LIBRI: "LA DONNA DI SHANGAI" DI YANG XIANHUI

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

la-donna-di-shangai.jpgPiù di trent’anni dopo la morte di Mao, liberarsene, per la Cina, resta impossibile: imbalsamato in un mausoleo in piazza Tiananmen, a Pechino, appeso nell’enorme ritratto alla porta della Città Proibita, poco lontano, ancora intento a indicare la via da seguire con il braccio teso in innumerevoli statue in varie piazze nazionali, e presente su quasi tutte le banconote in circolazione, il «Grande Timoniere» resta una presenza imprescindibile.

L’ingombro non è solo fisico: il Partito che Mao ha contribuito a fondare, guidandolo fino alla morte, resta al potere, e i suoi leader odierni non possono ancora scaricare la pesante eredità. Morto Mao, la Cina era allo stremo, milioni di persone avevano subito persecuzioni atroci, e nel «riabilitarle» bisognava anche vedersela con gli errori commessi dall’ex-Presidente. Così, fu stabilito che il 70 per cento dell’operato di Mao era giusto, e il 30 per cento, sbagliato, cercando di archiviare la questione.

La Campagna contro gli Elementi di destra (1957), il Grande Salto in Avanti (1958) che portò alla morte per fame decine di milioni di persone, e la Grande Rivoluzione Culturale (1966), di nuovo con i suoi milioni di vittime, sono state tutte comprese nel misero 30 percento — così come le purghe omicide iniziate fin dai primi anni della storia del Partito.

Il campo della morte di Jiabiangou, di cui la maggior parte di noi, in Cina come all’estero, rimane all’oscuro, è solo una delle pagine più crudeli del regno del «Grande Timoniere», salvata dall’oscurità dell’oblio dallo scrittore Yang Xianhui, con il suo impressionante La donna di Shanghai, ora proposto anche in edizione italiana per la collana Amatea dalla Logo Fausto Lupetti.

Oggi, infatti, nelle librerie cinesi, di fianco ai volumi per capire la finanza o diventare astuti collezionisti di antichità, si trovano molte opere appartenenti al filone della «nostalgia rossa», che idealizzano gli Anni 50 e 60, quando si era, per così dire, più poveri e più puri (o forse semplicemente più giovani) e che consigliano itinerari per viaggi nei luoghi rivoluzionari del Paese. In mezzo a tutto ciò esiste anche un esiguo numero di opere che vogliono invece salvare dall’oblio parte del passato.

 L’operazione è tutt’ora rischiosa: se negli Anni Ottanta era frequente un giornalismo d’inchiesta chiamato «baogao wenxue», spesso un po’ romanzato, oggi, malgrado l’apparente apertura, solo pochi riescono a sfidare il timore e la censura e pubblicare saggi che riescano a sollevare la spessa cortina di silenzio che regna sul passato.

Yang Xianhui, scrittore di Tianjin cresciuto nella regione semi-desertica del Gansu, decise qualche anno fa di cercare di affrontare alcuni dei temi tabù, e lo fece proprio con lo stratagemma della «baogao wenxue», romanzando fortemente le terribili vicende che avvennero nel suo Gansu dal 1957 al 1969, quando più di tremila «elementi di destra» vennero spediti a riformarsi al campo di lavoro di Jiabiangou.

Le condizioni qui erano talmente orrende che solo un decimo di loro ne uscì vivo: la durezza dei lavori forzati, la spietatezza delle guardie, e la violenza della carestia che colpì la Cina con il Grande Balzo in avanti fecero morire tutti gli altri, tramutando Jiabiangou in un campo di sterminio. In alcuni casi, la disperazione della fame fu tale da far registrare casi di cannibalismo.

La Campagna contro gli elementi di destra era stata lanciata dallo stesso Mao dopo la breve campagna «dei Cento Fiori», nel corso della quale tutti erano stati incoraggiati a criticare il Partito, per essere poi puniti se commettevano l’errore di farlo. I funzionari presto ebbero quote di «elementi di destra» da rieducare, dato il via alla pratica di sbarazzarsi di rivali, nemici personali, coniugi di donne o uomini desiderati, incolpandoli di azioni o pensieri revisionisti e «controrivoluzionari», con cui vennero riempiti i campi di rieducazione.

Yang Xianhui dopo aver sentito parlare di Jiabiangou e degli orrori che viBOT09013_012.jpg erano avvenuti, decise di andare a cercare i sopravvissuti per farsi raccontare le loro esperienze, ascoltandone per tre anni le dolorose testimonianze. Poi, per difenderne le identità e in parte per non subire intoppi nella pubblicazione, Yang ha raccolto il materiale in una serie di racconti, mescolando episodi, cambiando nomi e rendendo irriconoscibili i protagonisti.

Il risultato è una narrazione con moltissimi elementi di verità di sicuro valore letterario e documentario ma che evita però di essere un’opera del dissenso politico. Non che ciò risparmi molto il lettore: gli effetti fisici e psicologici della straziante carestia imposta dalle politiche scellerate del tempo sono lì, sulla pagina, e non danno tregua.

L’impatto del lavoro di Yang, così romanzato, è stato importante in Cina, dove il regista Wang Bing lo ha fatto diventare un film dal titolo Il fossato, presentato al Festival di Venezia 2010, ottenendo i plausi della critica.

La donna di Shanghai dunque non ha dovuto subire un percorso di censura, anche perché l’autore evita di criticare in modo diretto le autorità centrali, o il Partito. Modo avvisato per aggirare le severe forbici dei censori, ma si tratta anche di atteggiamento comune a diversi intellettuali cinesi, che malgrado tutto quello che hanno subito sotto le campagne politiche indette dal Partito e dal suo fondatore, ancora non vogliono estraniarsene criticandone l’impalcatura.

Yang Xianhui è nato a Lanzhou nel 1946 e vive a Tianjin Membro dell’Associazione Cinese degli Scrittori, ha lavorato in un collettivo agricolo a regime militare per 16 anni prima di dedicarsi alla scrittura

fonte: http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/437084/olivia

di Ilaria Maria Sala

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