- SIRIA: LE PROTESTE DEL VENERDI'. -
Il regime siriano, tra repressione interna e isolamento internazionale
Medarabnews
Le notizie sempre più drammatiche che provengono dalla Siria continuano ad essere scandite soprattutto dalle proteste del venerdì.
E’ in questo tradizionale giorno di preghiera per i paesi musulmani che il movimento di protesta siriano organizza le manifestazioni più imponenti e meticolosamente programmate, e che il regime risponde con la più brutale repressione, ricorrendo a lacrimogeni, a proiettili di gomma e proiettili veri, ai carri armati, e in alcuni casi addirittura agli elicotteri da combattimento.
Nel sabato che segue, i funerali per commemorare le vittime sono l’occasione per rinnovate dimostrazioni di opposizione al regime, a cui quest’ultimo risponde solitamente con ulteriore violenza.
In questo modo il braccio di ferro tra il movimento di protesta e le autorità siriane prosegue negli altri giorni della settimana, fino al successivo venerdì che – tradizionalmente ormai – segna un nuovo picco di intensità, in questo scontro che per il momento appare senza vie d’uscita.
Le autorità siriane si ostinano ad affermare che devono far fronte ad un’insurrezione armata composta da militanti islamici appoggiati da agenti stranieri, ma simili affermazioni sono state ripetutamente smentite dagli attivisti, dagli osservatori indipendenti, dalle Nazioni Unite e perfino da alleati di Damasco come il governo turco.
Tutti costoro hanno affermato che le proteste sono eminentemente pacifiche (ad eccezione di episodi fino a questo momento isolati, come il recente massacro di decine di uomini delle forze di sicurezza ad opera di uomini armati a Jisr al-Shughour, nel nord del paese) e avanzano rivendicazioni legittime.
L’ONU ha denunciato in termini drammatici la situazione in Siria, affermando che le vittime della repressione di Stato hanno ormai superato il migliaio, a cui bisogna aggiungere le migliaia di feriti, di persone arrestate, e i frequenti e ripetuti casi di tortura ad opera delle crudeli forze di sicurezza siriane, le quali – nel caso che ha finora fatto più scalpore – si sarebbero accanite perfino su un bambino di 13 anni, Hamza al-Khateeb, selvaggiamente torturato e ucciso perché era presente a una manifestazione anti-regime.
Lo scorso venerdì – ribattezzato dai dimostranti il “Venerdì dei bambini della libertà”, in ricordo dei 30 bambini rimasti uccisi dall’inizio delle proteste, secondo dati dei manifestanti – è stato uno dei più sanguinosi.
Le vittime sono state decine.
La città di Hama, tristemente famosa per il massacro di oltre 20.000 persone compiuto nel 1982 da Hafez al-Assad, padre dell’attuale presidente Bashar, è stata oggetto della repressione più dura.
Il regime ha bloccato i servizi internet in tutto il paese per impedire agli attivisti di diffondere i loro video delle proteste e della repressione in corso, e per impedire loro di comunicare e di organizzarsi tramite i social network.
Nonostante la brutalità della repressione, il movimento di protesta sta prendendo
sempre più piede nel paese, anche se fino a questo momento le grandi città di Aleppo e Damasco sono rimaste relativamente ai margini (proteste si sono registrate in molti sobborghi della capitale e nei dintorni di Aleppo, ma il centro delle due città è rimasto pressoché esente da disordini).
In questi due importanti centri abitati vivono i ceti più agiati e le classi imprenditoriali che hanno maggiormente beneficiato delle politiche economiche portate avanti dal regime negli ultimi anni – quelle stesse politiche che hanno prodotto gravi squilibri impoverendo ampie zone del paese (soprattutto le aree rurali e le periferie cittadine).
Molti ritengono che fino a quando le classi imprenditoriali e industriali non si uniranno all’opposizione popolare, il regime continuerà a pensare di poter sopravvivere reprimendo la protesta.
Per il momento queste classi sembrano ancora preferire la stabilità che la famiglia Assad ha garantito in questi decenni, e continuano a credere alla minaccia del regime secondo cui l’alternativa ad esso sarebbe il caos e l’estremismo islamico.
UN REGIME INCAPACE DI RIFORMARSI
Tuttavia le strategie adottate fin qui dalle autorità di Damasco per far fronte alla sollevazione popolare si sono rivelate del tutto inadeguate e controproducenti, e non stanno facendo altro che intaccare sempre più la fragile base di consenso su cui il governo siriano ancora può contare.
Sin dall’inizio della protesta, intorno alla metà di marzo, il presidente Assad ha affiancato un linguaggio conciliante al brutale uso della forza, promettendo concessioni politiche che però si sono sempre rivelate inconsistenti, e dando così l’impressione sempre più netta – sia in Siria che a livello internazionale – che il regime non sia assolutamente in grado di concepire una riforma reale dello Stato siriano.
Assad ha ripetuto ancora una volta questo schema la scorsa settimana.
Mentre egli dichiarava un’amnistia nei confronti dei prigionieri politici e prometteva l’apertura di un dialogo nazionale, le sue forze di sicurezza uccidevano decine di persone in diverse zone del paese.
Mentre afferma di voler dialogare, il regime continua ad arrestare, torturare e uccidere.
Il suo appello al “dialogo nazionale” è stato criticato da più parti per la formulazione vaga e inconsistente, la quale non definisce affatto in che modo vengano selezionati i partecipanti al “dialogo”, ed allo stesso tempo propone una struttura puramente “consultiva” che non dà alcuna voce reale agli oppositori.
Il regime si ostina a mantenere la propria assoluta discrezionalità nell’accettare o rifiutare le opinioni degli interlocutori, e si rifiuta di emendare l’articolo 8 della costituzione che sancisce che il partito Baath è la guida dello Stato e della società.
Nel frattempo continua a promuovere la propria propaganda di Stato sui mezzi di informazione
ufficiali, mentre impone un blackout totale sui media indipendenti impedendo ai giornalisti arabi e stranieri di circolare nel paese e di riferire gli eventi in corso.
In questo modo le autorità di Damasco si sono poste su una strada senza ritorno.
Non solo le loro politiche hanno spinto il movimento di protesta a chiedere in maniera sempre più inequivocabile il “cambio di regime”, ma hanno progressivamente isolato la Siria a livello arabo ed internazionale.
CRESCENTE ISOLAMENTO DELLA SIRIA NEL MONDO ARABO
Fin dall’inizio delle proteste in Siria, numerosi intellettuali ed opinionisti arabi si erano schierati dalla parte del movimento popolare siriano, tuttavia una minoranza consistente aveva continuato a difendere il regime o a tacere sulla repressione in Siria, in base al principio della presunta “eccezione siriana”.
Sulla base di questo principio, il regime siriano veniva ritenuto differente rispetto al regime tunisino ed a quello egiziano poiché aveva sempre sostenuto la resistenza araba contro Israele in Libano e in Palestina, e si era sempre opposto all’egemonia americana nella regione.
Il principio dell’ “eccezione siriana” negava l’esistenza di un’analogia tra la situazione dei popoli tunisino, egiziano, libico, ecc. da un lato, e quella del popolo siriano dall’altro.
Tale principio era disposto a sacrificare le aspirazioni di libertà e democrazia del popolo siriano sull’altare della stabilità dello Stato siriano, visto come baluardo della resistenza araba.
Tuttavia di fronte alla brutalità della repressione di Stato, alle uccisioni e agli arresti di massa, ed alla rivelazione di casi sempre più frequenti e inoppugnabili di orribili torture, a livello arabo il manipolo di coloro che ancora sostengono questo principio si sta assottigliando sempre più.
Lo stesso movimento di Hezbollah, estremamente popolare nel mondo arabo a causa della sua fama di campione della resistenza, è stato criticato da più parti poiché il suo segretario Hassan Nasrallah il 25 maggio ha mostrato comprensione per il regime di Damasco ed ha invitato il movimento popolare siriano a dialogare con esso.
E alcuni malumori per la posizione ufficiale espressa da Nasrallah covano all’interno dello stesso movimento sciita libanese.
Hamas, l’altro grande alleato della Siria, si trova in una posizione altrettanto difficile, tanto più che il suo quartier generale si trova proprio a Damasco, ospite del regime.
Nonostante ciò, il movimento islamico palestinese ha mantenuto un basso profilo evitando di schierarsi a favore di quest’ultimo.
NESSUN INTERVENTO MILITARE IN SIRIA
Al di fuori del mondo arabo, la situazione non è certamente più rosea per il regime
siriano, che ormai può contare quasi esclusivamente sull’alleanza con Teheran.
Non che la Russia e la Cina abbiano smesso di essere i principali sponsor di Damasco in sede ONU, o che sembrino disposte a lasciare che il Consiglio di Sicurezza approvi risoluzioni di condanna – o, peggio ancora, di sanzioni – nei confronti del regime siriano, tuttavia le scelte di queste due grandi potenze sono legate a considerazioni relative agli equilibri globali, più che a uno stretto legame con l’attuale regime che governa a Damasco.
In realtà proprio il “precedente libico” dovrebbe spingere Mosca e Pechino ad essere maggiormente restie a conferire il mandato ONU ad eventuali iniziative dell’Occidente volte a punire il regime siriano, visto che la NATO in Libia è andata ben al di là del mandato conferitole, puntando sempre più apertamente a un cambio di regime piuttosto che alla protezione dei civili.
Ma in ogni caso, al di là del probabile veto russo o cinese, l’eventualità di un intervento in Siria sulla falsariga di quello in Libia appare remota per altre ragioni: gli USA e la NATO difficilmente potrebbero impegnarsi su un ennesimo fronte dopo l’Afghanistan e la Libia (senza dimenticare l’Iraq, dove le forze americane sono tuttora presenti); per quanto la Siria sia isolata, il consenso internazionale che aprì la strada all’intervento in Libia è difficilmente riproducibile;
a livello militare Damasco sarebbe poi un avversario ben più ostico di quello libico;
ma soprattutto la Siria (un paese di per sé privo di petrolio e di altre risorse che potrebbero suscitare le brame di qualcuno) si trova al centro di una polveriera rappresentata da Libano, Israele/Palestina, Iraq e Iran, dove sarebbe estremamente rischioso mettere mano.
Queste considerazioni fanno sì che gli stessi Stati Uniti al momento abbiano scartato un intervento militare.
Ma ciò non impedisce che i falchi neoconservatori e i “liberali interventisti” del Congresso americano puntino al crollo del regime di Damasco, questa volta non sotto la pressione militare, ma sotto quella del movimento popolare e dell’isolamento internazionale.
Il sogno coltivato non troppo di nascosto è sempre quello di spezzare il legame tra la Siria e l’Iran, e di porre fine al sostegno siriano nei confronti di Hamas e Hezbollah.
Dal canto suo, la Casa Bianca finora si è mostrata cauta (come del resto Israele) poiché ciò che potrà emergere in Siria dopo l’eventuale crollo del regime rimane ai suoi occhi un’incognita.
Tuttavia l’ “aut aut” da essa rivolto al presidente Assad – avviare le riforme o andarsene – alla luce dell’intransigenza del governo di Damasco mette l’amministrazione Obama in rotta di collisione con quest’ultimo, e la espone al rischio di cadere ostaggio dei summenzionati falchi neocon e “liberali interventisti”.
In quello che diventa un circolo vizioso, la sensazione di isolamento e di trovarsi in un ambiente regionale ed internazionale ostile, aggrava gli atteggiamenti paranoici del regime siriano rendendo sempre più improbabili le riforme e i gesti di apertura nei confronti dell’opposizione popolare.
Lo scenario che si prefigura, di conseguenza, potrebbe essere drammatico: un movimento popolare sempre più compatto e determinato a chiedere la caduta del regime, al quale quest’ultimo potrebbe rispondere con una repressione sempre più brutale e con spargimenti di sangue su scala sempre maggiore (con l’ulteriore rischio che la rivolta si trasformi in una ribellione armata).
Sebbene uno scenario del genere difficilmente aprirebbe la strada a un intervento internazionale per le ragioni a cui abbiamo accennato sopra, esso purtroppo non escluderebbe una destabilizzazione regionale, poiché la Siria è legata a doppio filo con i fragili equilibri libanesi, e più in generale con i fronti più caldi del conflitto arabo-israeliano.
CRISI SIRIANA E CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO
Un primo fatto inaspettato a cui la crisi siriana ha contribuito almeno in parte è stato l’accordo di riconciliazione palestinese tra Fatah e Hamas – un evento che in realtà potrebbe contribuire alla pace, se Israele e gli Stati Uniti avessero un atteggiamento di maggiore apertura.
Ma un ulteriore indebolimento del regime di Damasco, o un suo crollo repentino, potrebbe avere invece effetti destabilizzanti poiché priverebbe Hezbollah – almeno temporaneamente – del suo retroterra strategico, e più in generale metterebbe in crisi l’asse con Teheran (che è basato sul rapporto privilegiato tra l’establishment sciita iraniano e la minoranza alawita al potere in Siria).
La crisi del cosiddetto “asse della resistenza” potrebbe benissimo essere soltanto temporanea (a dispetto delle illusioni di alcuni, una Siria democratica, o comunque una Siria post-Assad, non sarebbe certamente né filo-israeliana né filo-americana), tuttavia tale crisi potrebbe essere sufficiente a spingere qualcuno a tentare di forzare gli equilibri in Libano, o più in generale nella regione.
Non è del tutto escluso che lo stesso regime di Assad, qualora dovesse trovarsi davvero con le spalle al muro, possa decidere di giocare la “roulette russa” della “regionalizzazione” della crisi.
Per il momento si tratta però di una decisione ancora lontana: gli episodi a cui si è assistito domenica scorsa sulle alture del Golan – centinaia di profughi palestinesi (disarmati) che, in occasione della commemorazione della sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del 1967, hanno marciato verso il confine israeliano con l’intenzione di superarlo, ed ai quali i soldati israeliani hanno risposto aprendo il fuoco e facendo un numero imprecisato di vittime e di feriti – più che una sfida a Israele e un tentativo di distogliere l’opinione pubblica internazionale dagli eventi in Siria, sono probabilmente un tentativo di distrarre l’opinione pubblica araba, focalizzandola sul comune nemico israeliano.
A questo proposito bisogna osservare anche un’altra cosa: sebbene i siriani abbiano con tutta probabilità intenzionalmente permesso questa forma di protesta al confine, ciò non significa che essa non abbia anche elementi di spontaneità (il successivo scontro nel campo profughi di Yarmuk, in Siria, in realtà sembra testimoniare che non vi sia accordo tra i palestinesi siriani sull’ “utilità” di queste manifestazioni).
La protesta di domenica è una replica di quanto già accaduto il 15 maggio, in occasione della giornata della Nakba, quando però marce in direzione del confine con Israele si verificarono anche in Libano.
Stavolta in Libano tali marce non si sono ripetute non perché le comunità di profughi palestinesi non volessero organizzarle, ma perché l’esercito libanese ha militarizzato l’area e lo stesso Hezbollah ha “sconsigliato” questa forma di protesta (dal che si deduce che il movimento sciita libanese, probabilmente anche perché avverte il proprio momento di debolezza, allo stato attuale sembra intenzionato ad evitare qualsiasi rischio di destabilizzazione in Libano).
Dunque in Siria l’unica differenza con il passato è che questa volta il regime ha permesso e incoraggiato manifestazioni al confine che in altri casi avrebbe rigidamente proibito.
Ciò significa anche che simili marce potrebbero ripetersi in futuro. Il regime siriano potrà decidere a proprio piacimento quando “aprire il rubinetto”, ma la “pressione”
necessaria a garantire questo “flusso” umano è assicurata in gran parte non dai siriani, bensì dall’irrisolta questione palestinese.
Questo episodio rappresenta tuttavia un esempio di come le diverse crisi della regione rischino di accavallarsi, aprendosi alla possibilità di strumentalizzazioni da parte degli attori regionali coinvolti, e producendo effetti imprevedibili e difficilmente controllabili.
TENSIONE TRA ANKARA E DAMASCO
Un altro “fronte caldo” che potrebbe aprirsi nel caso di un aggravarsi della crisi siriana è quello con la Turchia.
Ankara, che aveva stretto profondi legami politici ed economici con il regime di Assad in base alla nuova politica estera turca ispirata al principio “zero problemi con i vicini”, si è trovata spiazzata dalla sollevazione popolare siriana.
Il governo turco ha tuttavia reagito abbastanza prontamente, riconoscendo la legittimità delle rivendicazioni del movimento di protesta ed esortando il regime di Damasco ad avviare urgentemente le riforme.
La scarsa disponibilità di quest’ultimo ha però determinato un raffreddamento nei rapporti fra i due governi, al punto che la Turchia ha ospitato la scorsa settimana ad Antalya un incontro di circa 300 delegati dell’opposizione siriana, a cui hanno preso parte esponenti politici, attivisti e figure indipendenti residenti in Siria e in esilio.
Ankara non solo vede messi a rischio i propri affari ed i propri investimenti in Siria, ma teme che il paese sprofondi nel caos riproducendo uno scenario simile a quello iracheno, con la comparsa di un’entità curda nella parte settentrionale al confine con la Turchia.
Fino a questo momento i curdi siriani si sono uniti alle proteste nel paese principalmente sulla base della propria identità siriana, senza anteporre ad essa la propria identità curda.
Tuttavia non è escluso che al loro interno emergano rivendicazioni incentrate su quest’ultima – uno scenario che agli occhi di Ankara è inaccettabile, poiché rischierebbe di interferire con la propria questione curda.
Una Siria nel caos potrebbe, secondo Ankara, fornire un nuovo retroterra al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), mentre un risveglio dell’identità curda siriana potrebbe a sua volta rinfocolare le rivendicazioni nazionaliste dei curdi turchi.
Il primo ministro turco Erdogan ha affermato a chiare lettere che la stabilità e l’integrità della Siria sono una questione di sicurezza nazionale per la Turchia, e che la destabilizzazione della Siria e la sua trasformazione in una “base terroristica” simile al nord dell’Iraq non sono accettabili per Ankara.
Il giornalista britannico Robert Fisk ha sostenuto che la Turchia avrebbe addirittura abbozzato piani per occupare alcune parti della Siria nord-orientale qualora un simile scenario di destabilizzazione dovesse verificarsi.
Sebbene il ministero degli esteri di Ankara abbia prontamente smentito questa affermazione, una simile eventualità non è stata esclusa neanche da alcuni commentatori turchi.
Come si vede, i rischi regionali nel caso di un protrarsi e di un aggravarsi della crisi siriana sono molteplici.
Sfortunatamente al momento attuale non sembra profilarsi all’orizzonte nessun fattore – né all’interno della Siria o dei ranghi del regime, né a livello regionale ed internazionale – in grado di disinnescare questa crisi.
http://www.medarabnews.com/2011/06/08/regime-siriano-tra-repressione-e-isolamento/
Vedi anche:
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