E SE ANDASSIMO TUTTI A SCUOLA DI ETICA DAGLI ABORIGENI?
Gli aborigeni australiani si sentono colpevoli per il terribile incidente della centrale nucleare di Fukushima, in Giappone. Gran parte dell'uranio usato nei reattori dell'impianto nipponico arriva infatti dall'Australia del nord, il Top End, dove vive la tribù Mirarr, che ha dovuto concedere lo sfruttamento delle miniere della zona a colossi del calibro di Rio Tinto.
Da 30 anni il minerale viene estratto dal sito di Ranger e da lì esportato in tutto il mondo. Fra i più importanti clienti c'è proprio la giapponese Tepco, la società che gestisce la centrale di Fukushima e gli altri impianti del Paese asiatico.
La rappresentante dei Mirarr, Yvonne Margarula, ha scritto una toccante lettera al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, in cui esprimeva la preoccupazione della sua gente per i pericoli rappresentati dall'energia atomica.
«Alla luce della lunga storia fra le compagnie nucleari giapponesi e le
società minerarie australiane, si potrebbe dire che i problemi delle radiazioni di Fukushima siano stati, almeno in parte, causati dall'uranio che arriva dalle nostre terre. E questo ci rattrista molto».
Nella missiva viene anche ribadito l'impegno degli aborigeni a opporsi all'ampliamento delle estrazioni nella loro regione. Un progetto che prevede l'apertura di una seconda miniera, detta Jabiluka, in quello che viene considerato il più grande giacimento di uranio del mondo. Ha aggiunto: “Estrarre l'uranio ha anche allontanato il nostro paese da noi stessi e lo ha distrutto: i billabongs (tipici laghetti australiani) e le calette sono spariti per sempre. Ci sono colline di roccia tossica e grandi buchi nel terreno con fango velenoso”
I Mirarr hanno altri progetti per quel sito: vogliono che diventi parte di Kakadu, il grande parco nazionale, già dichiarato patrimonio
dell'umanità. L'attività di estrazione è stata portata avanti, nonostante l'opposizione degli indigeni, da parte dell'Energy Resources of Australia (Era), una sussidiaria del colosso anglo-australiano Rio Tinto.
I lavori a Jabiluka sono stati interrotti più volte per le proteste degli aborigeni che non vogliono veder perforata la loro terra per estrarre un minerale pericoloso che può finire non solo nei reattori nucleari ma anche in ordigni e proiettili.
Anche se i membri della tribù hanno ricevuto copiose royalties dalla miniera di Ranger (si parla di 150 milioni di euro), Mangarula dichiarò già nel 2005, di fronte a una commissione parlamentare: «Così sono state sconvolte le nostre vite, è aumentata la dipendenza dall'alcol e sono cresciuti a dismisura i conflitti per il denaro all'interno della nostra comunità».
La nuova miniera potrebbe portare ai Mirarr addirittura miliardi di dollari di proventi, ma preferiscono difendere le loro sacre montagne dallo sfruttamento dell'uomo. Temono, poi, che si compia una maledizione. Secondo la loro religione, infatti, se si disturba la terra si può scatenare dal sottosuolo un potere letale, detto Djang, in grado di distruggere l'intera umanità.
L'Australia ha le riserve di uranio più grandi del mondo; grandi quantità sono state identificate alla miniera chiamata Olympic Dam, nel Sud dell'Australia.
La volontà dei Mirarr a rinunciare ad indicibili ricchezze, è apparentemente difficile da credere, ma ha un precedente: lo scorso anno, Jeffrey Lee, il proprietario tradizionale del deposito di uranio a Koongarra in Kakadu, diede la terra al parco nazionale.
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