TURCHIA: ERDOGAN TRA MEDIAZIONE E DETERMINAZIONE
La Turchia si trova ad affrontare una sempre sfida più difficile, originata dall’ondata di tumulti che sta travolgendo tutto il mondo arabo. Tale sfida riguarda il suo crescente interesse economico nella regione, la sua riscoperta influenza politica e la sua strategia di lungo corso tesa ad evitare l’aggravarsi di qualsiasi problema lungo i suoi confini.
Nel breve spazio di pochi anni, la Turchia è diventata la potenza più dinamica del Medio Oriente. Ma settimane di lavoro diplomatico da parte turca sono svanite la scorsa settimana, quando il primo ministro turco, senza giri di parole, ha richiesto le dimissioni del Colonnello Muammar Gheddafi.
Una situazione simile può prospettarsi anche in Siria, dove il Presidente Bashar al-Assad ha promesso personalmente ai rappresentanti turchi di intraprendere le riforme, ma allo stesso tempo insiste nella repressione.
Nel vicino Iraq, la Turchia teme l’incapacità del governo locale di mantenere la stabilità nel paese mentre gli USA si apprestano a completare il loro ritiro militare. E il Libano, dove la Turchia gode del favore sia di Hezbollah che degli avversari, è arrivato al quarto mese senza un governo.
Prima che le rivoluzioni in Egitto e in Tunisia scatenassero la cosiddetta ‘Primavera araba’, la Turchia fungeva da catalizzatore nel riallineamento che si stava profilando in Medio Oriente, promuovendo una politica estera spesso indipendente dagli Stati Uniti in una regione in cui nessun altro paese eguagliava la sua statura politica. Adesso i disordini lungo i suoi confini stanno compromettendo anni di impegno in campo diplomatico ed economico, costringendo la Turchia ad assumere un ruolo più assertivo mentre il suo progetto di integrazione economica deve confrontarsi con la minaccia di una crescente instabilità.
“Di fronte a questo imprevedibile cambiamento nel mondo arabo, la politica estera della Turchia sta affrontando un ostacolo fondamentale” dice Sami Kohen, editorialista di Milliyet, un quotidiano turco. Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan “ha cominciato a perdere, Stato dopo Stato, quel ruolo di leader agli occhi del mondo arabo in cui aveva confidato e che riteneva importante”.
La Siria, sconvolta da settimane di tumulti, potrebbe rivelarsi la sua sfida più grande, dal momento che essa riecheggia ampiamente l’esperienza dei suoi vicini arabi negli ultimi quattro mesi. In Tunisia ed Egitto, e adesso in Libia e Yemen, i governi hanno inizialmente resistito, cedendo parte del potere per rimanere in carica, solo per trovarsi, alla fine, di fronte alla prospettiva di perderlo del tutto. Anche il leader siriano si oppone alle richieste di cambiamento.
“Gli attori esterni hanno scarsa influenza”, ha affermato la scorsa settimana l’International Crisis Group in un report sulla crisi siriana. “Persino gli Stati che hanno sviluppato stretti legami con Damasco, come la Turchia, sono visti con crescente sospetto da funzionari che diventano sempre più paranoici e considerano qualsiasi cosa che sia meno dell’appoggio incondizionato come un atto di tradimento”.
Nelle scorse settimane, la diplomazia turca ha lavorato in modo particolarmente intenso con la Siria, che considera la sua preoccupazione più urgente, essendo Damasco il pilastro della sua strategia regionale per una maggiore integrazione economica. Assad e Erdogan hanno parlato almeno tre volte al telefono e il capo dell’intelligence turca, un dirigente con una profonda conoscenza delle faccende siriane, è stato in visita a Damasco due volte dall’inizio delle rivolte a marzo. Il messaggio turco, dicono fonti ufficiali, era che il tempo per le riforme stava per scadere.
Con un linguaggio che richiamava le parole dette a Gheddafi, Erdogan ha messo in guardia il governo siriano dal ripetere i fatti di Hama, dove l’esercito siriano represse una rivolta islamica nel 1982, uccidendo almeno
10.000 persone (e forse molte di più).
“La Turchia ha bisogno della Siria più di quanto non abbia bisogno del regime siriano”, ha detto un analista residente a Damasco che ha richiesto l’anonimato, data la delicatezza dell’argomento.
Dall’Iraq al Nord Africa, il ruolo sempre maggiore della Turchia nel mondo arabo è apparso come una delle dinamiche più rilevanti nella regione. Nel 2010 lo scambio commerciale con l’Iraq si aggirava intorno ai 6 miliardi di dollari, quasi il doppio dell’ammontare del 2008. In Turchia ed in Siria le restrizioni sui visti erano state rimosse, agevolando gli scambi attraverso le fiorenti regioni di confine che hanno permesso di ricollegare città come Aleppo, in Siria, ai loro retroterra storici. Circa 25.000 turchi erano accorsi in Libia per lavorare nell’edilizia che si stava espandendo in modo incontrollato. La cultura popolare turca è dappertutto: il protagonista di una serie TV d’azione, “La Valle dei Lupi”, è così famoso che ha dato il suo nome a caffetterie irachene.
Da gennaio, la Turchia ha cercato di salvaguardare questi successi, portando avanti allo stesso tempo negoziati inerenti le proteste nella regione. Sebbene i rapporti della Turchia con l’Egitto fossero meno consistenti di quelli che Ankara ha con altri paesi arabi, Erdogan aveva chiesto al Presidente Hosni Mubarak di dimettersi mentre un inviato americano ancora insisteva perché a Mubarak fosse permesso di portare a termine il mandato.
Ma la Turchia ha sofferto battute d’arresto su altri fronti. In Iraq, una coalizione che Ankara aveva contribuito a creare, il raggruppamento Iraqiya guidato da Iyad Allawi, ha perso il confronto con la coalizione
guidata dal primo ministro Nuri al-Maliki, nonostante avesse ottenuto il maggior numero di seggi in Parlamento alle elezioni del 2010. (Lo stesso Allawi era stato quasi completamente emarginato dai negoziati che seguirono). Vi è poi scetticismo in Turchia in merito alla capacità di Maliki di tenere unito il paese e arrestare le tensioni settarie dopo il ritiro militare americano programmato per la fine dell’anno.
La diplomazia turca ha cercato di raggiungere una soluzione negoziata per la Libia, ma ha lamentato il fatto che i rappresentanti libici avrebbero mentito a proposito della loro volontà di imporre un cessate il fuoco. I rappresentanti turchi hanno affermato che nelle prossime settimane avrebbero cercato il favore dell’opposizione libica con più decisione e più apertamente.
Non sono ancora giunti a questo punto in Siria, paese con cui la Turchia giunse sull’orlo della guerra nel 1998 a causa dell’appoggio siriano alla guerriglia curda. Da quel momento, la Turchia ha promosso le sue relazioni con la Siria considerandole un modello per i suoi rapporti con altri paesi arabi. I due paesi hanno ospitato riunioni di governo bilaterali e persino esercitazioni militari congiunte. Gli scambi si sono triplicati in tre anni, e si dice che Assad e Erdogan provino stima reciproca.
“I due paesi hanno strette relazioni, e la Turchia è addentro al gioco politico siriano”, dice Burhan Ghalioun, direttore del Centro per gli Studi orientali contemporanei alla Sorbona di Parigi. Ma, ha aggiunto: “La Turchia sta avvertendo Damasco. Ankara sta dicendo che ha un interesse strategico in Siria e che non può permettersi di lasciare che la Siria esploda”.

La Turchia ha cercato di tenere il piede in due staffe, ospitando i leader della Fratellanza Musulmana siriana e permettendo una riunione dell’opposizione siriana a Istanbul. Questo ha fatto andare in collera i rappresentanti di governo siriani, che insistono col dire che le rivolte in Siria sarebbero organizzate dall’estero. In quello che è un possibile segnale di tensione, un funzionario del Ministero degli Esteri turco ha detto che non erano in programma altre visite a Damasco.
“Il governo siriano è su tutte le furie nei confronti dei rappresentanti turchi, che considerava alleati fino a ieri”, dice un analista siriano di Damasco che ha chiesto di rimanere anonimo.
Fino a questo momento, i funzionari turchi hanno fatto pressione sulla Siria per riforme più ampie, incluso un tentativo di riconciliazione nazionale e di dialogo che includerebbe verosimilmente anche la Fratellanza Musulmana, attualmente messa al bando. Fonti governative dicono che ad Ankara vi è la sensazione che Assad voglia le riforme ma sia ostacolato da forze più ostinate all’interno dell’élite dominante, una tesi ribadita da Erdogan.
“Ha detto che le farà”, ha dichiarato Erdogan in un’intervista televisiva. “Ma è difficile capire se qualcuno glielo sta impedendo, o se è lui ad essere esitante”.
Fonte: Anthony Shadid (giornalista americano di origini libanesi; nel 2004 ha vinto il Premio Pulitzer).
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