PECHINO: ACCORDO SINO-GIAPPONESE PER LO SCAMBIO DIRETTO DELLE LORO VALUTE

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

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La recente visita a Pechino del Primo Ministro giapponese Yoshihiko Noda si è conclusa con l’annuncio di un’intesa sino-giapponese in vista di un accordo per iniziare a scambiare in modo diretto le proprie valute, smettendo così di utilizzare i dollari in tutte le transazioni commerciali tra i due Paesi d’Oriente. Tokyo si impegnerà a diversificare il proprio paniere di valute estere acquistando titoli di Stato cinesi a partire dal 2012. L’accordo è al momento in fase di definizione e povero di dettagli, ma l’annuncio ha una forte valenza simbolica sotto due punti di vista. Si  riafferma, infatti, l’impegno cinese verso la libera fluttuazione e convertibilità dello yuan, così come la volontà di contribuire al passaggio verso un sistema economico internazionale non più imperniato solamente sul dollaro.

Le accuse mosse a Pechino dalla comunità internazionale – che ritiene che il valore del renmimbi sia mantenuto artificialmente basso dalle autorità cinesi – sono basate su una serie di restrizioni, in particolare dal fatto che la piena libera conversione dello yuan in altre valute non sia al momento ancora possibile. La valuta cinese non è infatti scambiata liberamente sul mercato globale. Fino al 2009, tutte le transazioni tra compagnie cinesi ed entità straniere dovevano avvenire in dollari. La Banca Centrale Cinese scambiava la valuta americana depositata nelle banche cinesi dalle imprese straniere con renmimbi, in modo da permettere alle imprese cinesi che vendono i loro prodotti e servizi in dollari di pagare in yuan le loro spese in Cina. Questo avveniva ad un tasso amministrativo fisso.

Il sistema è stato allentato negli ultimi due anni, con la comparsa di progetti pilota tra imprese selezionate in alcune aree del Paese, nei quali veniva assicurata la piena convertibilità. Una serie di accordi è stata sottoscritta con alcuni Stati limitrofi, tra cui Russia, Vietnam e Tailandia e prevede che parte dei flussi commerciali possano avvenire in renmimbi. L’aggiunta del Giappone a questo ristretto gruppo di Paesi aumenterà notevolmente il numero di transazioni che non dovranno più avvenire in dollari, dal momento che gli scambi commerciali tra Pechino e Tokyo sono già elevatissimi e in costante crescita. Cina e Giappone sono infatti destinati a diventare ognuno il maggior partner commerciale dell’altro.

Le autorità cinesi esercitano inoltre uno stretto controllo sulla loro valuta limitando come nessun altro Paese l’emissione di bonds sul mercato internazionale. Così come non si fida del mercato per fissare il tasso di cambio della propria moneta, Pechino non lascia che sia il mercato a determinare il tasso d’interesse al quale il governo prende a prestito denaro.

Il 95% del debito è finanziato sul mercato nazionale, dove i principali acquirenti di titoli cinesi sono banche di proprietà riconducibile allo Stato, obbligate ad accettare il tasso d’interesse imposto del governo. L’aver accettato l’impegno di Tokyo ad acquistare titoli cinesi rappresenta una notevole inversione di rotta. Tuttavia la mancanza di dettagli, in particolare a riguardo dell’ammontare complessivo di bonds da acquistare, rende al momento impossibile determinare quanto il governo cinese voglia puntare verso questa direzione.

Un’importante eccezione alla centralità del mercato nazionale è costituita dal crescente mercato offshore di bonds di Hong Kong. Da metà 2010 infatti, le compagnie straniere possono acquistare titoli di stato e di aziende statali cinesi in Renmimbi presso la borsa di Hong Kong. Anche alcune multinazionali possono emettere i cosiddetti “dim-sum bonds”, previa approvazione del governo cinese. In questo modo, aziende come Caterpillar e McDonald’s hanno potuto ottenere direttamente i renmimbi necessari per finanziare i loro progetti in Cina, risparmiando rispetto alla procedura standard che prevedeva il passaggio presso la Banca Centrale Cinese.

Il mercato offshore rappresenta una delle principali componenti per l’internazionalizzazione dello yuan, ma con soli 13.4 miliardi di dollari in bonds emessi nel 2011 non pare sufficiente a scalfire il controllo della Banca Centrale su tutte le transazioni.

In ogni caso, grazie alle riforme degli ultimi anni, oggi circa il 10 percento delle importazioni cinesi sono pagate direttamente in renmimbi. Gli esportatori esteri, d’altra parte, sono ben contenti di essere pagati in yuan, una valuta che quasi certamente si apprezzerà notevolmente nei prossimi anni. Il problema rimane però la scarsità di valuta cinese presente nel mercato internazionale: molti esportatori cinesi che vorrebbero farsi pagare in renmimbi (anche per abbassare i loro costi di transazione) incontrano difficoltà a trovare acquirenti con abbastanza yuan per pagare le loro consegne.

Questo non deve stupire: secondo uno studio della Bank for International Settlements, malgrado le riforme, nel 2010 lo yuan è stato utilizzato in meno dell’1% delle transazioni internazionali, addirittura meno dello Zloty polacco. Per contro, il dollaro e l’euro figurano rispettivamente all’85% e al 40%.

L’accordo sottoscritto con il Giappone, al quale probabilmente ne seguiranno altri, va nella direzione di invertire questi trend eliminando i vincoli alle transazioni in renmimbi. La Cina è già il maggiore esportatore al mondo e agli attuali ritmi di crescita sorpasserà gli Stati Uniti come maggiore importatore nel 2013-14: lo yuan è naturalmente destinato a diventare una valuta centrale negli scambi internazionali. Ci vorrà comunque molto tempo prima che raggiunga il livello del dollaro e dell’euro come riserva valutaria internazionale. Stabilità finanziaria, trasparenza istituzionale e rule of law sono fattori che contribuiscono allo stesso modo della presenza commerciale nella scelta di una valuta come forma di riserva.

I benefici dell’accordo saranno comunque tangibili per entrambe i Paesi. Il Giappone godrà dell’aumento del potere d’acquisto cinese risultante dell’apprezzamento dello yuan, e vedrà incrementare le sue esportazioni verso il Dragone. La Cina, se continuerà con queste politiche, potrà godere dei vantaggi di una valuta più forte, e spuntare in ultima istanza tassi d’interesse più vantaggiosi. Ma soprattutto eviterà di vedere incrementare ulteriormente la montagna di dollari che attualmente detiene – circa 3000 miliardi di dollari – il cui valore è però in costante e pericoloso declino da alcuni anni.


fonte: http://www.meridianionline.org olivia

 di Enrico Partiti 
Photo credit: Sharon Drummond Flickr CC


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