CINEMA : "LE INVASIONI BARBARICHE". REGIA DI DENYS ARCAND
"Le invasioni barbariche", regia di Denys Arcand.

Fonte: Wikipedia
Remy, un cinquantenne professore di storia, ha un tumore e viene ricoverato. L'ex moglie Louise chiede al figlio Sébastien, affermato uomo d'affari che vive a Londra, di venire a trovare il padre, anche se tra i due i rapporti si sono praticamente interrotti da tempo.
Sébastien parte e raggiunge l'ospedale a Montréal; resosi conto della gravità della malattia del padre cerca di fare di tutto per rendergli gli ultimi giorni lieti e sopportabili.
Così, col suo denaro paga funzionari ospedalieri e sindacalisti per mettere in ordine un reparto, chiama i vecchi amici e fiamme del padre avvisandoli e invitandoli ad andare da lui, paga alcuni ex-allievi perché lo vadano a trovare, farà comperare eroina per alleviare i dolori della malattia.
Il tempo passa inesorabilmente fino a quando Remy — stanco della sua situazione — riceverà il colpo di grazia con un'overdose, che lo libererà dalla continua sofferenza.
La vicenda può essere letta su diversi piani, uno storico ed epocale, ed uno personale, individuale, umano in cui si insinua, dall'interno, il cancro, la malattia fisica.
Il film sorprende per il tono, lontano da ogni moralismo: si parla di guerre, religione, economia, con un linguaggio attuale.
Le vicende si svolgono in un ambiente benestante ed intellettuale: i protagonisti, che pure hanno vissuto intensamente e con passione le loro esistenze, hanno tuttavia anestetizzato la loro stessa passione per il vivere.
Siamo in presenza di un personaggio centrale (lo storico, la memoria del gruppo) attorno al cui capezzale si riuniscono nelle loro diversità le altre figure: la moglie, il figlio, la figlia che appare via internet, navigatrice sulla sua barca in mezzo all'oceano, la suora, le amanti, gli amici, gli studenti, la figlia tossicodipendente di un'amante.
I temi che vengono lanciati verso lo spettatore sono molti: il senso della vita, la felicità, cosa voglia dire vivere e a cosa serva vivere.
Temi affrontati con naturalezza, con apparente distacco che però poi afferma l'esatto contrario in quell'aggrapparsi della propria esistenza alla vita a tutto tondo, dai rapporti d'amore sino allo sguardo sulla natura e sugli altri.
Abbandonando il fiume delle parole e dei sofismi resta l'uomo che guarda in faccia la morte.
Come ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, in cui Antonius Block, il cavaliere, gioca la sua partita a scacchi con la morte, così qui Remy, lo storico, vive guadagnando qualche attimo di vita regalando a sé un attimo in riva ad un lago osservandolo: quell'attimo è la vita, vissuto senza edonismo ma con cognizione del suo momento stesso, unico, irripetibile, nel suo senso stesso che è forse celato nel rapporto umano con coloro che ci circondano.
In questo film si parla della morte di un uomo, ma si parla anche della morte della
nostra società o meglio di un sistema (il tema era già iniziato ne Il declino dell'impero americano del 1987).
La morte fisica fa da contraltare a quella delle grandi ideologie, dei progetti utopici, delle religioni e dei sistemi economici fondati su liberismo e capitalismo.
Qui il film appare in tutta la sua crudezza: non c'è una speranza, non c'è resurrezione, ma solo la morte.
Sotto alcuni aspetti il film può essere visto come la continuazione del precedente sul declino dell'impero americano, ci potrebbe ricordare sotto altri aspetti Il grande freddo o Il cacciatore
http://it.wikipedia.org/wiki/Le_invasioni_barbariche