SE CRESCE IL PIL E' PIU' FACILE ABBATTERE IL DEFICIT E CREARE AVANZO PUBBLICO

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

Piena-Crisi-Low.jpgLo scorso anno, il famoso dizionario americano Merriam-Webster sancì “austerity” quale parola del 2010. Una scelta arrivata forse troppo in anticipo, visto che si tratta a tutti gli effetti della parola del 2011 in Europa, anche se noi italiani avremmo preferito incoronare il termine “spread”.

La crisi del debito e del credito ha spinto tutti gli Stati debitori del Vecchio Continente ad adottare misure restrittive. La Grecia, con il suo deficit mostruoso (15,4%) e un debito pubblico al 145%, è stata più volte costretta a ripetuti interventi economici contenenti tagli di qualsiasi genere (inclusi quelli agli stipendi pubblici).

Poi è stato il turno del Portogallo, che appena ha cominciato a vacillare sui mercati ha visto l’elezione anticipata di un nuovo governo di centro-destra guidato da Coelho sulla scorta di promesse elettorali basate sui tagli. Situazione simile per la Spagna con la recente elezione di Mariano Rajoy, dopo il fallimento delle politiche economiche di Zapatero. Infine, l’Italia di Monti, che ha deciso di arrivare al pareggio di bilancio entro il 2013 con le misure di cui ultimamente si dibatte in qualsiasi bar.

Siamo ormai abituati a chiamarla austerity, qui nel Bel Paese, sin dagli anni ‘70 – i tempi delle famose giornate in bicicletta per combattere gli effetti dello shock petrolifero.

Nella sua versione anglo-sassone sembra quasi una parola tecnica da economisti. E invece, nonostante l’inglesismo, non si tratta altro che di pura e semplice austerità. La stessa forma di comportamento che spinge le famiglie a stringere la cinghia, a scegliere su cosa risparmiare e quali spese tagliare, traslata a livello statale: poche entrate e troppi debiti che si accumulano di anno in anno. E allora si fa di tutto per risparmiare.

C’è tuttavia una differenza fondamentale tra l’austerità delle famiglie e quella statale, quantomeno in questo preciso momento storico.

La strada dei tagli e della riduzione della spesa pubblica in Europa non viene imboccata semplicemente per mettere in ordine le casse degli Stati (così come si mettono a posto i conti in casa), quanto piuttosto perché “imposta” dai mercati (come se l’austerità in famiglia fosse imposta dai creditori). La scelta che va per la maggiore tra i Paesi dell’Unione, anche perché richiesta dalla Germania, è quindi quella di rassicurare i creditori, mostrando maggiore rigore nei conti dello Stato. L’austerità come mezzo al fine di placare la speculazione.

Il nocciolo della questione è infatti il debito pubblico e per ridurlo le viepil.jpg praticabili sono fondamentalmente due: ridurre le voci di spesa, che sommandosi anno per anno creano il debito, oppure ritornare alla crescita – se cresce il PIL è più facile abbattere il deficit e creare avanzo pubblico.

Attraverso l’ultimo accordo dell’Unione, che contiene misure punitive automatiche per chi sgarra con i conti, la Germania della Merkel chiede a tutti uno sforzo immane per portare un po’ di “rigore” tedesco tra gli altri Stati membri. A Berlino non hanno alcuna intenzione di prodigarsi per salvare l’Europa senza che prima gli Stati visti come “irresponsabili” non dimostrino di aver assunto decisioni serie e severe. Perché, ad esempio, creare un prestatore di ultima istanza o gli eurbonds se greci, italiani  o portoghesi continueranno poi a commettere gli stessi errori? Non sarebbe forse una forma di azzardo morale?

Ecco quindi l’austerity come mezzo per la salvezza. Ma la semplice gestione di uscite ed entrate per mettere a posto i conti sembra più un esercizio di ragioneria che un metodo efficace per vedere la luce alla fine della crisi. L’adozione di scelte per la crescita comportano invece una maggiore visione d’insieme e di prospettiva politica che richiede coraggio ed intuizione, doti che i vertici politici d’Europa non sembrano possedere.

L’austerity basterà? Forse no. Ecco spiegate le manovra italiane – ben 3 nel 2011 e ora non si esclude che ne arrivi poi una quarta nel 2012. Serve la crescita! Sia a livello macro (statale) che micro (i cittadini degli Stati), viviamo ed operiamo in un sistema economico (quello capitalista) che funziona esclusivamente quando si produce, quando si vende, quando si crea. In altre parole quando, a fine anno, il PIL mostra un segno positivo percentuale generoso. Una condizione che nel breve periodo non si realizzerà. A livello europeo si è scelto infatti di praticare il rigore e solo successivamente di adottare misure per la crescita.

4870371518_a250f0e969.jpgDi investimenti per la ripresa se ne riparlerà in un altro momento. Proprio oltre oceano invece, la scelta americana è stata l’opposto: prima ripresa e poi rigore. L’adozione del famoso stimulus package di Obama da 787 miliardi di dollari nel 2009 – che secondo molti non ha comunque sortito tanti effetti benefici – ha fatto da apripista all’austerity americana: ora c’è da rimettere a posto le casse di Washington (un tema sul quale i partiti americani non sembrano essere in grado di mettersi d’accordo).

L’esempio americano poteva essere replicato in Europa? Dovevamo forse ricorrere ad un “pacchetto di stimoli economici” (magari a livello europeo) e solo dopo all’austerità? Potevamo permetterci un maggiore intervento economico dei singoli Stati piuttosto che una loro cura dimagrante con i tagli?

L’austerity è per certi versi una via inevitabile ma è anche e soprattutto una via recessiva che si rifletterà sul PIL dei singoli Paesi, quantomeno per l’anno a venire: si perderanno posti di lavoro, molte imprese chiuderanno, molte famiglie vedranno erodersi i propri risparmi e scomparire i servizi. Sarà dura ripartire: il lavoro perso verrà riassorbito fuori dall’Europa (ad esempio nei nuovi Paesi emergenti) e le imprese dovranno rinunciare ancora ad investimenti ed innovazione.

La previsione è quindi lecita. L’austerità non è più solo una scelta economica, ma quasi una condanna certa. La parola che meglio descriverà i prossimi anni.

 

fonte: http://www.meridianionline.org

di Matteo Arisci 

olivia

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