CALMA APPARENTE NEGLI STATI DEL GOLFO - LE RIVOLTE RICOMINCERANNO IN AUTUNNO? *** paola
fonte: http://goo.gl/Ydla6
Gli Stati arabi del Golfo sono visibilmente preoccupati per la primavera araba; ma chiudersi a riccio non è la soluzione ideale per affrontare le sfide che attendono il GCC – scrive l’analista Sultan al-Qassemi
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La relativa calma a cui si assiste per le strade del Golfo Persico oggi può essere attribuita sia a cause naturali che governative. Dopotutto, la torrida calura estiva scoraggia le persone dal protestare in massa per lunghe ore. La repressione esercitata dal governo può aver dissuaso altri.
Ma sotto la superficie, le cose potrebbero non essere così tranquille come a questi governi piace credere. Negli Stati arabi del Golfo le richieste fondamentali dei cittadini che protestarono all’inizio dell’anno finora non sono state soddisfatte. In un recente forum ad Abu Dhabi l’amministratore delegato del think-tank dell’Oman “Tawasul”, Khalid al-Safi al-Haribi, ha addirittura predetto che gli Stati del Golfo avrebbero assistito a una seconda ondata di proteste prima della fine dell’anno.
Gli Stati del Golfo hanno forse esagerato nella loro reazione alla “primavera araba”. Sul fronte estero, hanno invitato il Marocco e la Giordania nel club monarchico noto come Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), e hanno alzato la posta in gioco con il vicino Iran sciita. Sul fronte interno la repressione del dissenso è stata accompagnata da generosi contributi finanziari.
L’Arabia Saudita ha guidato entrambe le iniziative. Nonostante i velati disaccordi che quasi tutti gli Stati arabi del Golfo hanno con Riyadh, molti fattori fanno sì che l’Arabia Saudita sia il punto fermo della regione le cui decisioni influenzano i suoi vicini più piccoli. Dopotutto, essa è l’unico Stato che confina con tutti gli altri cinque paesi del GCC, e quello con la popolazione più numerosa (tra cui vi sono anche sciiti), con la maggiore estensione terrestre, con l’esercito più poderoso, e con la maggiore produzione e le più cospicue riserve di petrolio. Il regno saudita possiede anche il più grande impero mediatico ed economico del Medio Oriente.
Poiché l’Arabia Saudita è una forza così fondamentale nella regione, anche un cambiamento graduale potrebbe avere un effetto enorme sugli altri Stati del Golfo.
Il regno è simile a una gigantesca nave che impiega molto tempo a virare, ma una volta che l’ha fatto l’impatto è significativo. Se si mette l’Arabia Saudita eccessivamente sotto pressione, si potrebbe ottenere un effetto contrario; se il contagio si trasmettesse alla nazione che ospita il santuario più sacro dell’Islam, si arriverebbe ad una situazione di fronte alla quale i tragici avvenimenti del Bahrain apparirebbero insignificanti.
Il modo migliore per incoraggiare le riforme potrebbe essere quello di utilizzare la struttura tribale esistente, invece di esercitare pressioni dall’esterno per far capire ai leader dell’Arabia Saudita e agli altri leader del Golfo che le riforme sono necessarie, non per compiacere gli stranieri, ma perché sono la cosa giusta da fare.
Nonostante quello che i media stranieri vorrebbero far credere, la maggior parte dei leader del Golfo godono di un alto grado di legittimità agli occhi dei cittadini del GCC, in gran parte politicamente apatici.
Gran parte delle critiche dei mass media nei confronti di questi leader proviene da persone al di fuori del Golfo, le quali hanno una scarsa consapevolezza delle differenze esistenti tra la realtà sul terreno ed i propri ideali. Questi analisti esterni sono stati probabilmente ingannati dal modo in cui le cose appaiono, rispetto a come sono realmente.
Se vogliamo utilizzare un paragone informatico, possiamo dire che l’hardware del Golfo è molto aggiornato: edifici scintillanti, aeroporti moderni e infrastrutture di livello internazionale. Ma il software – la società civile e la responsabilità individuale – non si è sviluppato altrettanto velocemente. Così, non sorprende che gli esperti stranieri considerino le richieste di riforma nelle società del Golfo sulla base di una piccola élite di attivisti e intellettuali del paese.
Sebbene le proteste in Bahrain siano arrivate a chiedere l’abbattimento della monarchia, questo desiderio non è stato espresso dal principale movimento di opposizione, al-Wefaq. Nei due Stati del Golfo meno attivi politicamente, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, la stragrande maggioranza della popolazione vede gli attivisti che sono stati arrestati semplicemente come ribelli senza una vera causa.
Gli Stati arabi del Golfo sono visibilmente preoccupati per la primavera araba, che è già costata loro un alleato importante, l’ex presidente dell’Egitto. Ma chiudersi a riccio non è la soluzione ideale per affrontare le sfide che attendono il GCC.
I leader del Golfo attualmente al potere hanno l’opportunità e la responsabilità di riformare le loro società e di traghettarle nel XIX secolo, indipendentemente dai fattori esterni. C’è molto più da riformare della semplice idea di elezioni libere ed imparziali, e ciò turba il sonno di molti leader.
Il sistema giudiziario in questi paesi è obsoleto e altamente sensibile alle influenze esterne. La centralizzazione del processo decisionale ha terribilmente rallentato il progresso. La corruzione è endemica nei ministeri, i quali non hanno registrato cambiamenti al vertice per decenni. I diritti delle donne sono in fase di stallo, solo l’Oman ha nominato dei ministri di fede sciita, e nessuno Stato del Golfo ha nominato un ministro di colore.
Solo determinate persone devono rispondere di ciò che fanno. La libertà di stampa è soggetta alla censura del governo, così come all'autocensura. I diritti individuali sono nozioni elastiche che si espandono e si contraggono a seconda dei casi.
C’è in effetti molto da fare al di là delle urne, ma i leader del Golfo devono prima di tutto prendere in considerazione il posto che vogliono occupare nella storia. Coloro che detengono il potere vogliono essere ricordati come dei leader che hanno superato le aspettative dei loro popoli, o come individui la cui reazione alla primavera araba è stata quella di chiudersi a riccio ed aspettare che passasse?
(Sultan al-Qassemi è un commentatore residente negli Emirati Arabi Uniti; scrive abitualmente sul quotidiano The National, ed è non-resident fellow presso la Dubai School of Government)
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