BURQA? NO AL PERMESSO DI SOGGIORNO

La professoressa Giovanna Zincone, consulente del presidente della Repubblica sulla coesione sociale, firma un editoriale piuttosto singolare su La Stampa di ieri. Titolo: “Porti il burqa? Non puoi vivere in Italia”. L’editoriale è ispirato dall’ennesimo “scandalo” attorno alle donne che in Italia indossano il burqa, scoppiato dopo che un giudice del tribunale di Torino ha invitato una donna deputata alla registrazione delle udienze, e che non indossava il burqua ma solo il velo, ad uscire dall’aula in quanto “non identificabile”.
L’editoriale della professoressa Zincone, che da anni studia le dinamiche dell’integrazione, è singolare per la sua costruzione: parte con una lunga premessa molto ragionata e densa di problematiche sulla questione, ma chiude con una sforbiciata veloce e apparentemente indolore al problema.
Prima osserva che il giudice di Torino ha esagerato, poi sottolinea che in Italia la questione del burqa è decisamente minoritaria ma comunque – ragiona – è bene affrontare tempestivamente la questione con un “approccio morbido”.
Dunque disquisisce sulle teorie liberali, citando Locke e Mills, entrambi d’accordo sulla necessità di porre dei “paletti” alla libertà anche se su piani diversi (il primo su quello della sicurezza dello Stato, il secondo su quello del rispetto altrui), quindi cita la posizione di chi sostiene che sia giusto “evitare imposizioni”, dunque nota che il dialogo è possibile “se la distanza culturale tra i dialoganti non sia abissale”, infine conclude con una geniale soluzione: “meglio traslocare il problema al momento del rilascio del permesso di soggiorno”.
Come? Semplice (è il caso di dirlo): la soluzione è la Carta dei Valori elaborata nel 2007 su sollecitazione dell’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato, che devono firmare tutti i migranti che ottengono un permesso di soggiorno. “Tra i valori citati dalla carta si ribadisce in più punti la pari dignità e l’uguaglianza dei diritti della donna – osserva Zincone – (…) Mi pare chiaro che chi imponga o indossi il burqa e niqab dimostra di non accettare questi valori della carta, e quindi non possa ottenere il permesso di soggiorno. (…) non vedo come questa constatazione possa dividere destra e sinistra”.

Ora, se il vero problema è non dividere più – mai più! – destra e sinistra, o almeno ridurre il più possibile gli ambiti di divisione, fingendo che – in fondo – si può andare d’accordo su tantissime cose, peccato non essercene accorti finora, è un conto. Se si ritiene che attraverso la Carta dei Valori del 2007 si possa risolvere con la bacchetta magica questioni sociali molto complesse e profonde, è un’altra. Entrambe le cose, comunque, sono false.
La Carta dei Valori è l’esempio più lampante dell’inconcludenza del governo di centrosinistra della passata legislatura in fatto di culture e migrazioni. Una paginetta di “valori” condivisi, infarcita di luoghi comuni (io la firmerei di corsa, ma non è questo il punto), elaborata per dimostrare all’elettorato di centro-destra che la sinistra non arretra di fronte ai valori liberali.
In quanto alla capacità di quella Carta di aggredire i reali problemi sul terreno – cosa che dovrebbe saper fare la sinistra – il risultato è zero carbonella. Dal 2007, in effetti, non risulta che si sia avviata una proficua emancipazione da parte di donne e uomini immigrati in Italia sotto l’egida della Carta dei Valori, né che quella Carta abbia avviato il benché minimo discorso pubblico che pure – almeno – avrebbe potuto innescare.
Inoltre per una significativa eterogenesi dei fini, sarebbe opportuno oggi chiedere che anche gli italiani firmino quella carta dei Valori, e che lo faccia almeno chi entra in parlamento. Potrebbe rappresentare la fine politica (finalmente) di Silvio Berlusconi, visto che sul reale (e non solo formale) rispetto della pari dignità della donna, con il nostro, ci sarebbero lunghi discorsi da fare.
La soluzione della professoressa Zincone appare anodina, anche perché dimentica completamente di accennare a cosa potrebbe accadere in un futuro non troppo lontano. Se da una parte si sta lavorando – e la presidenza della Repubblica sembra essere favorevole a questo processo – per un ridisegno dell’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di chi ha origini straniere, è allora il caso di riflettere su cosa ci insegna l’esempio degli altri paesi europei (e non) che già da tempo hanno imboccato questa strada.
Il “fardello” di due o più culture da conciliare, tanto più in un mondo che non sembra promettere sorti maginifiche e progressive in campo di equità sociale, può dar vita a molte contraddizioni: non è detto, se non ci si muove per tempo, che domani non avremo italianissimi niqab.
Non basterà, a quel punto, pensare che tanto si può “traslocare fuori” il problema, negando il diritto al permesso di soggiorno (senza contare che avendolo legato al lavoro, ancora oggi, “titolare” del permesso di soggiorno è spesso l’uomo, in special modo nelle famiglie provenienti dai paesi arabi, e la donna si trova dunque sempre e comunque in una situazione di debolezza, che la soluzione-Zincone non farebbe che aumentare).
Meglio sposare, allora, la strada della “tolleranza e del “relativismo”"? Neanche per idea. Anzi, è bene parlarne, pur tenendo presente che stiamo “illuminando” una piccola minoranza. Bisognerebbe, però, avere chiaro qual è l’obiettivo. Che dovrebbe essere, rendere “desiderabile” non portare il burqa o il niqab.
Rendere questo genere di pratiche, che non a caso sono diffuse – non avendo dietro di sé alcuna prescrizione religiosa – in situazione sociali in cui la subalternità della donna, la preponderanza del familismo, l’assenza di spazi sociali liberi e condivisi, il primato della religione sulla politica, e altri fattori regressivi (tra cui, purtroppo, anche le crisi economiche che sarà difficile epurare dal nostro contesto) sono elementi che fanno da collante a una costruzione sociale. Che, però, non è la nostra.
Bisognerebbe allora esserne (davvero) coscienti, e cominciare a chiedersi dove sono i nostri spazi di integrazione. Spazi condivisi e “larghi”, non soltanto spazi per coloro che si attivano per i propri diritti e che si avvicinano alla politica.
Un inizio potrebbe essere quello di cominciare a discutere sul serio – fuori dal diktat del permesso di soggiorno a punti in salsa leghista – del diritto-dovere per chi ottiene un permesso di soggiorno di conoscere la lingua italiana.
L’unica imposizione che guarderei con favore sarebbe l’obbligo, per uomini e donne che iniziano un percorso di vita in Italia, di frequentare almeno un anno di corso – gratuito – di italiano, in uno spazio istituzionale, aperto, ben congegnato, in cui tutti siano spinti a venire allo scoperto. In un modo, che alla fine, aspiri ad essere non solo metaforico.
di Cinzia Gubbini
babelblog