LA SFIDA DELLE DONNE SAUDITE CONTRO LA SEGREGAZIONE -

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

   

fonte: http://goo.gl/QmDwD

Scopriremo presto se la sfida lanciata da numerose donne saudite nei confronti del sistema di totale segregazione messo in atto dal regime di Riyadh darà luogo a un movimento per i diritti civili in Arabia Saudita – scrive l’analista saudita Mai Yamani


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La visibilità e la determinazione inaspettata delle donne nelle rivoluzioni che stanno avendo luogo in tutto il mondo arabo – in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Bahrein, Siria e altrove – ha contribuito a mettere in moto ciò che è divenuto famoso con il nome di “risveglio arabo” o “primavera araba”.

Importanti cambiamenti si sono manifestati nelle menti e nelle vite delle donne, aiutandole a liberarsi dalle catene del passato e a rivendicare la loro libertà e dignità.

A partire dal gennaio 2011, le immagini di milioni di donne che manifestavano accanto agli uomini sono state trasmesse in tutto il mondo dai giornalisti televisivi, sono state pubblicate su YouTube, e hanno interamente occupato le prime pagine dei giornali. Donne di ogni età sono state mostrate mentre marciavano nella speranza di ottenere un futuro migliore per se stesse e per i loro paesi.
                                                                                               arabe-volante-copia-1.jpg
Esse si sono mostrate eloquenti e schiette, mentre marciavano ogni giorno, tenendo in mano le caricature dei dittatori e chiedendo a gran voce il cambiamento democratico. Si spostavano a piedi, in autobus o con i carri, comunicavano via telefono e mandavano tweet ai loro compatrioti, motivate in parte dalle richieste sociali, soprattutto per se stesse.

Il contrasto tra questo spazio dinamico di protesta e l’Arabia Saudita non potrebbe essere più marcato. Le donne saudite vivono all’interno di un sistema fossilizzato. I volti della famiglia reale sono dappertutto, mentre quelli delle donne sono velati e forzatamente nascosti.

In nessuna parte del mondo come in Arabia Saudita la modernità viene vista come un problema. I grattacieli si innalzano dal deserto, ma alle donne non è permesso prendere l’ascensore insieme agli uomini. Esse non possono nemmeno camminare nelle strade, guidare una macchina o lasciare il paese senza il permesso di un tutore maschio.

university-students.jpgFatima, una giovane donna che viene dalla Mecca, mi ha mandato una mail nel pieno della rivoluzione egiziana: “Dimenticati le urla a favore della libertà; io non posso nemmeno partorire senza essere accompagnata all’ospedale da un mihrim [tutore maschio]. E alla mutaw’a [la polizia religiosa, conosciuta ufficialmente con il nome di Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, e il cui capo ha un ruolo all’interno del governo] è stato dato il diritto di umiliarci in pubblico”. Di fatto i suoi già ampi poteri sono stati ulteriormente ampliati da decreti formulati dal re Abdullah a marzo, dopo che essa aveva contribuito a sopprimere le manifestazioni nel regno qualche tempo prima.

Tuttavia la globalizzazione non conosce limiti, neppure quelli imposti dai guardiani della probità islamica. Le bambine saudite di nove anni chattano on-line non preoccupandosi delle fatwa emesse dai rappresentanti religiosi wahabiti che impediscono loro l’accesso a internet senza la supervisione di un tutore maschio. Molte donne restano incollate in segreto di fronte ai canali della televisione satellitare e guardano le loro colleghe nelle piazze dell’Egitto o dello Yemen, irraggiungibili fisicamente, ma non per la loro immaginazione.

Il 21 maggio scorso, una donna coraggiosa di nome Manal al-Sharif ha infranto il silenzio e l’apatia, e ha osato sfidare il divieto che impedisce alle donne di guidare. La settimana successiva l’ha trascorsa in una prigione saudita. Tuttavia dopo due giorni dal suo arresto, 500.000 persone avevano visto su YouTube il video del suo spostamento in auto. Migliaia di donne saudite frustrate e umiliate dal divieto, hanno poi promesso di tenere una “giornata della guida” il 17 giugno.

L’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo che impedisce alle donne di guidare. Il sistema di segregazione rappresentato da questo divieto non è giustificato né dai testi più estremisti né dalla natura della società eterogenea che gli Al-Saud e i loro soci wahabiti governano. Ciò non avviene in nessuna altra parte del mondo arabo, cosa che è diventata più che ovvia nel contesto delle proteste sociali che stanno avvenendo ovunque nella regione.
                                                                                        manal                                                                                           
La segregazione forzata si manifesta in ogni aspetto della vita in Arabia Saudita. L’istruzione religiosa rappresenta fino al 50 per cento dei programmi di studio degli studenti. Il risultato è che il dogma wahabita penetra in ogni casa del paese. I libri di testo – rosa per le bambine e blu per i bambini, ciascuno dei quali presenta un diverso contenuto – sottolineano le regole prescritte dall’Imam Muhammad bin Abdul Wahhab, un rappresentante religioso del XVIII secolo e fondatore del Wahabismo.

Il sistema giuridico saudita rappresenta uno dei principali ostacoli alle aspirazioni delle donne, poiché si fonda su interpretazioni religiose che sono a favore di un sistema patriarcale chiuso. Non soltanto le decisioni dei giudici sostengono questo tipo di sistema, ma è vero anche il contrario visto che il sistema patriarcale è divenuto la base della legge.

Il risultato è che le donne saudite non posso esercitare la professione giuridica sulla base dell’interpretazione wahabita restrittiva secondo cui “una donna è inferiore in quanto a mente e a senso religioso”. In altre parole, lo stato di diritto in Arabia Saudita è la legge della misoginia, cioè la totale esclusione delle donne dalla sfera pubblica.

I governanti sauditi hanno annunciato che le manifestazioni sono ‘haram’ – ovvero un peccato punibile con il carcere e la fustigazione. Ora alcuni rappresentanti religiosi hanno dichiarato che per le donne guidare è un peccato ispirato dagli stranieri, punibile nello stesso modo.

Tuttavia, nonostante queste minacce, migliaia di donne saudite sono diventate fan della pagina Facebook “We are all Manal al-Sharif” e su YouTube sono comparsi moltissimi altri video di donne al volante, dopo il suo arresto. Come Manal, anch’esse sono state arrestate, e il governo sembrasaudiwomen2.jpg determinato a processarle. Ma Wajeha al-Huwaider, Bahia al-Mansour, Rasha al-Maliki e molte altre attiviste insistono comunque che guidare un’auto è un loro legittimo diritto, e stanno chiedendo in maniera chiara l’eliminazione delle restrizioni e la fine della dipendenza delle donne.

Il coraggio rivoluzionario di Rosa Parks che rifiutò di sedersi in fondo a un autobus comunale nella città di Montgomery, in Alabama nel 1955, ha contribuito a scatenare il movimento americano per i diritti civili.

Scopriremo presto se la sfida lanciata da Manal al-Sharif nei confronti del sistema di totale segregazione delle donne messo in atto dal regime saudita produrrà un effetto simile.
(Mai Yamani è una ricercatrice saudita; il suo libro più recente è “Cradle of Islam”)

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CONTRATTUALE.

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CREDITORI CINESI

VIVA LA RAI !!!

olivia

 

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