G8 - LA CARITA' PELOSA DI UN BELLICOSO E SQUATTRINATO OCCIDENTE. -
Obama, il G8, e il sostegno alla Primavera Araba:
fiasco dietro la magniloquenza delle parole.
Medarabnews
Ancora una volta – dopo le enfatiche parole pronunciate da Obama il 19 maggio a proposito dell’ “opportunità storica” rappresentata dalle rivoluzioni della Primavera Araba, parole che tuttavia hanno lasciato l’amaro in bocca a molti arabi e suscitato diverse perplessità in Medio Oriente – nuove affermazioni altisonanti riguardo al “potenziale storico” di queste rivoluzioni, accompagnate stavolta da generose promesse di aiuti internazionali nei confronti di questi paesi, sono state pronunciate al G8 conclusosi in Francia venerdì scorso.
Ancora una volta la Primavera Araba del 2011 è stata paragonata al crollo del muro di Berlino che cambiò il volto dell’Europa nel 1989, e le istituzioni finanziarie internazionali e i paesi ricchi del mondo sono stati chiamati a stanziare miliardi di dollari in particolare a favore di Egitto e Tunisia, i due paesi in cui si è registrato un cambio di regime, a patto che essi proseguano lungo il cammino delle riforme e della democrazia.
Ma il comunicato conclusivo del vertice francese è stato definito da alcuni vago e poco convincente – malgrado il clamore mediatico che lo ha accompagnato.
Alla fine la cifra complessiva promessa si è attestata sui 20 miliardi di dollari – che dovranno essere forniti da istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) – soprattutto per volere di Obama e Cameron, che hanno preferito non prendere impegni impossibili da mantenere.
QUANTI SOLDI ARRIVERANNO REALMENTE A DESTINAZIONE?
Il presidente francese Sarkozy, ad esempio, aveva insistentemente parlato di una somma complessiva di 40 miliardi di dollari, aggiungendo ai summenzionati 20 miliardi (da erogare nell’arco dei prossimi anni) altri 10 in finanziamenti forniti dai paesi del Golfo, e un’analoga quantità garantita da aiuti bilaterali provenienti dai paesi occidentali – cifre sulle quali non esiste alcuna conferma ufficiale né alcuna garanzia da parte dei paesi interessati.
Ma anche i 20 miliardi su cui alla fine ci si è accordati ufficialmente (di per sé non certo una somma esorbitante, se si pensa che la sola Tunisia necessiterebbe, secondo il suo ministro delle finanze, di 25 miliardi di investimenti nei prossimi cinque anni, e che un
rapporto dell’FMI ha dichiarato che il fabbisogno di finanziamenti esterni da parte dei paesi non petroliferi del Medio Oriente e del Nord Africa sarà di 160 miliardi di dollari nei prossimi tre anni) sono tutt’altro che sicuri.
Il G8 è infatti noto per essere uno stravagante e anacronistico organismo atto a sfornare promesse non mantenute.
Sebbene escluda tuttora alcuni dei principali attori economici del mondo (come Cina, India e Brasile, presenti invece nel più equilibrato G20), esso ha cambiato notevolmente la propria fisionomia con l’ingresso della Russia nel 1997, occupandosi prevalentemente di questioni legate alla pace, alla sicurezza ed allo sviluppo.
Nel 2005, sotto la spinta di Tony Blair e Gordon Brown, a loro volta incoraggiati da un colorito gruppo di rockstar, il G8 promise 50 miliardi di dollari in cinque anni per lo sviluppo dell’Africa, di cui ben 19 miliardi sono mancati all’appello.
Degli attuali 20 miliardi promessi a sostegno della Primavera Araba, forti somme a quanto pare proverrebbero da fondi già stanziati per altri fini dalla Banca Mondiale e dall’African Development Bank.
Vi è dunque il forte rischio che i finanziamenti ai paesi arabi vadano a scapito di altri paesi, tanto che un responsabile di ‘Save the Children’ ha affermato: “Non vogliamo che la Primavera Araba sia seguita da un inverno africano”.
Il modo stesso in cui il G8 di quest’anno è stato convocato la dice lunga sulla concretezza di questo organismo.
Gli Stati Uniti si sarebbero volentieri risparmiati l’appuntamento ma il presidente
Sarkozy, che avrebbe dovuto ospitare il vertice, ha insistito perché esso si tenesse come previsto, essenzialmente per ragioni di politica interna – ovvero per migliorare la propria immagine di fronte ai francesi.
Alla fine la scelta di mantenere l’evento si è rivelata utile anche per Washington poiché esso si è trasformato in un’opportunità – soprattutto mediatica – per promuovere l’offerta di sostegno politico ed economico da parte dell’Occidente ai paesi arabi che stanno affrontando una transizione verso la democrazia.
VECCHIE POLITICHE PER UN NUOVO MONDO
Ma per i “malevoli” in Occidente, e per molti commentatori del mondo arabo, la campagna occidentale di sostegno alla Primavera Araba (guidata in primo luogo dagli USA di Obama, e che vede tra i suoi principali fautori il presidente francese Sarkozy ed il primo ministro britannico Cameron) non è che un tentativo di dettare l’evoluzione e gli esiti delle rivoluzioni arabe – dopo che per decenni l’Occidente ha sostenuto i regimi che tali rivoluzioni hanno fatto crollare o fortemente destabilizzato – in modo tale che esse si accordino, non certo agli interessi dei popoli arabi, ma a quelli dell’Occidente, e degli Stati Uniti in primo luogo.
Al di là del pericolo che le promesse del G8 non vengano mantenute, vi è infatti un rischio più insidioso, e ben più grave: che si ripeta quel meccanismo perverso che ha portato i regimi arabi “filo-occidentali” a un progressivo indebitamento e ad una sempre maggiore dipendenza economica dall’Occidente, generando all’interno di questi paesi élite ricche e corrotte, legate a doppio filo (o per meglio dire, unite da un legame di “mutuo ricatto”) con i governi occidentali, e arroccate nelle loro prospere cittadelle circondate da un mare di povertà.
Le istituzioni finanziarie che dovranno fornire gran parte dei 20 miliardi di dollari promessi dal G8, come la Banca Mondiale e l’FMI, sono le stesse che hanno imposto a questi paesi strategie economiche che furono le principali responsabili del disastro sfociato nelle rivoluzioni a cui stiamo assistendo.
E’ non vi è alcun indizio che queste istituzioni abbiano realmente cambiato il loro approccio.
Ancora una volta i soldi promessi non verranno erogati sotto forma di sovvenzioni immediate o “a fondo perduto” (seppure subordinate al rispetto di rigidi vincoli), ma sotto forma di prestiti dilazionati nel tempo e condizionati ai programmi di riforma politica ed economica di questi paesi.
Questo approccio ha un doppio svantaggio dal punto di vista degli Stati interessati:
innanzitutto non dà una risposta all’immediato bisogno di denaro liquido di paesi come l’Egitto e la Tunisia per tamponare le ingenti perdite che le rivoluzioni hanno comportato – in termini, ad esempio, di mancati introiti del turismo e di fuga dei capitali stranieri – e per soddisfare le rivendicazioni sociali più pressanti.
In secondo luogo obbliga di fatto questi paesi a indebitarsi ulteriormente ed a legarsi a strategie economiche dettate da altri.
Come ha affermato Mike Froman, un consigliere della Casa Bianca, gli aiuti occidentali non sono “un assegno in bianco”, ma rientrano “nel contesto di programmi di riforma complessivi”.
Si tratta “in gran parte di affari, non di aiuti”, ha detto Froman, “di investimenti, non di assistenza nel tempo; si tratta di stabilire le condizioni in base alle quali il settore privato di queste economie possa fiorire e i benefici della crescita siano ampiamente condivisi”.
In particolare quest’ultima frase ricorda molto da vicino la filosofia applicata nei decenni passati dall’FMI, che ha tragicamente fallito proprio nell’obiettivo di far sì che i benefici della crescita fossero “ampiamente condivisi”.
Se è corretto e comprensibile che i paesi occidentali condizionino i loro “aiuti” all’implementazione di riforme politiche in senso democratico, nel momento in cui questa richiesta si estende alle riforme economiche vi è sempre il forte rischio che l’Occidente tenda a privilegiare strategie che garantiscano in primo luogo la sicurezza dei suoi prestiti e la remuneratività dei suoi investimenti.
Esprimendosi in termini più aspri, molti commentatori arabi sostengono che gli investimenti e gli aiuti sono condizionati all’adozione, da parte dei paesi beneficiari, del sistema capitalistico occidentale ed americano la cui bancarotta economica e morale è stata smascherata dalla crisi finanziaria globale nata proprio negli Stati Uniti e nei principali sistemi finanziari europei.
Come ha osservato il giornalista Austin Mackell, non solo i prestiti erogati dalla Banca Mondiale e dall’FMI a Tunisia ed Egitto rischiano di legare ancora una volta questi paesi a strategie economiche a lungo termine che potrebbero replicare le catastrofi del passato, ma soprattutto vengono negoziati con gli attuali governi (un residuo delle vecchie élite) prima ancora che si siano tenute le prime elezioni della fase post-rivoluzionaria.
Ancora una volta la società civile di questi paesi rischia di essere ignorata, e ancora una volta si fa finta di non vedere che le rivoluzioni arabe non sono state semplici rivolte contro i dittatori locali, ma contro il sistema neoliberista globale di cui essi erano espressione.
Se è davvero questa la sostanza del sostegno occidentale alla Primavera Araba, è evidente che il suo bilancio è destinato a essere fallimentare ed a favorire ulteriori sconvolgimenti nell’area mediterranea e mediorientale.
IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE E LA CRISI DELL’EUROPA
Quanto questo rischio sia concreto, e quanto poco sia cambiato l’approccio dell’Occidente rispetto agli anni passati, lo conferma la vicenda della successione alla guida dell’FMI, conseguente allo scandalo che ha travolto il direttore uscente Dominique Strauss-Kahn. Malgrado l’opposizione manifestata dai leader del G20, ancora una volta sembra trionfare il principio in base al quale la carica di direttore dell’FMI deve essere riservata a un europeo (così come alla guida della Banca Mondiale deve esservi un americano).
Ecco dunque che il principale candidato alla successione di Strauss-Kahn è l’attuale ministro delle finanze francese Christine Lagarde, con il pieno appoggio di Washington.
Una delle “scuse ufficiali” che vengono portate a giustificazione della candidatura di un europeo è che il prossimo direttore dell’FMI dovrà gestire molte “questioni europee”, ma la realtà concreta è che l’Europa ha in primo luogo bisogno dei prestiti agevolati dell’FMI.
Già il pacchetto di aiuti alla Grecia è stato il più alto nella storia di questa istituzione internazionale – 30 miliardi di euro (pari a quasi 43 miliardi di dollari) – mentre il pacchetto per il Portogallo recentemente approvato è pari a 26 miliardi di euro (più di 37 miliardi di dollari).
Come si vede, per salvare l’Europa sono in gioco ben altre cifre rispetto a quelle promesse per “aiutare” le giovani democrazie arabe.
La fragile situazione del vecchio continente a sua volta non lascia ben sperare per il futuro della nuova Politica Europea di Vicinato (PEV), presentata a Bruxelles il 25 maggio.
L’UE ha promesso di appoggiare le riforme democratiche nei paesi del vicinato europeo stanziando 1,2 miliardi di euro nei prossimi tre anni, che vanno ad aggiungersi ai 5,7 miliardi di euro già previsti dalla PEV per gli anni 2011-2013.
Rispetto alla precedente versione, la nuova PEV intende incentivare maggiormente le riforme democratiche, condizionando l’erogazione degli aiuti ai progressi compiuti nel consolidamento della democrazia. Essa intende adottare nei confronti dei paesi arabi misure che sono state applicate ai paesi dell’Europa dell’Est, promettendo facilitazioni alla mobilità dei loro cittadini, più fondi, e agevolazioni commerciali.
Ma, come ha sottolineato il rappresentante della politica estera europea Catherine Ashton, si tratta di misure che richiedono l’impegno di tutti i paesi membri dell’UE.
Tuttavia le recenti tensioni tra Francia e Italia sull’immigrazione proveniente dalla Tunisia, il conseguente dibattito europeo sul Trattato di Schengen, e i tagli di bilancio a cui tutti i governi europei si sono dovuti sottoporre, fanno temere che l’auspicio della Ashton rimarrà inascoltato. In questo caso la nuova PEV porterà ben pochi risultati concreti, al pari della vecchia.
OBAMA E I RESIDUI DEL “BUSHISMO”
Come si vede, tra la scarsa volontà di fornire aiuti concreti a causa della crisi economica che continua a pesare sull’America e sull’Europa, e il persistere di approcci rivelatisi fallimentari all’interno delle istituzioni finanziarie internazionali dominate dall’Occidente, come l’FMI e la Banca Mondiale, il tanto sbandierato sostegno occidentale alla Primavera Araba rischia di avere effetti marginali se non addirittura controproducenti.
Ma alla base della scarsa disponibilità ad impegnarsi finanziariamente e dell’insistenza a perseguire strategie economiche sbagliate vi è, da parte dell’Occidente, un approccio politico di fondo che rimane ancorato al passato e sembra non rendersi conto delle nuove realtà globali, nonostante i continui shock a cui i paesi occidentali sono stati sottoposti – shock rappresentati da eventi che abbiamo già citato, come la crisi finanziaria mondiale e le rivoluzioni arabe, le quali lasciano prefigurare il crollo di un intero ordine regionale su cui l’Occidente ha fatto affidamento per decenni.
Questo approccio politico sprofondato nel passato è stato perfettamente illustrato in queste settimane dal presidente americano Obama (ma leader europei come Cameron e Sarkozy hanno fatto altrettanto in altre occasioni), dapprima nel suo discorso del 19 maggio al mondo arabo che, al di là di alcuni riconoscimenti alquanto superficiali, è apparso prigioniero di vecchi schemi e luoghi comuni, e poi nel suo discorso di Westminster, di fronte alle due camere riunite del parlamento inglese.
In questo secondo discorso egli ha presentato in maniera ancora più marcata i movimenti popolari democratici sollevatisi nel mondo arabo come un “trionfo” dei valori occidentali, così come ha descritto l’ascesa di nuove potenze come la Cina, l’India e il Brasile come una conseguenza della loro adozione dei principi del mercato occidentale.
Egli si è degnato di dare il “benvenuto” nel club delle potenze mondiali a questi paesi emergenti, ma ha dichiarato che l’Occidente, e in particolare l’America e la Gran Bretagna, hanno ancora la leadership del mondo – un’affermazione che, oltre ad apparire anacronistica, alle orecchie dei paesi non occidentali suona inevitabilmente come la conferma di una volontà egemonica.
Mentre l’America e l’Europa annaspano in mezzo alle avversità economiche, Obama ha sfoggiato un ottimismo che è apparso a molti ingiustificato, affermando che “l’economia mondiale che era sul’orlo della recessione è ora stabile e in ripresa”.
Obama ha sostenuto che in Afghanistan la NATO ha “fermato lo slancio dei Talebani”, ma la “svolta” che egli prefigura nel paese rischia di essere ancora una volta smentita dall’ennesima estate calda di offensive talebane.
In questi anni, pur parlando di disimpegno militare e di riconciliazione con il mondo arabo-islamico, egli è divenuto sempre più prigioniero delle strategie belliche del suo predecessore Bush, ricorrendo più volte all’invio di nuove truppe, al lancio di missili, all’uso degli aerei senza pilota, in Afghanistan come in Pakistan – ed ora anche in Libia.
Il discorso di Obama a Westminster è coinciso infatti con i più pesanti bombardamenti della NATO su Tripoli dall’inizio dell’intervento “umanitario” occidentale, i quali inevitabilmente stanno terrorizzando parte della popolazione civile di quel paese e rendendo sempre più difficile una riconciliazione in un’eventuale era post-Gheddafi.
Pur in un clima regionale complessivamente mutato, dominato dalle rivolte popolari nonviolente e da movimenti che chiedono libertà e democrazia, il contributo occidentale di gran lunga più rilevante agli eventi regionali è ancora una volta un intervento militare.
Obama e i leader europei sembrano incapaci di affrancarsi dall’eredità di Bush e dalla sua diplomazia della guerra.
Mentre essi hanno fatto fatica a raggranellare 20 miliardi di dollari (e forse meno) da spendere nei prossimi anni per assistere la transizione democratica di Tunisia ed Egitto, meno di due mesi di campagna militare in Libia – dal 19 marzo ai primi di maggio – sono costati soltanto agli Stati Uniti 750 milioni di dollari.
E si tratta di briciole rispetto a ciò che gli USA hanno speso, e tuttora spendono, in Afghanistan e in Iraq.
Nel febbraio del 2010, il costo mensile della guerra in Afghanistan per la prima volta superava quello in Iraq: 6,7 miliardi di dollari rispetto ai 5,5 miliardi della missione irachena.
Questo è l’ordine di grandezza della spesa bellica USA nei suddetti paesi in un solo mese!
Cumulativamente il costo di queste due guerre ormai sfiora la cifra inimmaginabile di 1.200 miliardi di dollari.
Questa cifra stratosferica, che da sola è pari a quasi un decimo del vertiginoso debito nazionale americano, e di fronte alla quale i 20 miliardi promessi la scorsa settimana dal G8 appaiono meno di un’inezia, non ha prodotto alcuna democrazia, non ha promosso stabilità né sicurezza, e non ha portato sviluppo né prosperità, ma soltanto centinaia di migliaia di morti, perdite materiali semplicemente incalcolabili, una pericolosa
destabilizzazione regionale, e inesauribile odio contro l’America e l’Occidente.
Questo è in sostanza quanto ha affermato fra l’altro – proprio pochi giorni fa – Michael Scheuer, ex capo dell’unità della CIA che dava la caccia a Bin Laden (Scheuer lasciò quest’unità due anni prima dell’11 settembre).
Egli ha affermato che il discorso di Obama del 19 marzo è stato “una dichiarazione di guerra culturale all’Islam” e che l’Occidente continuerà ad essere attaccato “fino a quando saremo in Afghanistan, fino a quando appoggeremo gli israeliani, fino a quando proteggeremo lo Stato di polizia saudita”.
Eppure, né l’America di Obama né l’Europa sembrano in grado di rompere definitivamente con questa eredità, e di spendere coraggiosamente almeno una minima parte delle risorse dilapidate negli interventi bellici di questi anni in veri progetti di cooperazione e di sviluppo sostenibile.
In Libia la NATO ha già abbondantemente oltrepassato il mandato dell’ONU, e la missione militare sembra destinata a continuare, se non addirittura a espandersi ulteriormente.
E mentre gli USA non si sono ancora ritirati del tutto da un Iraq tutt’altro che pacificato, l’Afghanistan (con il vicino Pakistan) rimane un buco nero che probabilmente risucchierà le forze militari americane (ed europee) ancora per gli anni a venire.
E’ solo di due giorni fa la notizia dell’ennesima strage di civili ad opera di un bombardamento NATO in Afghanistan.
Così come è di pochissimi giorni fa la notizia che le truppe saudite inviate in Bahrein per soffocare il movimento democratico di quel paese erano state addestrate da personale britannico.
Allo stesso modo gli Stati Uniti continuano ad addestrare ed equipaggiare le forze di sicurezza di paesi non democratici come la Giordania, l’Arabia Saudita, lo Yemen, l’Iraq (che ha ormai completato il suo processo di “libanizzazione”), il Pakistan, ecc..
Ed è anche di pochissimi giorni fa la notizia che Obama ha firmato l’estensione per altri quattro anni delle misure più controverse del famigerato “Patriot Act”, promulgato da Bush all’indomani dell’11 settembre, le quali prevedono la possibilità di effettuare intercettazioni telefoniche a tappeto, di accedere a dati personali e riservati, ed altre azioni che violano la privacy e limitano la libertà dei cittadini americani.
Ormai da tempo Bush non è più il presidente degli Stati Uniti d’America, ma fino a quando il “bushismo” ed altri elementi affini a questo pensiero non saranno estirpati dalla mentalità dei politici di Washington e dell’Europa, le parole di sostegno alla libertà ed alla democrazia in Medio Oriente pronunciate dal presidente Obama e dagli altri leader del G8 suoneranno alle orecchie dei popoli della regione come vuota retorica – nel migliore dei casi.
http://www.medarabnews.com/2011/06/01/obama-g8-e-sostegno-alla-primavera-araba/
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