YEMEN: DOPO IL RITORNO DI SALEH, IL PAESE VA VERSO LA GUERRA CIVILE

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

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L’inaspettato ritorno di Saleh nello Yemen, e la sua ostinazione a voler mantenere il potere per sé e la sua famiglia, rischiano di spingere il paese nel baratro – scrive il giornalista Patrick Cockburn

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Il presidente Ali Abdullah Saleh è inaspettatamente tornato nello Yemen, una mossa che potrebbe dividere ulteriormente il paese e spingerlo verso una guerra civile.

Nella sua dichiarazione Saleh non ha fatto alcun accenno all’intenzione di dimettersi da presidente, una carica che ha ricoperto per 33 anni. Ma ha chiesto una tregua e un ritorno ai negoziati, affermando che la soluzione agli otto mesi di crisi “non è nelle canne dei fucili e nei cannoni, ma nel dialogo”.

Saleh ha ricevuto cure mediche in Arabia Saudita per quasi quattro mesi, dopo essere stato quasi ucciso in un attentato il 3 giugno, quando l’esplosione di una bomba o di un missile gli ha provocato ustioni su tutto il corpo.

Ci si attendeva che il governo saudita non gli avrebbe permesso di tornare nello Yemen a meno che egli non avesse promesso di cedere il potere, ma all’alba di sabato Saleh è tornato nella capitale, Sanaa, a bordo di un aereo privato.

saleh-110926114714_medium.jpgNella capitale, gli oppositori e i sostenitori di Saleh hanno sparato in aria in segno di rabbia o di celebrazione quando la notizia che egli era tornato nel paese è stata drammaticamente annunciata dalla televisione yemenita.

Entrambe le parti, che controllano i diversi settori della città, hanno tenuto manifestazioni parallele. I sostenitori del presidente gridavano “ti vogliamo bene Ali”, mentre gli oppositori gridavano “perseguite l’assassino”.

Se Saleh non comincerà a trasferire il potere ai suoi avversari, che vanno dai dimostranti filo-democratici nelle strade agli anziani leader tribali e militari, la crisi nello Yemen sarà destinata a peggiorare rapidamente. La prolungata fase di stallo ha già visto il tradizionalmente debole Stato centrale yemenita disintegrarsi ulteriormente.

I prezzi dei generi alimentari e della benzina sono saliti alle stelle. Nove dei 23 milioni di yemeniti non hanno abbastanza da mangiare, e il numero di persone che rischia la fame è in aumento, secondo le Nazioni Unite.

L’appello di Saleh a un cessate il fuoco e all’avvio di negoziati sarà visto come particolarmente ipocrita dai manifestanti, in quanto le forze a lui fedeli sono state responsabili della maggior parte delle uccisioni. Tali uccisioni includono circa 100 persone massacrate dai cecchini e dai bombardamenti la scorsa settimana, e la maggior parte dei morti è stata colpita mentre stava manifestando.

I medici degli ospedali dove sono in cura i feriti hanno affermato che molti hanno ferite alla testa, il che indica che le truppe leali al regime sparano per uccidere. Saleh ha condotto prolungati negoziati prima dell’attentato ai suoi danni, ma ha sempre esitato all’ultimo momento di firmare qualsiasi accordo che sancisse le sue dimissioni.

Il crollo dello Stato centrale e dell’economia ha spinto i funzionari delle Nazioni Unite a paragonare lo Yemen alla Somalia, un paese in uno stato di guerra permanente, ma senza fazioni in grado di registrare una vittoria decisiva.
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Anche prima della crisi, lo Yemen era il paese più povero del mondo arabo, con un terzo della forza lavoro disoccupato, con gli introiti del petrolio in caduta libera, e con una crescente carenza di acqua. Lo Yemen non si è mai ripreso economicamente dopo l’espulsione di un milione di lavoratori yemeniti dall’Arabia Saudita nel 1990-91 a seguito della decisione del governo di Sanaa di non condannare l’invasione irachena del Kuwait.

Saleh ha dimostrato, durante i suoi quasi quattro mesi trascorsi al di fuori dello Yemen, di non aver bisogno di essere personalmente presente per mantenere il potere, e di essere in grado di farlo attraverso i membri della sua famiglia. Suo figlio, Ahmed Ali Saleh, precedentemente designato come prossimo presidente, controlla le ben addestrate unità della Guardia Repubblicana.

Ma anche se l’opposizione non è stata in grado di allontanare Saleh dal potere, probabilmente egli non ha forza sufficiente per sconfiggerla. Parte di Sanaa è sotto il controllo dei miliziani tribali della potente famiglia Ahmar e delle truppe della prima divisione corazzata guidata dal generale Ali Mohsen, un’influente figura militare che disertò a favore dell’opposizione a marzo, dopo che uomini armati fedeli al regime, sparando dai tetti, avevano ucciso 52 manifestanti.

Le circostanze del ritorno di Saleh rimangono un mistero, in quanto ci si aspettava che l’Arabia Saudita, con l’appoggio degli Stati Uniti, gli avrebbe impedito di tornare a meno che egli non avesse deciso di cedere il potere. Data la sua storia passata di uomo pronto a raggiungere accordi solo per poi rifiutarsi di firmarli all’ultimo momento, l’unico compromesso di pace possibile sarebbe probabilmente un’intesa in base alla quale egli ceda il potere nelle prime fasi del processo.

Allo stesso tempo, Saleh è stato abile in passato a manipolare gli Stati Uniti proponendosi come alleato dell’America contro il terrorismo, e in particolare contro al-Qaeda nella penisola araba (AQAP), che ha le proprie basi nello Yemen. Questo gruppo conta appena 300 uomini secondo i funzionari yemeniti, ma perseguire e cercare di uccidere i leader di AQAP continua ad essere una priorità degli Stati Uniti.

Il regime di Sanaa è sospettato di aver ritirato le sue truppe allo scopo di consentire agli affiliati di AQAP di impadronirsi per un breve periodo di Zinjibar, la capitale della provincia di Abyan nell’estremo sud, così da rafforzare il senso di disagio di Washington su cosa accadrebbe se Saleh non fosse più presidente.

Patrick Cockburn è un giornalista irlandese; è stato corrispondente dal Medio Oriente fin dal 1979, prima per il Financial Times, e attualmente per l’Independent; era a Baghdad durante la prima guerra del Golfo, ed ha scritto diversi libri sull’Iraq

fonte: http://goo.gl/yzZOE

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