Ministro della Giustizia del regime di Gheddafi; lo stesso Jibril invece è stato ex Capo dell’Ufficio Nazionale per lo Sviluppo Economico del precedente regime. E così via si potrebbero elencare diversi altri casi.
Insomma, dietro il cambio rivoluzionario di regime, si nasconde una continuità di personale politico ed amministrativo che di certo non dispiacerà a Roma. Almeno fino alle prossime elezioni politiche, da tenersi non oltre i 20 mesi da ora.
Il caso della Gran Bretagna
Anche il Governo inglese di David Cameron è stato tra i principali sostenitori dell’intervento in Libia. Anzi, si può senz’altro affermare che il tandem franco-britannico è stato il principale sostegno dei ribelli libici. E così come la Francia e l’Italia, anche la Gran Bretagna ha i suoi interessi economici in Libia, in termini di giacimenti petroliferi ed estrazione di gas. Il problema è che la Libia per la compagnia British Petroleum (BP) sembrerebbe essere l’ultima spiaggia per riguadagnare quota.
Dopo il disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico dello scorso anno e l’accordo sfumato quest’anno con la compagnia russa Rosneft, la Libia per BP sembrerebbe essere l’ultima carta. Ma, anche in questo caso, molti degli accordi fatti dalla BP per l’estrazione del petrolio libico sono stati fatti con il regime precedente. Ed hanno l’aggravante di essere finiti anche sotto inchiesta: l’accordo del 2007 per la perforazione nel Golfo della Sirte sarebbe stato sbloccato infatti solo l’anno scorso da Gheddafi dopo aver ottenuto dal Governo scozzese la liberazione di Abdelbaset Al-Meghrai, cittadino libico condannato per la strage di Lockerbie del 1988.
Ed un’inchiesta avviata dagli Stati Uniti avrebbe accertato pressioni indebite da parte della BP per la consegna di Al-Meghrai alle autorità libiche. Oltretutto con la caduta di Gheddafi si sono fatte più insistenti le richieste di una estradizione di Al-Megrahi dalla Libia, ma il suo stato di salute sembra effettivamente avvalorare la tesi ufficiale che giustificava il suo ritorno in Libia.
Di sicuro gli interessi economici si associano a quelli elettorali, in un momento in cui la leadership di David Cameron sembra vacillare, e l’intero Paese sembra sull’orlo di una crisi di nervi come le rivolte di agosto hanno dimostrato. Il diversivo della guerra in Libia ha in questo caso offerto sia alla Francia che alla Gran Bretagna una buona occasione per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne che la tempesta finanziaria sull’euro sta provocando all’interno dei rispettivi Paesi.
Gli altri “amici” interessati
La presenza inglese in Libia non è comunque così estesa come quella dell’Italia e della Francia, e lo stesso si può dire per tanti Paesi che hanno giocato diversi ruoli nel conflitto. Un ruolo estremamente marginale hanno per motivi storico-politici gli Stati Uniti, con la piccola presenza di alcune loro multinazionali del settore, ma d’altronde estremamente marginale è stato anche il loro coinvolgimento nel conflitto.
Per Germania, Cina e Russia invece il discorso si fa diverso: la Germania ha rifiutato il coinvolgimento nell’intervento contro Gheddafi, mentre la Russia ha riconosciuto il CNT solo in seguito alla Conferenza di Parigi.
Ma se per la Russia (Paese fornitore) e per la Germania (vedi i legami con la Russia stessa) il problema dell’approvvigionamento energetico non si pone o è facilmente risolvibile, la Cina rischia di essere estromessa dalle
future commesse libiche e ciò potrebbe rivelarsi un duro colpo per la politica africana perseguita da Pechino. Il mancato riconoscimento del CNT e la scoperta di un supposto accordo per la fornitura di armi di fabbricazione cinese destinato alle truppe lealiste pro-Gheddafi, sembrano aver messo in cattiva luce il governo di Pechino.
L’accordo violerebbe l’embargo di armi deciso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e chiamerebbe in causa anche l’Algeria, presunto intermediario tra le due parti. E’ soprattutto la posizione della Cina, però, ad essere vacillante in un Paese che esportava verso Pechino un decimo della sua intera produzione di petrolio e che ospitava circa 36.000 lavoratori e 75 società cinesi. La più importante di tutte era senza dubbio la CNPC, le cui strutture sono state bombardate durante la guerra civile.
Conclusioni: la fragilità della nuova Libia
Il quadro così descritto sembrerebbe alquanto complesso. La competizione tra le principali società energetiche, supportate dai rispettivi Stati nazionali, sembra coinvolgere soprattutto Francia, Italia e Gran Bretagna, con gli altri Paesi che hanno assunto una posizione più defilata, per mancata partecipazione alle operazioni o per sostegno diretto od indiretto al regime del colonnello.
La ripresa delle attività estrattive è un primo passo verso la ricostruzione
nazionale libica, ma deve essere effettuata con trasparenza e senza volontà prevaricative, poiché tale atteggiamento aggressivo minerebbe alla base la costituzione delle nuove istituzioni libiche, in un momento di estrema fragilità e di forti tentazioni islamiste.
In poche parole i forti appetiti delle multinazionali energetiche rischiano di essere fatali per un Paese in piena ricostruzione sia fisica che istituzionale, che desidera riappropriarsi del proprio futuro improntandolo, a quanto pare, sulla democrazia e il rispetto dei diritti umani. Di cui il popolo libico non ha finora mai potuto godere.
fonte: http://goo.gl/fCld4
di Umberto Profazio
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