PITTORI : ERIC WHITE
Incubo a Hollywood
Auto d'epoca e dive anni cinquanta in sequenze claustrofobiche.
A Miano va in mostra il realismo onirico.
di Alessandra Radaelli
La pittura di Eric White è tutta giocata su contrasti e contrappunti.
Tra la modernità del taglio e le atmosfere vintage.
Tra la flessibilità dell'immagine e il suo moltiplicarsi in sequenza, in una specie di sfondamento temporale.
Nato ad Ann Arbor, Michigan, nel 1968 Eric White vive una lunga gavetta prima di diventare artista a tempo pieno.
Durante gli studi alla Rhode Island School of disegn, quando si trova a scegliere tra pittura e illustrazione decide per la seconda, che gli appare come la strada più sicura.
Dopo il diploma, la destinazione inevitabile, sembra essere New York.
Lì, infatti, si trasferiscono quasi tutti i suoi compagni di studi.
Tranne lui, però, che per segire una ragazza va a San Francisco.
La relazione dura pochi mesi, tuttavia White resterà in quella città per dieci anni.
Lavora a lungo come illustratore per Mondo 2000, un giornale che gli regala un'assoluta libertà di manovra.
Finisce per specializzarsi in caricature di celebrità, ma alla lunga la ripetitività d quell'attività l'annoia.
Comincia, così, per distrarsi, a dipingere.
La prima occasione gli viene offerta da una piccola galleria di Los Angeles, La luz de Jesus, che si appassiona ai suoi oli su tela e li inserisce nel calendario delle mostre.
Prima in collettive e poi in personali.
solo a questo punto, nel 2000, White decide di trasferirsi a New York.
L'eco del suo passato di illustratore è facilmente leggibile nei lavori di quei primi anni newyorkesi.
Volti femminili semplificati che sembrano rubati alla vecchia grafica pubblicitaria, teste crudelmente deformate, scene surreali che irrompono in contesti quotidiani levigati come una pellicola bianco e nero.
Ricorre come un leitmotiv, una fascinazione per l'estetica degli anni Quaranta e Cinquanta, soprattutto quella proposta da Hollywood.
Atmosfere riproposte come sottofondo a storie contemporanee, spesso autobiografiche.
Come accade nel 2004, quando Eric White conquista il pubblico newyorkese con la serie di oli su tela Who are parents.
Lo spunto sono i disegni del piccolo Casey Gallagher, sei anni, figlio di un amico dell'artista, i cui genitori si stanno separando.
White si trova a rivivere il divorzio dei suoi genitori, quando lui di anni ne aveva nove.
Gli incubi e le ansie di quel periodo li racconta attraverso ritratti di coppie hollywoodiane, gelidi baci vintage in bianco e nero, graffiati e sporcati da fedeli riproduzioni degli scarabocchi di Casey.
La serie segna l'inizio di un procedere più maturo.
Le influenze di Salvator Dalì e del surrealismo sono elaborate in maniera più sottile e il sovrapporsi vorticoso delle immagini si fa più strutturato.
Qualche anno dopo, White fa di nuovo parlare di sè con una serie di dipinti ispirati alle copertine dei vecchi dischi in vinile.
L'impostazione del quadro riprende l'immagine originale con una certa fedeltà, ma il volto dell'autore, dipinto con poche ruvide pennellate di sapore impressionista, ne esce deformato, come mangiato da una malattia.
Quasi fosse una fase necessaria di passaggio, il 2010 segna il ritorno a una pittura nitida, ancora più pulita che in passato.
Le atmosfere vintage rubate ai set di Hollywood tornano nella serie degli "Interni infiniti".
Impeccabili interni borghesi, colti magari durante un party elegante, si aprono su finestre che, sorprendentemente, danno a loro volta su un interno, dove però si svolge una scena totalmente incongruente, del tutto scollata dalla precedente.
E poi, da lì, su altre scene, in una specie di fuga prospettica mentale, che ha il sapore dell'incubo.
Un proseguimento ideale di questa serie è rappresentato dagli interni di automobili dipinti nel 2011 e in mostra oggi a Milano.
Il nome dell'auto e il titolo di un film ( da Pierrot le fou di Jean-Luc Godard
a Eva contro Eva di Mankiewicz) sono la chiave di lettura per questi lavori che sbeffeggiano le regole dello spazio e del tempo dilatandosi, spalancandosi in ventagli di sequenze dove una minima variazione nella posizione dei personaggi suggerisce il prolungarsi dell'azione, sfondandosi nella terza dimensione oppure specchiandosi in se stesse all'infinito, in un gioco ipnotico che non lascia scampo.
Tratto dalla Rivista "Arte",
Editoriale Giorgio Mondadori.
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