NUOVI ATTACCHI CURDI IN TURCHIA E PARTONO I BOMBARDAMENTI
24 morti e 18 feriti nell’attentato di ieri

Un brutto risveglio quello della Turchia: un gruppo di separatisti curdi ha sferrato un durissimo attacco contro i militari stanziati nel sud-est del Paese, a Cukurca e Yuksekova, nella provincia di Hakkari, provocando la morte di 24 uomini e il ferimento di altri 18. Per tutta risposta gli aerei turchi hanno cominciato, fin da questa mattina, a bombardare le montagne del nord dell’Iraq, dove sono situate le basi del Pkk -il Partito dei Lavoratori del Kurdistan-, e si preannuncia un possibile intervento di terra.
Il fatto è recente, ma per nulla nuovo: questi sanguinosi scontri si ripetono ininterrottamente da agosto -mese durante il quale almeno 100 guerriglieri del Pkk sono stati uccisi durante un’offensiva dell’esercito turco lungo il confine con il nord dell’Iraq-, ma era dal 1993, con il massacro di Bingol, che il Pkk non riusciva a capitalizzare un bottino di morti così alto.
La questione curda ha radici antiche, come spiega oggi Ennio Remondino in un suo articolo comparso su ‘The Globalist’: “Se parli di geografia, in lingua curda, finisci inevitabilmente ad occuparti di storia.
Kurdistan, la terra dei curdi, non è infatti geografia, ma diventa una complicata operazione storica e politica”. Gran parte dei curdi, due terzi, vive in Turchia, un Paese che, grazie alla politica del suo Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, si è notevolmente aperto nei confronti di questa realtà.
Come ci spiega Nicola Mirenzi, ricercatore presso l’Università di Istanbul e giornalista freelance esperto delle dinamiche politiche della Mezzaluna, “la maggior parte dei curdi vota per il partito di Governo, e lo stesso Erdogan ha affermato di rappresentarli”.

Questo giustifica la reazione del Primo Ministro turco, che, a poche ore dagli scontri, ha affermato: “Il popolo deve rimanere calmo ed evitare di violare la democrazia e i diritti umani. Democrazia e diritti umani risolveranno il problema del terrorismo”.
Molto più aggressivo il Presidente della Repubblica, Abdullah Gul, che ha promesso che “la vendetta del Paese sarà enorme” e, rivolgendosi direttamente agli autori dell’attacco, ha aggiunto: “Vedranno, prima o poi, che nessuno può ottenere alcunché con la guerra contro lo Stato turco. Non faremo mai un passo indietro di fronte a qualsiasi attentato. La Turchia combatterà con decisione contro il terrore e non sarà mai scossa dal terrore”.
In ogni caso, la situazione è molto delicata, e la Turchia si trova in mezzo a due fuochi: da un lato è sotto stretta osservazione da parte dell’Unione Europea, ancora incerta sulla possibilità di un suo ingresso nell’Unione, dall’altro verso questa realtà guardano i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, quelli che, dopo la primavera araba necessitano di un punto di riferimento per strutturare la ricostruzione post-rivoluzione.
Eventi come quello odierno mettono in difficoltà Erdogan e la sua Turchia “che rischia concretamente di diventare ingestibile e che certo non viene messa in una buona luce né davanti all’Europa né davanti ai Paesi presso cui si propone come modello”, come ci conferma anche Marta Federica Ottaviani, giornalista freelance e corrispondente dalla Turchia per ‘La Stampa’.

Accanto a questa questione, un’altra di fondamentale importanza, che ci ha spiegato con chiarezza Mirenzi: “La Turchia, fra pochi mesi, avrà una nuova Costituzione. Tutto l’impianto istituzionale della Repubblica
Turca cambierà”. Motivo in più per il Pkk per far sentire la propria voce, e per pretendere un riconoscimento ufficiale: “Questa è una partita fondamentale per i curdi, che vogliono essere riconosciuti a livello
costituzionale come una nazione che fa parte della Repubblica turca”.
Gli scontri di ieri rappresenterebbero quindi soprattutto un modo, da parte del Pkk, ‘per far sentire la propria voce’, proprio nel momento in cui il Partito “ha perso la propria base sociale”, con un netto spostamento del consenso verso il partito di Governo, l’Akp, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, “votato dalla maggior parte dei curdi”. Insomma, ‘un colpo di coda’ che, certo, “può produrre molti danni e può essere molto sanguinoso”, ma che comunque “non può realmente minacciare l’unità della Turchia”.
Anche dal punto di vista diplomatico la questione curda sta creando non pochi problemi alla Turchia, a partire dalla collocazione geografica dei separatisti. Dal 2007, infatti, il Parlamento turco ha approvato l’autorizzazione che consente all’esercito di sconfinare per colpire le basi del Pkk nel Kurdistan iracheno, rinnovandola di anno in anno e consentendo, di fatto, una violazione della sovranità nazionale.
Senza dimenticare l’allontanamento di Israele, dapprima alleato e fornitore di armi, in funzione di un trattato militare ormai non più in essere, e attualmente ‘sostituito’ dagli Stati Uniti, ai quali “la Turchia si è rivolta, dopo aver rotto i rapporti con Israele” e dai quali sta acquistando droni, gli aerei senza pilota che permetteranno di contrastare i separatisti con “operazioni militari più sofisticate”.
Quella turca resta una situazione ancora molto complicata, fatta di luci e ombre, che nemmeno il vicino vento della Primavera araba pare essere riuscito a spazzar via.
fonte: http://goo.gl/2sxgQ
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