C'E' UN SENSO DI RABBIA UNIVERSALE, MA NON UN NEMICO IDENTIFICABILE
Parla il sociologo De Masi: "c’è un senso di rabbia universale, ma non un nemico identificabile"
Chi pensa che gli indignados non sono altro che i no-global sotto altra veste si sbaglia. Cosiccome sbaglia chi mette questo movimento sullo stesso piano di quello del ’68, finendo col liquidarlo come la solita, legittima, ondata giovanile di protesta. E ancor di più, sbaglia chi pensa che tutto finirà col solito nulla di fatto.
A predirlo, o quantomeno a dirlo, è Domenico De Masi, sociologo in forza alla Sapienza di Roma, che oltre a legittimare e benedire le proteste di questi giorni, traccia le possibili fasi di sviluppo del movimento.
“Non c’è da chiedersi da dove sono nati gli indignados. Al contrario mi stupisco come mai non siano nati prima e non vi sia ancora nessuna violenza”. De Masi non si augura certo un’esplosione dei facinorosi. “Ma
ricordo che nel ’68 e negli anni ’70 gli animi si scaldavano per molto meno, e le p38 si impugnavano con facilità. Oggi la situazione è molto più grave, ed è del tutto comprensibile che questi giovani non tollerino più questo trattamento”.
De Masi è stato tra i creatori e diffusori del paradigma post-industriale: uno schema per interpretare i modelli economici, estetici, valoriali delle nuove società. Criticamente. Ecco perché vede di buon occhio gli indignados. Che, rispetto ai movimenti dello scorso secolo, hanno qualche strumento in più. Ma anche un grosso nuovo ostacolo. “La protesta è globalizzata. E questo perché la globalizzazione non riguarda solo denaro e merci, ma, grazie a internet, anche i conflitti. Affinché riescano, però serve un obiettivo comune, una chiara definizione dei nemici e delle alleanze, e tattiche definite”. Tre virtù che gli indignados non hanno nel dna, per ragioni storico-sociologiche.
Ma secondo De Masi il movimento è sulla giusta strada per raggiungere quantomeno il primo obiettivo. “Quello che serve all’inizio è una comune condizione, oggettiva. L’organizzazione e la strategia vengono dopo. Adesso serve prendere coscienza. Ed è quanto sta accadendo. La mancanza di lavoro, le critiche alle fluttuazioni finanziarie: sono temi comuni a tutte le realtà protagoniste di questo movimento, che poi è normale declinino in maniera diversa, la protesta, con temi e strumenti locali”.
Molti limiti però rimangono. Almeno rispetto ai paradigmi passati. “Non c’è, per fare un esempio, la classe operaia che vede ogni giorno il padrone in fabbrica, sa chiaramente chi è il nemico, ci convive e lo odia – ragiona De Masi – Così come manca un pensiero unico, un Marx, un Marcuse: vi è una galassia di punti vista, dai teorici della decrescita ai generici critici delle banche. È un punto di debolezza, ma non una ragione per desistere. Lottando si impara a lottare”.
Al di là degli slogan, De Masi rintraccia un potente fil rouge nella rabbia.
“Questa è assolutamente sincronica. Bisognerebbe sincronizzare il resto. Internet ha di buono di essere una rete orizzontale, che scongiura organizzazioni piramidali. Ma dev’essere irradiata di forze per essere produttiva”.
C’è quindi il rischio che la protesta si disperda? Secondo il sociologo molisano, no. “Ci potrà essere un movimento ondulatorio di questa prima fase, ma non credo sia destinata a scaricarsi. Semplicemente
perché lo sfruttamento di queste persone non termina mica domani. Il secondo step sarà l’emergere di leader e/o organismi in grado di coordinare il tutto. Ovviamente parlo di realtà al di fuori delle istituzioni,
che in questo momento sono assolutamente antagoniste”.
Ai critici disfattisti De Masi risponde prontamente. “Non c’è nulla di fasullo o artificioso in quanto sta accadendo. Non c’è un cuore, è vero. O meglio, è un cuore ubiquo, mobile, in parte intangibile. Questo è il carattere nuovo, un’evoluzione della protesta in senso storico. Gli esseri umani crescono anche nelle lotte. Nuove forme di partecipazione possono arrivare dagli indignados. Magari nel frattempo avviene uno scatto nel Parlamento o nella Magistratura o in altre istituzioni, che recepiscono quanto sta accadendo. Ma anche se queste dovessero rimanere al palo, la necessità del cambiamento sarà comunque più forte di loro”. 
fonte: http://goo.gl/HwCd5
di Andrea Re
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