PAKISTAN E INDIA ALLA CONQUISTA DELL'AFGANISTAN POST - 2014,

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

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L’Occidente intero, o parte di esso, si era illuso che muovendo le truppe  a stelle e strisce per il globo, come se fossero pedine di una partita a scacchi dell’ultima ora, si potesse frenare l’espansione del terrorismo islamico, imbrigliare l’estremismo di militari e servizi segreti pachistani, promuovere la fioritura di una solida alleanza con Nuova Delhi e, magari, mettere sotto scacco il nucleare di Teheran.

Ad oggi, però, Washington brancola nel buio più nero. Nessuno di questi obiettivi sembra sia a portata di mano dell’amministrazione Obama, e l’”elegante declino” americano di cui parlava Robert Kaplan pare una definizione vera per metà. La metà del declino.

L’insuccesso della strategia degli Usa in Asia Meridionale si può leggere alla luce dell’intricata partita che Pakistan e India stanno giocando per conquistarsi una larga fetta di potere nell’Afghanistan post-2014, data in cui si concluderà il ritiro delle truppe straniere dal territorio afghano.

Se Washington non ha mai nascosto il suo netto favore per una maggiore influenza di Nuova Delhi nello scenario regionale, nelle ultime settimane l’entusiasmo della Casa Bianca si è andato affievolendo. Ragione principale del passo indietro è stata l’inserimento della variabile “Iran” nella complessa equazione afghana.

Il 30 novembre scorso si è conclusa infatti la visita del ministro indiano K. Mohandas in terra iraniana. L’obiettivo del viaggio era la definizione di un gruppo di lavoro congiunto sul progetto del porto di Chabahar, nel Baluchistan iraniano, che Nuova Delhi ha finanziato sulla falsa riga del modello cinese a Gwadar. La strategia indiana è presto chiarita: Chabahar dovrà divenire il principale collegamento strategico con la regione dell’Af-Pak, permettendo così a Nuova Delhi di ottenere leverage nella regione ai danni di Islamabad.

Le nuove rotte di transito che si svilupperanno attorno a questo porto di “collegamento multimodale” bypasseranno il Pakistan e ridurranno la dipendenza di Kabul dal suo vicino sud-orientale.
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L’accordo (riuscito) sul futuro del porto iraniano ha scosso non poco gli animi di Washington. In un momento in cui la tensione tra Iran e Usa raggiunge uno dei suoi picchi massimi storici, la Casa Bianca non sperava certo di assistere ad un’intesa tra il suo peggior nemico (Teheran) ed il suo alleato più fidato in Asia Meridionale (Nuova Delhi). La ricerca indiana della “profondità strategica” in Afghanistan attraverso il porto di Chabahar non può essere interpretata solo come la realizzazione di un interesse economico estemporaneo. E questo per due ragioni.

Anzitutto la provincia del Baluchistan iraniano, sulle cui sponde si trova il porto di Chabahar, è stata ufficialmente designata dal governo centrale di Teheran come zona industriale di libero commercio, status che gli ha permesso di incrementare esponenzialmente la sua rilevanza nei traffici commerciali della regione.

A ciò si aggiunge un ambizioso piano di Nuova Delhi (non ancora confermato del tutto dal ministro degli esteri indiano) di costruzione di una ferrovia di circa 600 chilometri che colleghi la città di Zarnj – sul confine afghano-iraniano – alla provincia afghana di Hajigak, sede di uno dei depositi più ricchi al mondo di minerali di ferro.

Proprio durante la Conferenza di Bonn del 5 dicembre, il ministro degli esteri indiano SM Krishna ha ricordato che un consorzio misto del suo Paese ha ottenuto di recente l’autorizzazione per lo sfruttamento di 3 delle 4 aree dell’enorme miniera di ferro di Hajigak. Un grande successo per l’economia indiana, soprattutto se si considera che la mega-ferrovia in territorio afghano dovrebbe poi essere estesa dalla città di Zarnj proprio al porto di Chabahar, legando strategicamente India, Afghanistan e Iran.

petrolio.jpgChe la visita di Mohandas in Iran avesse prospettive di lungo periodo si era già capito dal tipo di delegazione che aveva accompagnato il ministro indiano: la presenza di rappresentanti del settore dell’economia privata indiana desiderosi di avviare ingenti investimenti nei porti iraniani indicava già una settimana fa una strategia di largo respiro dell’establishment di Nuova Delhi. Strategia resa ancora più incisiva da una paradossale coincidenza, “imputabile” proprio agli Usa. Il rafforzamento delle sanzioni contro Teheran ha spinto da tempo il regime degli Ayatollah a rivolgere lo sguardo verso est, rinvigorendo gli sforzi per concludere accordi commerciali (petroliferi e non) con le due grandi potenze asiatiche in ascesa: la Cina e l’India.

Le incognite sulle prossime mosse di Nuova Delhi non sono argomento facile da affrontare. Fino a dove può spingersi il governo indiano senza suscitare le ire di Washington? La questione del nucleare iraniano si impone prepotentemente sugli equilibri attuali e futuri della regione.

Una potenziale capacità nucleare di Teheran creerebbe enormi problemi nei rapporti tra Nuova Delhi e i suoi alleati (Usa in testa, ma anche Israele e Paesi del Golfo) e rafforzerebbe indirettamente la Cina, che da decenni ormai ha stabilito una solida partnership strategica con Teheran.

D’altra parte, un Iran sciita dotato di capacità nucleare bilancerebbe più efficacemente le ambizioni di supremazia regionale del Pakistan sunnita, che tradizionalmente è legato all’Arabia Saudita – nemico giurato del regime degli Ayatollah. La minaccia iraniana è dunque potenzialmente in PAKISTAN_-_INDIA_-_gilani_e_singh_ok.jpggrado di aprire degli enormi spazi diplomatici per l’India nella regione mediorientale: Nuova Delhi potrebbe proporsi come mediatore ideale per coniugare posizioni agli antipodi.

La situazione sembra dunque sfuggire di mano agli strateghi della Casa Bianca. I due attori su cui Washington aveva riposto le proprie speranze per la stabilizzazione dell’Afghanistan paiono occuparsi molto di più dei propri interessi nazionali che delle direttive americane.

I rapporti Pakistan-Usa si sono avviati irrimediabilmente verso una crisi da cui sembra difficile uscire. L’attacco di velivoli statunitensi del 26 novembre, che ha provocato la morte di 25 militari pachistani, ha scatenato una serie di reazioni a catena che hanno fatto precipitare i rapporti già logori tra i due Paesi.

E’ notizia di 3 giorni fa che Islamabad ha deciso il ritiro di suoi ufficiali da alcuni centri congiunti di intelligence che il Pakistan gestiva con gli Usa, localizzati sulla linea Durand. Il governo di Islamabad ha poi richiamato i suoi ambasciatori dalle capitali di molti Paesi (tra cui quelli “europei” e quelli a Washington, Mosca e Nuova Delhi) per un vertice di emergenza in patria, allo scopo di riorientare la politica estera del Paese a fronte della nuova realtà emersa durante questi ultimi mesi.

Nel frattempo il ministro del Petrolio indiano Jaipal Reddy ha dato la stoccata finale. Lunedì scorso ha annunciato che il suo governo non vede alcun impedimento a proseguire l’importazione del petrolio iraniano anche dopo la nuova ondata di sanzioni imposte a Teheran dall’Occidente. Difficile ipotizzare un comportamento diverso da parte di Nuova Delhi: l’Iran è infatti per l’India il secondo più grande fornitore di petrolio dopo l’Arabia Saudita. Le sue esportazioni di greggio raggiungono circa i 12 miliardi di dollari all’anno e soddisfano ben il 12% della domanda di petrolio indiana.
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La situazione in Asia Meridionale si sta surriscaldando. Ad oggi non sembra che Washington abbia elaborato delle alternative valide all’attuale strategia, che sembra non riuscire a reggere il confronto con la sfida degli attori regionali (Pakistan e India) per il controllo dell’area. Ci vorrà ben altro per stabilizzare l’Afghanistan del post-2014.

fonte: http://goo.gl/I58Kw

di Elena Zacchetti  

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