SIRIA - I FEDELI DI BASHAR
Intervista a Thomas Pierret, ricercatore francese che si occupa da molti anni di Siria. Si è occupato in particolare degli ulema siriani e del loro rapporto con il regime degli Assad, ma anche dell’evoluzione del welfare siriano. Ora insegna in un istituto di Berlino, il Zentrum Moderner Orient.
Quali sono i pilastri del regime di Bashar el-Assad, chi gli è restato fedele in questi giorni di rivolta?
R “Innanzitutto l’apparato di sicurezza militare. Bisogna distinguere: da una parte ci sono i servizi di sicurezza, che hanno essenzialmente una funzione di controllo della società, il controllo di eventuali opposizioni; e dall’altra l’esercito. Poi c’è il partito Baath, che non è esattamente un partito ideologico, perché la sua ideologia ormai è morta: ne parlo come strumento di patronaggio e di controllo della società. E al di là di questo vi sono dei partenariati che sono stati stabiliti con alcuni attori sociali strategici come il mondo degli affari. E in una certa misura, con l’ambiente rurale, perché il regime all’inizio si è costruito su una strategia di alleanza e di promozione dei contadini, creando delle unioni di contadini per inquadrarli: oggi assistiamo proprio alla crisi di questa alleanza con il mondo rurale, perché i disordini sono proprio partiti dalle regioni rurali.
Con la seconda domanda lei chiedeva chi gli è restato fedele: direi che ancora non siamo a questo stadio, perché al momento la questione da porsi è chi fa defezione. E direi che al momento la parte essenziale del regime sostiene Bashar, perché non ci sono state defezioni nell’esercito, né nel corpo diplomatico, come è accaduto in Libia. Non ci sono state defezioni tra i grandi uomini d’affari. Al momento sono proprio rivolte popolari, perché tra le élites non ci sono state defezioni significative”. 
Perché Deraa e perché Banias? Perché queste città sono state teatro di rivolte?
R.”Questo è interessante: sono due città molto diverse, eppure hanno un punto in comune. Sono entrambe città di secondaria importanza, sia per dimensioni che per importanza economica. Città periferiche, perché non sono parte dell’asse centrale della Siria. Ma quel che è interessante è che sono due vivai di reclutamento di quadri sunniti del partito Baath. Per citarle un fatto esemplificativo: il vicepresidente attuale, Farouk el-Chareh è originario di Deraa ed è un sunnita, e l’ex-vicepresidente Abdel Halim Khaddam, che oggi è in esilio e fa parte dell’opposizione ed ha lasciato la Siria nel 2005, era un sunnita originario di Banias. Dunque per venire alle cause: Deraa è il centro di una regione agricola importante, che è l’Hauran. E stata storicamente un bastione del partito Baath proprio in quanto città di contadini: non è assolutamente una città tradizionalmente ostile al regime. Per esempio, quando c’è stata un’insurrezione islamista, all’inizio degli anni ’80, non è accaduto quasi nulla a Deraa, che è rimasta una città fedele. E’ difficile capire cosa stia succedendo. Ci sono vari fattori.
C’è probabilmente un fattore di tipo economico, poiché c’è stato il passaggio ad una economia liberale: la Siria ha seguito per molti decenni un modello di sviluppo socialista che, in una certa misura, favoriva le regioni periferiche e povere come Deraa, tanto più che Deraa era ben rappresentata in seno al regime. Ma a partire dagli anni ’90 e poi soprattutto negli anni 2000 si è passati a un modello di sviluppo più liberale, in cui gli investimenti quasi automaticamente si concentrano nelle regioni che possiamo definire ‘profittevoli’, cioè le grandi città. Cioè essenzialmente Damasco e Aleppo. Quindi città, regioni come quelle di Daraa ne risentono.
Poi ci sono altri fattori. Per esempio i servizi di sicurezza a Deraa erano diretti da alcuni anni da un cugino del presidente Bashar. Una persona che aveva una fama esecrabile: una delle prime rivendicazioni avanzate dai manifestanti era la richiesta di esautorare questo capo della sicurezza.

Può sembrare aneddotico, ma è molto rivelatore di un’evoluzione del regime che si può definire di ‘patrimonializzazione’: questo capo della sicurezza è uno dei cugini del presidente e ricopre quell’incarico per via delle sue relazioni familiari, ed essendo cugino del presidente ha il diritto di fare quel che vuole, in particolare può esigere ogni prebenda, per esempio lo ha fatto sulle transazioni sui fondi agricoli, tra l’altro. Insomma, si è considerevolmente arricchito a spese della popolazione, creando una situazione esplosiva con il suo comportamento.
A questo poi va aggiunto il modo in cui si sono scatenate le rivolte di Deraa, ovvero l’arresto di alcuni giovanissimi adolescenti, in alcuni casi dei bambini, che avevano scritto degli slogan ostili al regime sui muri. Questo capo della sicurezza ha trattato in modo estremamente brutale non solo i ragazzi, ma anche le loro famiglie, che si erano recate presso i servizi di sicurezza per avere notizie e chiederne la liberazione. E trattandosi di una regione in cui i legami tribali sono estremamente forti, si è innescato un meccanismo di vendetta, da parte delle famiglie”.
A Deraa, durante le proteste -ha raccontato nei giorni scorsi Thomas Pierret- si sono visti striscioni e cartelli contro l’Iran e il suo alleato sciita in Libano, Hezbollah.
R. “Sì, a Deraa, c’è un altro elemento di cui meno si è parlato, ma che forse è importante, ovvero le voci di una ‘sciizzazione’ di alcune regioni siriane. La regione di Deraa è una regione quasi esclusivamente sunnita. Ma ci sono, dalla metà degli anni 2000, voci di una campagna missionaria da parte di uomini di religione sciita finanziata dall’Iran con l’obiettivo di convertire i siriani sunniti alla religione sciita. Sono voci amplificate dall’opposizione siriana, quindi c’è una motivazione politica alle spalle. E c’è una certa dose di esagerazione.
Ma allo stesso tempo un certo numero di siriani tende a credervi per la ragione che c’è un sentimento di discriminazione: molti sunniti siriani si ritengono discriminati rispetto agli sciiti perché le istituzioni religiose sciite, che sono in Siria prevalentemente istituzioni straniere, essenzialmente irachene e iraniane, godono di una grande libertà d’azione, per via delle eccellenti relazioni che hanno con il regime. E c’è una specie di gelosia tra molti siriani sunniti che ritengono -a ragione- che le istituzioni religiose sunnite sono sottoposte ad una serie di restrizioni da parte dei servizi di sicurezza.
Ho parlato del cambiamento di modello economico ma bisogna aggiungere la siccità: si tratta di una regione agricola e dunque la siccità che imperversa in Siria ormai dal 2006-2007 ha avuto effetti terribili in questa regione. Quindi c’è un vero problema economico di fondo a Deraa. Il che non sembra altrettanto evidente nella regione di Banias.
Quali caratteristiche ha la regione di Banias, che spieghino perché ci sono state rivolte?
R. La costa è in generale una regione più ricca: Banias in particolare è una città industriale, è il terminal della pipeline che arriva dall’Iraq, ci sono raffinerie di petrolio.
Quindi spiegare la ragione dei disordini è difficile. Partirei da due elementi.
Il primo è che tutte queste città della costa siriana sono città miste dal punto di vista confessionale. Storicamente sono sempre state città miste, perché c’è sempre stata un maggioranza musulmana sunnita ed una minoranza cristiana. Dal Ventesimo secolo si è aggiunta una nuova comunità, quella alauita. Che prima di allora viveva nelle montagne della regione costiera e che è emigrata verso le città, in particolare quelle costiere, durante il Ventesimo secolo. E’ diventata una parte significativa della popolazione. Spesso con quartieri ben identificati: ci sono i quartieri sunniti, quelli alauiti, ecc…
Talvolta ci sono delle tensioni confessionali, legate al fatto che i sunniti e i cristiani tradizionalmente in queste città gestiscono il commercio. Lo hanno sempre fatto e continuano a farlo. Gli alauiti scelgono molto spesso la carriera nella funzione pubblica, in particolare nell’esercito e nei servizi di sicurezza. Per ragioni di ordine essenzialmente sociologico: l’esercito e i servizi sono dominati da generali della comunità alauita, per cui si può ricorrere a una raccomandazione ed è più facile essere assunti nei servizi di sicurezza.
E’ spesso difficile per gli alauiti lanciarsi nel settore privato, perché non hanno -qui parlo degli alauiti per così dire ‘di base’- il capitale economico necessario o le relazioni sociali necessarie. Quindi tradizionalmente si indirizzano ai servizi segreti e all’esercito. Se si parla con gli abitanti sunniti di queste città, alcuni di loro dicono ‘in questo quartiere ci sono solo poliziotti’, e sono i quartieri alauiti.
Si può quindi identificare una comunità con i servizi segreti. Certo, è una generalizzazione, ma ha i suoi effetti sulla mentalità. Quindi a Banias c’è una sorta di tensione confessionale strisciante. E’ accaduta la stessa cosa a Lattakie due settimane fa: ci sono state delle manifestazioni sunnite contro il regime e c’è stato un tentativo da parte del regime di trasformarle in scontri tra confessioni. Verosimilmente ci sono stati degli atti di provocazione contro le due comunità con l’obiettivo di creare una contrapposizione tra sunniti e alauiti”.
E in effetti il presidente Bashar el-Assad, nel suo discorso al Parlamento sulle cause delle rivolte in Siria, ha più volte agitato lo spettro della ‘fitna’, della discordia tra musulmani.
R.“Sì, ha parlato di fitna. Si tratta con ogni evidenza di giovani che manifestano contro un regime autoritario, ma il regime fa di tutto per presentare le cose come una fitna, come una discordia confessionale.
Per terminare su Banias: ho parlato poc’anzi di Abdel Halim Khaddam, l’ex vicepresidente siriano. E’ stato anche ministro degli Esteri per
molto tempo. E poi è stato vicepresidente per vent’anni dall’84 al 2005. Era davvero una colonna del regime e poi ha litigato con Bashar, dopo la successione, nel 2000. Era un alleato del premier libanese Rafik Hariri e quindi può immaginare le tensioni che possono esserci state con il presidente Bashar. Alla fine è stato dimesso delle sue funzioni ed è andato in esilio a Parigi. Kahddam era estremamente ricco e terribilmente corrotto. E aveva una rete di relazioni molto importanti, una rete clientelare notevole in Siria. Ora, io non conosco bene la regione di Banias, ma mi pare logico che Kahddam abbia sviluppato una rete clientelare estesa nella sua città natale, come spesso fanno i politici. E che la sua partenza abbia provocato il crollo di questa trama di relazioni. Questo forse può spiegare perché questa città è particolarmente a rischio di rivolte.
Un altro elemento di cui non ho ancora parlato è l’importanza delle mafie in queste regioni. Sono i cosiddetti shabbiha: sono dirette da membri della famiglia del presidente, familiari alla lontana. Ci sono stati in passato cugini di primo grado, ma ora è un legame di parentela lontano. Ma essendo strettamente legati alla famiglia presidenziale fanno anche in questo caso quel che vogliono. Rendono la vita dura agli abitanti di alcune regioni costiere. Anche questo è un fattore di cui bisogna tener conto.
Insomma, sono varie contestazioni un po’ ovunque, che non hanno la stessa origine”
Bashar ha moltiplicato negli ultimi giorni i gesti distensivi nei confronti della comunità curda, concedendo la cittadinanza siriana ad alcune centinaia di migliaia membri di questa comunità che hanno vissuto da apolidi, privi di diritti nel Paese per decenni.
Ed ha fatto numerose concessioni agli islamisti. Il grande mediatore, anche questa volta, è stata una eminente personalità del mondo sunnita, lo sceicco Said Ramadan al Bouti, che ha condannato le proteste di questi giorni.
Che rapporti possono instaurarsi con gli islamisti?
R. “Bisogna distinguere nettamente tra quelle che potremo definire una opposizione islamista e gli ulema. Al Bouti rappresenta gli uomini di religione, o meglio l’establishment religioso. Non rappresenta assolutamente l’opposizione islamista. Quando parlo di ‘opposizione islamista’ mi riferisco ai partiti islamisti, che si richiamano all’Islam e che vorrebbero partecipare al gioco politico. Quindi parlo dei Fratelli musulmani e ad alcune personalità indipendenti.
I Fratelli musulmani non sono assolutamente interessati alle concessioni. Ricordo che sono un partito di opposizione che si trova in esilio: i suoi membri sono sparsi tra Londra e la Giordania o l’Arabia saudita…A loro non interessano le concessioni del regime. Quel che vogliono è una nuova legge sui partiti che permetta loro l’integrazione nel gioco politico. E’ abbastanza logico, è un partito politico che al momento è totalmente escluso dal gioco politico, non hanno neanche il diritto di mettere piede sul suolo siriano. Vorrebbero essere integrati per partecipare alle elezioni. E ritengono di avere buone probabilità di vincerle.
Le concessioni che sono state fatte sono rivolte all’establishment religioso, a quei religiosi conservatori come Al-Bouti: è stata promessa loro la chiusura di un casinò che è stato aperto l’anno scorso, l’apertura di un nuovo istituto religioso, la creazione di una rete satellitare siriana islamica. Ed è stato promesso loro di rivedere una misura approvata l’anno scorso, quando erano state escluse dal Ministero dell’Istruzione più di un migliaio di insegnanti che portavano il niqab, il velo che copre il volto. Non erano state licenziate, ma erano state destinate ad incarichi amministrativi. E’ stato loro annunciato che sarebbero state reintegrate nel corpo insegnante. Sono misure che soddisfano persone come Al Bouti, che non hanno ambizioni politiche: persone che difendono quel che percepiscono come interesse della classe religiosa. Quando intervengono nel gioco politico è per difendere i loro interessi e valori di uomini di religione. Ma non sono interessati a riforme del sistema politico, come per esempio una nuova legge sui partiti. Credo che Al Bouti abbia accettato queste concessioni in campo religioso senza insistere sulla nuova legge sui partiti”.
Secondo il New York Times sarebbe stata promessa ad Al Bouti anche la creazione di un partito islamista modello Akp, che però sia fedele al regime. Il quotidiano ipotizza quindi un’apertura alla possibile fine del monopolio del partito Baas.
R. “Nel corso dell’ultima lezione di Al Bouti, cui ho assisitito qualche giorno fa, ho sentito che ha fatto riferimento alla fine del regime del partito unico. Ha detto che sarebbe stato oggetto di una decisione, ma non l’ho sentito parlare della possibile creazione di un partito islamista moderato.
Al Bouti ha sempre detto di non essere interessato a questo. E’ stato sempre contrario all’idea di un partito islamista perché sostiene che tutti i partiti dovrebbero avere come riferimento l’Islam. Per lui l’idea che un solo partito ‘confischi’ il riferimento all’Islam è negativa.
E comunque lui non ha alcuna intenzione o ha sempre detto che non ha intenzione di lanciarsi in politica.
Ha scritto negli anni ’90 che gli era stato proposto di guidare un partito islamista moderato, che sarebbe stato integrato nella coalizione dei partiti alleati al Baath, e che ha rifiutato questa proposta”.

Dunque, se c’è un’opposizione islamista, non è certo rappresentata da Al Bouti: ad incarnarla sarebbero i Fratelli musulmani o altri
R. “Sì, i Fratelli musulmani e poi c’è un piccolo partito che ha sede a Londra. Poche persone ma molto attive e presenti mediaticamente: si chiama Giustizia e costruzione o Giustizia e sviluppo, dipende dalla traduzione. Sono relativamente giovani e s’ispirano al modello Akp turco, un modello di partito che potremo definire ‘musulmano democratico’
E poi ci sono alcune figure in Siria: rappresentano quello che potremmo chiamare una corrente islamista indipendente. Non sono affiliate ad un partito. Per esempio c’è Haitham Al-Maleh, figura storica di difensore dei diritti umani. Che è un avvocato. E che rappresenta questo movimento islamista moderato, che è favorevole a riforme liberali”.
Spesso si è letto che a differenza dell’Egitto o della Tunisia, l’esercito in Siria non abbandonerà Bashar el-Assad. Pierret ha parlato però anche del ruolo specifico ricoperto dalla Guardia repubblicana.
R. La Guardia repubblicana è una guardia di pretoriani: unità militari dotate di un proprio comando, distinto da quello dell’esercito regolare. Questo sistema era presente anche nell’Iraq di Saddam Hussein. Saddam aveva anche lui una guardia repubblicana. Esiste anche in Libia: è la famosa divisione di Khamis, guidata dal figlio di Gheddafi. Quindi c’è come una doppia struttura militare che non esisteva in Tunisia o in Egitto. E’ caratteristica dei regimi clanico-familiari. Per esempio esiste nelle monarchie del Golfo.
La Guardia repubblicana è guidata direttamente dal fratello di Bashar, Maher. Che ha fatto in modo da nominare tra gli ufficiali e sottoufficiali persone di sicura fiducia e prevalentemente membri della comunità alauita. Legati al clan della famiglia del presidente. Gente la cui lealtà è garantita.
E questa guardia è la parte dell’esercito che dispone delle armi più avanzate. Almeno in fatto di armi terrestri”.
E’ composta secondo alcuni da 10mila uomini. Il suo compito è la difesa di Damasco e la vita degli alti funzionari del regime?
R.”Sì. Intorno alla capitale si possono vedere soprattutto elementi della Guardia repubblicana, piuttosto che dell’esercito regolare. Che invece sorveglia il fronte, le zone più remote. La Guardia repubblicana è dispiegata nelle zone strategiche”.
Bashar è stato considerato un ‘riformatore’ e l’uso di questo aggettivo da parte dell’amministrazione Usa in carica ha creato non poche polemiche. Perché è considerato un riformatore?
R. “L’immagine di ‘riformatore’ si è cristallizzata quando è arrivato al potere, nel 2000. Era il risultato di due cose: da una parte la retorica ufficiale, che lo presentava come un riformatore per legittimarlo. Era per fare accettare alla popolazione la transizione dinastica, presentare Bashar come un riformatore.L’altro fattore è la speranza della popolazione stessa e dell’opposizione. Era un wishful thinking. Si voleva credere che fosse un riformatore e che la situazione politica potesse migliorare senza che ci fossero eventi cruenti come quelli cui assistiamo oggi. 
Credo che non si tratti tanto di capire se davvero Bashar è un riformatore: il fatto è che è alla guida di un regime che è estremamente difficile riformare. Quindi non si tratta di sapere se vuole riformare: quel che è sicuro è che vuole restare al potere. Mantenere in vita il suo regime. E secondo me non è un regime riformabile.
Tunisia ed Egitto, sono simili alla Siria nelle origini, in quanto regimi repubblicani a partito unico, che hanno tentato di fare delle riforme di facciata, per esempio organizzando delle elezioni che certo non erano né trasparenti, né eque.
Ma in Egitto e in Tunisia bisognava truccare le elezioni per assicurare la maggioranza al partito dominante, mentre in Siria il carattere maggioritario del partito Baath è iscritto nella Costituzione. Per esempio il partito Baath e i suoi alleati hanno sempre i due terzi dei seggi del Parlamento, alle elezioni. E’ iscritto nella Costituzione”.
Fonte: http://www.interpreteinternazionale.it/
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