LA PARTENZA AMERICANA DALL'IRAQ E' SOLO UN'ILLUSIONE
39.000 soldati lasceranno l’Iraq entro la fine di quest’anno, ma il controllo da parte del Pentagono proseguirà sotto altre forme, in particolare attraverso l’addestramento e la sicurezza privata – scrive l’analista britannico James Denselow
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Barack Obama ha mantenuto una delle sue promesse elettorali, annunciando: “Dopo quasi nove anni, la guerra americana in Iraq sarà conclusa”. L’affermazione della propria sovranità da parte degli iracheni – che significa nessuna immunità giuridica per i soldati Usa – è stato l’elemento determinante che ha impedito un accordo, e 39.000 soldati americani lasceranno l’Iraq entro la fine dell’anno.
Il giornalista Jonathan Steele ha scritto che la guerra in Iraq è finita e gli Stati Uniti hanno imparato “che mettere soldati occidentali sul terreno in una guerra straniera, soprattutto in un paese musulmano, è una follia”. Eppure questa follia potrebbe continuare in una veste diversa, in quanto vi è un enorme divario tra retorica e realtà che circonda la partenza degli Stati Uniti dall’Iraq. In effetti, ci sono diversi modi in cui gli Stati Uniti saranno in grado di esercitare la propria influenza militare nel paese.
Tali modi possono essere suddivisi in quattro categorie principali:
Ambasciata, consolati e “contractor” privati della sicurezza
L’ambasciata degli Stati Uniti – la più grande e costosa del mondo – è in una propria zona verde a Baghdad, è rifornita da convogli armati, genera da sé la propria acqua ed elettricità, e gestisce un proprio sistema di fognature. Con 104 acri, l’ambasciata ha quasi la stessa dimensione di Città del Vaticano. E’ qui che gli Stati Uniti stanno trasformando il proprio approccio militare in un approccio basato su una diplomazia muscolare.
Le statistiche del Dipartimento di Stato mostrano che un personale di circa 17.000 unità sarà sotto la giurisdizione dell’ambasciatore degli Stati Uniti. In aggiunta, ci sono anche consolati a Bassora, Mosul e Kirkuk, ai quali è stato attribuito uno staff di più di 1.000 persone ciascuno.
Il fatto essenziale è che tutto questo personale americano, compresi i militari e i “contractor” della sicurezza, avrà l’immunità diplomatica.
In sostanza, l’amministrazione Obama sta raccogliendo i vantaggi politici del ritiro delle truppe americane, controbilanciando l’impatto del ritiro con un aumento di contractor privati ??che lavorano per una missione diplomatica ben diversa da qualsiasi altra sul pianeta.
Questa “ondata” di contractor ha anche accresciuto la possibilità che la controversa società Blackwater , ora nota come Xe, faccia ritorno nel paese. L’azienda è stata responsabile della morte di 17 iracheni nel 2007 nel famigerato massacro di Piazza Nisour , eppure il presidente e amministratore delegato Ted Wright ha recentemente detto al Wall Street Journal che gli piacerebbe fare di nuovo affari in Iraq.

Nel 2008, molto è stato detto riguardo al fatto che, nell’ambito dello Status of Forces Agreement (SOFA) tra Stati Uniti e Iraq, i contractor avrebbero perso la loro immunità. Tuttavia, come ha osservato un rapporto del Congresso: “I termini definiti nell’accordo, che parlano di ‘contractor americani e i loro dipendenti’, si applicano solo alle imprese che operano nell’ambito di un contratto/subappalto con o per le forze armate americane. Pertanto, le imprese statunitensi che operano in Iraq sotto contratto di altri dipartimenti/agenzie USA non sono soggetti ai termini del SOFA”.
Il membro del Congresso Jason Chaffetz ha criticato la sostituzione delle forze militari con i contractor, chiedendosi: “Stiamo solo giocando un po’ al gioco delle tre carte?”. E’ per certi versi ironico che la decisione del governo iracheno di negare l’immunità ai soldati americani si tradurrà in un aumento del numero degli odiati contractor della sicurezza, che non hanno mai risposto del loro operato.
Addestratori militari inclusi come parte dei contratti di armamenti
Ci sono circa 400 contratti per la vendita di armi tra Washington e Baghdad, del valore di 10 miliardi di dollari, a cui si aggiungono altri 110 accordi, del valore di 900 milioni, ancora in sospeso. Molti di questi contratti, come parte della transazione richiedono istruttori americani, che lavoreranno attraverso l’Ufficio di Cooperazione sulla Sicurezza presso l’ambasciata.
Bloomberg News ha riferito che questo “ufficio di nuova costituzione avrà un personale minimo di 160 civili e militari in uniforme, accanto a 750 contractor civili che supervisioneranno i programmi di assistenza del Pentagono, compreso l’addestramento militare. Essi saranno protetti, nutriti e alloggiati da un personale addizionale a contratto di 3.500 individui”, che lavorano in 10 uffici in tutto il paese.

Nel mese di settembre l’Iraq ha effettuato i primi pagamenti relativi a un contratto del valore di 3 miliardi di dollari per l’acquisto di diciotto F-16. Gli accordi implicano che, nonostante la pretesa secondo cui l’Iraq avrebbe assunto la piena responsabilità del proprio spazio aereo nel mese di ottobre, la reale sovranità sui cieli iracheni sarà nelle mani degli americani negli anni a venire, in quanto essi contribuiranno a pattugliare i cieli del paese, a controllare il suo spazio aereo, ed a formare la sua aeronautica militare. Un anziano uomo politico iracheno mi ha spiegato la settimana scorsa: “Non siamo assolutamente in grado di difendere i nostri confini. Non abbiamo nemmeno un caccia militare per difendere il nostro spazio aereo”.
Gli Stati Uniti si muovono sotto l’ombrello della Nato
La Nato ha una missione di addestramento in Iraq, che si prolungherà per tutto il 2013. L’alleanza sta fornendo know-how nella logistica e nel mantenimento dell’ordine pubblico, e i legislatori iracheni stanno attualmente discutendo un prolungamento della missione Nato che potrebbe vedere gli addestratori militari Usa finire sotto la giurisdizione di un accordo originariamente stipulato nel 2004.
Droni e omicidi mirati
Con gli Stati Uniti che hanno il controllo di fatto dello spazio aereo iracheno, Obama probabilmente farà ancora più affidamento sui droni e sugli omicidi mirati come mezzo per attaccare obiettivi di al-Qaeda. Siccome gli Stati Uniti sono ancora in guerra con al-Qaeda, possono trovare una giustificazione nella legittima difesa e nell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Con la costante preoccupazione di un potenziale conflitto con l’Iran, è forse poco sorprendente che gli Stati Uniti non siano disposti a rinunciare alla capacità di influenzare gli eventi sul terreno in Iraq. Hillary Clinton lo ha detto ai giornalisti domenica scorsa: “Nessuno, e tanto meno l’Iran, dovrebbe sbagliarsi sul fatto che il nostro continuo impegno per e con gli iracheni proseguirà”.
Nel suo discorso di venerdì, Obama ha detto che gli Stati Uniti perseguono “un normale rapporto tra nazioni sovrane, una partnership paritetica basata sui mutui interessi e sul rispetto reciproco”. Ma qualunque sarà la forma che il rapporto tra Stati Uniti e Iraq assumerà a lungo termine, a breve termine gli Stati Uniti sono sicuramente determinati a rimanere nel paese.
James Denselow è un autore specializzato in questioni geopolitiche e di sicurezza presso il Kings College di Londra; si occupa di politica siriana, libanese e irachena.
fonte: http://goo.gl/DW9kd
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