NEL MONDO ARABO, I PROGETTI EGEMONICI DEVIANO LA DEMOCRAZIA
La barbara eliminazione di Gheddafi e l’affossamento della questione palestinese sono alcuni fra gli elementi che spingono diversi osservatori nel mondo arabo a presupporre l’esistenza di piani per deviare la Primavera Araba dal suo percorso naturale verso la democrazia, ponendola al servizio dei progetti egemonici di potenze straniere, come testimonia il seguente articolo dell’analista palestinese Hani al-Masri
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Il modo brutale in cui è stato ucciso Gheddafi – che non ha comportato soltanto che il suo convoglio venisse bombardato dagli aerei della NATO (cosa che indica che vi è lo zampino dell’Alleanza atlantica anche in ciò
che è avvenuto dopo il bombardamento), ma anche che egli venisse arrestato vivo, malmenato e torturato, che subisse azioni vergognose, e che fosse poi ucciso senza alcuna inchiesta o processo e consegnato nudo a Misurata (in un eccesso di vendetta e di rivalsa) – pone nuovi interrogativi e rafforza il sospetto che quanto sta avvenendo in Libia in particolare, e nel mondo arabo in generale, non sia soltanto una primavera araba, ma una serie di rivoluzioni arabe che rivaleggiano con l’imposizione di un nuovo “Sykes-Picot” alla regione (l’autore si riferisce all’accordo segreto di Sykes-Picot con il quale Francia e Gran Bretagna definirono le rispettive sfere di influenza in Medio Oriente durante la prima guerra mondiale in vista dell’imminente crollo dell’Impero Ottomano (N.d.T.) affinché – come ha affermato Heikal (Mohamed Hasanein Heikal), decano dei giornalisti egiziani, fu molto vicino a Gamal Abdel Nasser, ed è considerato uno dei maggiori conoscitori della politica egiziana ed araba degli ultimi 50 anni (N.d.T.) – i resti del progetto nazionalista arabo giungano in eredità ai progetti euro-americani, iraniani, turchi e israeliani. E questo come conseguenza naturale dell’assenza di un progetto arabo che salvaguardi i diritti e gli interessi dei popoli arabi.
L’uccisione di Gheddafi ci riporta alla mente l’esecuzione di Saddam Hussein dopo un “processo farsa”, l’assassinio di Osama bin Laden nonostante si conoscesse da tempo la sua ubicazione e sebbene sarebbe stato possibile arrestarlo vivo, l’assassinio di al-Awlaki nello Yemen, quello di al-Mabhouh negli Emirati, e tutto quello che fanno le forze straniere in Afghanistan e in Iraq, e ciò che fa Israele contro il popolo palestinese.
E non vi sono che timide critiche verbali da parte dell’Occidente e della comunità internazionale, la quale si solleva e mette a soqquadro il mondo se un ebreo o un israeliano subiscono una detenzione o una qualunque forma di antisemitismo, e non muove un dito quando Israele commette ogni tipo di crimine di guerra e di punizione collettiva ai danni del popolo palestinese.
Non crederemo ai leader dell’Occidente, per i quali Saddam Hussein era il più stretto alleato quando scatenò la sua guerra contro l’Iran, e divenne “il tiranno” quando volle giocare un ruolo nella regione.
Quando Gheddafi pose fine al suo programma nucleare e chimico, e collaborò con l’Occidente nella guerra al terrorismo, divenne come madre Teresa agli occhi dei leader di America, Gran Bretagna, Italia e Francia, i quali giunsero a frotte a fargli visita ed a tessere le sue lodi.
Del resto, dopo la rivoluzione egiziana l’Occidente – e soprattutto l’amministrazione americana – difese il regime di Hosni Mubarak definendolo una “valvola di sicurezza” per la stabilità nella regione, e affermando che non poteva crollare. Ma poi dalla sera alla mattina Mubarak divenne un tiranno che doveva andarsene subito – oggi, e non domani – e lo stesso accadde con Zine El-Abidine Ben Ali, quando la Francia gli offrì il proprio aiuto all’inizio della rivoluzione e poi si rivoltò contro di lui quando apparve evidente che il suo destino era segnato.
Uccidere senza detenzione e senza processo è divenuto un metodo prevalente e generalizzato, che merita una buona accoglienza piuttosto che una condanna. La doppiezza americana ed europea ha raggiunto il
proprio culmine quando è stata accolta favorevolmente la fine barbara di Gheddafi, e quando Catherine Ashton e Barack Obama si sono complimentati con Israele per la liberazione e il ritorno di Shalit sano e
salvo, e non si sono congratulati con i palestinesi per la liberazione di centinaia di prigionieri che erano eroi della libertà e non terroristi, e contro molti dei quali è stata imposta una nuova punizione collettiva impedendo loro di tornare nelle proprie case e prescrivendo loro una deportazione per un periodo di vent’anni.
E l’Occidente non ha spiccicato una parola di fronte al fatto che i coloni hanno minacciato i prigionieri palestinesi liberati annunciando una ricompensa di 100.000 dollari per chiunque uccida uno di essi, senza che il governo israeliano muovesse un dito di fronte agli occhi del mondo, il quale dal canto suo ha reagito a questa campagna terroristica con un silenzio di tomba.
Il disprezzo americano nei confronti dei palestinesi è giunto al punto da mettere in guardia sulle conseguenze della liberazione di prigionieri che “hanno praticato il terrorismo” contro Israele.
La Nato non ha dato il proprio aiuto alla rivoluzione libica per cambiare il regime dittatoriale, e perché la Libia beneficiasse della libertà, della democrazia e dell’indipendenza, ma per spartirsi il petrolio libico ed impedire alla rivoluzione di realizzare i suoi obiettivi, proprio come accadde in Iraq, che fu invaso e distrutto – e dove furono uccise più di un milione di persone – e che è stato smembrato di fatto, tanto da tornare
indietro di cent’anni; e nessuno sa quando questo paese tornerà ad essere com’era prima dell’aggressione e dell’occupazione.
E ciò che hanno fatto in Libia con la forza militare stanno cercando di farlo in Egitto, Tunisia, Yemen, Siria, ed in quei paesi arabi che non hanno
vissuto una rivoluzione, attraverso varie forme di ingerenza politica, economica, culturale e mediatica, la quale mira a far rimanere la regione araba ostaggio dell’arretratezza, della sudditanza, della frammentazione, dell’ignoranza e della tirannia, cambiando tale regione solo formalmente attraverso la creazione di regimi democratici snaturati.
L’Occidente si rende perfettamente conto che se la Primavera Araba dovesse concludersi con la creazione di regimi arabi democratici e indipendenti, essi sarebbero regimi liberi e ostili a Israele ed a qualsiasi forma di egemonia straniera imposta sulla regione. Perciò si è mobilitato rapidamente per far fallire la Primavera Araba prima che raggiunga i propri obiettivi, attuando progetti che erano stati elaborati in precedenza, per imporre la creazione di un “nuovo Medio Oriente” che distrugga ogni speranza di una “resurrezione degli arabi”. Come ha affermato Tony Blair all’inizio della scorsa settimana, la Primavera Araba minaccia Israele
e la pace siglata da alcuni paesi arabi con Tel Aviv, perciò è necessario rimettere in carreggiata i negoziati.
In questo contesto unisco la mia voce a quella di Heikal, il quale ha messo in guardia contro il complotto della discordia settaria che si vuole diffondere nella regione creando un conflitto sunnito-sciita, a cui si vuole
aggiungere un conflitto islamo-cristiano ed una mobilitazione di tutte le etnie, le minoranze e le comunità in uno scontro senza fine, affinché la discordia e le guerre interne e regionali dominino la scena in tutta la regione.
In questo modo si vuole deviare il conflitto dal suo corso originario e orientarlo verso conflitti secondari, trasformando l’Iran e lo sciismo nel nemico principale, nel grande satana per combattere il quale
– invece di Israele – verranno prosciugate le energie dei popoli e dei paesi della regione. Ciò permetterà a Israele – la cui creazione, la cui occupazione delle terre arabe, e il cui ruolo coloniale e razzista sono la
sorgente principale delle minacce alla stabilità della regione – di liquidare una volta per tutte la questione palestinese.
L’esistenza di complotti stranieri, tuttavia, non conferisce un attestato d’innocenza ai regimi della sudditanza, della corruzione e della tirannia che hanno dominato a diversi livelli i paesi arabi. La scelta, infatti, non è tra l’irragionevole (i regimi arabi che hanno seminato la rovina sulla terra) e l’inaccettabile (ricorrere all’ingerenza straniera che pone la regione araba in balia di nuovi progetti egemonici).
E’ necessario che la Primavera Araba si diffonda e vinca, ma per mano delle rivoluzioni arabe, e con il sostegno sincero di tutte le forze libere, progressiste e realmente democratiche di tutto il mondo, e non degli “apostoli” della libertà e della democrazia a cui interessa solo prolungare la propria egemonia e spartirsi nuovamente la regione.
Infine, unisco la mia voce a quella di Heikal anche per ammonire i Fratelli Musulmani a non farsi prendere dall’euforia delle avvisaglie di un loro riconoscimento da parte americana ed occidentale, poiché non è un
riconoscimento dei loro diritti, dei loro meriti e della loro saggezza, ma un tentativo di usarli nel conflitto fra “Islam moderato” e “Islam estremista”, e di diffondere la discordia trascinando la regione in un conflitto tra sunniti e sciiti, e tra musulmani e cristiani, lontano dalle questioni e dagli interessi che stanno a cuore ai popoli della regione – un conflitto che sappiamo come può cominciare (ed esso è effettivamente cominciato) ma non sappiamo dove e come potrà finire.
I Fratelli Musulmani hanno il diritto di prendere parte alla vita politica nei paesi in cui si trovano, ma questa non è un’elargizione concessa da nessuno, e tanto meno da quei paesi che sono responsabili di aver appoggiato i regimi che hanno scatenato guerre contro i Fratelli Musulmani, e contro altre forze e movimenti arabi. Tutte queste forze hanno sofferto molto ad opera di regimi appoggiati dagli Stati Uniti e dall’Europa con il pretesto di sostenere la stabilità, considerata più importante della libertà, della democrazia e del progresso dei popoli della regione – popoli che, a detta degli occidentali, a causa delle loro specificità, della loro cultura, della loro arretratezza e della loro religione, non accettano la democrazia.
Secondo costoro, la democrazia è un’invenzione occidentale che funziona solo per i paesi occidentali, e per quegli Stati che procedono secondo il modello occidentale a prescindere dalle loro differenti condizioni, dalle
loro differenti caratteristiche e dai loro differenti interessi. Quando costoro sono stati colti di sorpresa dalla Primavera Araba, hanno tentato di deviarla dal suo percorso naturale e di porla al servizio dei loro progetti
e dei loro interessi.
“Sì” alla Primavera Araba, e un milione di “no” ad un nuovo Sykes-Picot che vuole dividere la regione, questa volta non geograficamente in base ai paesi, come accadde in passato, ma in base alle risorse, alle ricchezze ed ai mercati. Ci auguriamo che la Turchia e l’Iran non si facciano trascinare in questa competizione per aggiudicarsi la loro fetta del “malato arabo”, così come furono spartite le fette dell’Impero Ottomano, il “malato d’Europa” che uscì debole e sconfitto dalla prima guerra mondiale.
La sovrapposizione tra la missione della liberazione nazionale e quella democratica impone ai popoli arabi ed alle loro rivoluzioni di non separare la necessità dell’indipendenza nazionale e della sovranità dalla libertà e dalla democrazia, poiché questa separazione condurrebbe ineluttabilmente a sostituire i governanti ma non i governi, ovvero a sostituire i regimi esistenti con regimi che non differirebbero sostanzialmente dai loro predecessori, se non per l’implementazione di riforme limitate che preserverebbero nella sostanza i regimi dittatoriali sotto la copertura di una democrazia contraffatta.
In questo modo i popoli arabi non sarebbero avviati lungo la strada della libertà, dell’indipendenza, dello sviluppo e della vera democrazia, la quale non si fonda affatto soltanto sulle elezioni. Le elezioni si svolgono infatti da anni in numerosi paesi arabi, ma ciò non ha portato la democrazia.
E’ ora possibile estendere l’esperienza di questi paesi con alcuni cambiamenti, ma non ci si deve accontentare di ciò. I popoli arabi, infatti, come ha confermato la loro Primavera, possono e meritano di realizzare la libertà, la sovranità, l’indipendenza e la democrazia.
E le rivoluzioni della Tunisia e dell’Egitto hanno dimostrato che ciò è possibile ed anche necessario, a condizione di essere consapevoli delle caratteristiche della fase attuale, delle sue realtà e delle sue tendenze, e di ciò che altrove viene progettato per la regione e per i popoli che la abitano.
Hani al-Masri è un analista politico palestinese; è direttore di Bada’el – Palestine Media and Research Studies Center; risiede in Cisgiordania.
fonte: http://goo.gl/6XEEX
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