DEFAULT GRECIA - RISCHIO DERIVATI -
Tutti i rischi della "bomba cds" in caso di default della Grecia.
Ecco quanto valgono i derivati su Atene
Di Andrea Franceschi
Da Il Sole 24 ore
E se un default fosse salutare per l'economia greca?
Nei giorni caldi della crisi di Atene l'Economist ha pubblicato sul suo sito un grafico da cui emerge che gran parte dei paesi falliti negli ultimi dieci anni ne hanno in qualche modo
beneficiato in termini di crescita economica.
La Russia è il caso più eclatante.
Nel quinquennio precedente al crack del 1999-2000 il Pil ha registrato un calo
del 5 per cento.
Dopo il default invece si è registrato una crescita del 7% dell'economia. Lo stesso è successo per altri paesi come l'Argentina, l'Indonesia e l'Uruguay.
Qual è la differenza con la Grecia?
E perché si tenta di evitare in tutti i modi il default?
Innanzitutto perché Atene fa parte dell'Eurozona.
Il suo crack avrebbe conseguenze pesanti sulla tenuta della moneta unica e rischierebbe di
innescare un effetto domino per via della forte esposizione del sistema bancario
e della stessa Bce in bond greci.
Un'altra grande differenza tra la Grecia e i casi di Argentina e Russia è poi che, quando questi paesi fallirono, non erano molto diffusi derivati come i credit default swap, contratti che assicurano contro il rischio fallimento.
A quanto ammontano i cds sulla Grecia?
La Depository Trust & Clearing Corporation, società americana leader nelle statistiche su questi prodotti, fornisce due dati: il nozionale netto e lordo dei contratti.
Il primo è pari a poco più di 5 miliardi di dollari e, indicativamente, rappresenta la cifra
massima che, in caso di bancarotta di Atene, le banche e assicurazioni che hanno
venduto credit default swap sulla Grecia dovranno rimborsare al mercato.
Il valore nozionale lordo è invece pari a oltre 79 miliardi di dollari.
La differenza tra lordo e netto sta nel differente modo di conteggiare i contratti.
Le statistiche della Dtcc possono dare solo un'indicazione di massima su quello
che potrebbe essere l'effetto della "bomba Cds" in caso di un eventuale default
della Grecia.
Il mondo dei derivati, con tutte le sue opacità, resta tuttora un'incognita.
Gli interventi legislativi per regolamentare questi strumenti, in Europa e negli Stati Uniti, sono lontani dal manifestare la propria efficacia.
In passato questi strumenti di finanza strutturata hanno causato una serie vittime.
La più illustre è sicuramente il colosso americano delle assicurazioni Aig.
Alla fine del 2008 la società, incapace di rimborsare i possessori di polizze sui
famigerati "mortgage bonds", venne nazionalizzata dal Governo degli Stati Uniti.
All'Eurogruppo non vogliono sperimentare effetti collaterali di questo tipo.
La parola d'ordine del dossier Grecia è quindi evitare il default.
Per questo si insiste sulla natura volontaria di un eventuale coinvolgimento dei privati nel salvataggio della Grecia.
Grazie a questo escamotage si eviterebbe il "credit event" che farebbe scattare il rimborso ai possessori di derivati.
Insomma un modo per fermare la prima tessera del domino.
Ma come si attiva il meccanismo del rimborso?
Tutto è gestito da un piccolo gruppo di banchieri raggruppati nell'International Swaps and Derivates Association.
È a questa associazione che stabilisce se il "credit event" (cioè il default) si è verificato o meno.
L'Isda ha autorità solo per quanto riguarda i derivati mentre sull'obbligazionario decidono le agenzie di rating.
Se la bancarotta viene accertata la palla passa alla società specializzata in swap Markit.
Questa a sua volta tiene un'asta per determinare quanto valore è stato
perso con il crack e valuta quanto dobba essere corrisposto ai possessori di
credit dafault swap.
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