FONDO MONETARIO - MALA TEMPORA CURRUNT PER EGIZIANI E TUNISINI - paola
Il Fondo Monetario Internazionale viene spesso dipinto come lo zio facoltoso che salva dei ragazzini ribelli, ma questa istituzione che ora accorre in aiuto di Egitto e Tunisia è la stessa che fu responsabile delle politiche che hanno portato al disastro economico i regimi spazzati via dalla Primavera Araba – scrive il giornalista Austin Mackell
Nel mezzo della tempesta mediatica scatenatasi attorno al direttore generale dell’FMI la scorsa settimana, i miei sentimenti hanno trovato un perfetto riscontro nel messaggio postato su Twitter da Paul Kingsnorth: “Cortesemente, qualcuno potrebbe arrestare il presidente dell’FMI per aver sfruttato i poveri per 60 anni?”
Infatti, senza voler sminuire la gravità delle accuse di violenza sessuale a carico di Strauss-Kahn, il ruolo esercitato dall’FMI nei decenni scorsi e attualmente è una faccenda ben più grande. La sua posizione è di particolare rilievo proprio in questa fase cruciale che sta attraversando il Medio Oriente.
Il nuovo piano di aiuti finanziari che si sta negoziando per l’Egitto e la Tunisia vincolerà entrambi questi paesi a strategie economiche a lunga scadenza, ancor prima che si tengano le prossime elezioni del dopo-rivoluzione. Considerata la storia dell’FMI, possiamo supporre che tali strategie avranno conseguenze devastanti per il popolo egiziano e quello tunisino – per quanto non lo si direbbe, dalla scarsa e ossequiosa copertura mediatica finora riservata alle trattative.
Lo schema abituale è ritrarre l’FMI come lo zio facoltoso che si presenta per salvare qualche ragazzino ribelle. Completano questa scena dickensiana le sagge parole dell’FMI, che auspica di vedere questa volta concreti segni di una crescita nelle “strade” e non solo sui “fogli di calcolo”. Sembra quasi che all’origine del problema attuale ci sia il mancato apprendimento degli insegnamenti dell’FMI da parte di questi regimi.
Un simile quadro è così ingenuo da apparire astorico. Non sono stati nemmeno menzionati, per esempio, i rapporti decisamente positivi presentati dall’FMI riguardo alla Tunisia e all’Egitto (insieme alla Libia e ad altri paesi) nei mesi, nelle settimane, e persino nei giorni precedenti le rivolte.
Comunque, in qualche misura l’FMI è consapevole del fatto che la sua politica ha contribuito allo stato di disperazione in cui versano attualmente così tanti egiziani e tunisini, e sembra desideroso di prendere le distanze dal suo passato. Certo, come ben sapranno gli osservatori dell’FMI, questo fa parte di un rinnovamento di immagine a cui il Fondo Monetario Internazionale sta lavorando da un po’ insieme alla sua organizzazione sorella, la Banca Mondiale. Ma finora i cambiamenti non si sono spinti molto in là. Come si dice, non puoi negare l’evidenza dei fatti; ma puoi abbellirla.
Prendiamo ad esempio la rassicurante pagina web dell’ “FMI e la società civile”, che fin dall’agosto 2007 annotava che gruppi della collettività nel complesso “pensano che anche le istituzioni globali dovrebbero rendere conto a una categoria più ampia di soggetti interessati per operare efficacemente e legittimamente”.
Perchè allora l’FMI (come ha suggerito, quando l’ho intervistato di recente al Cairo, Mohamed Trabelsi dell’Ufficio per il Nord Africa dell’International Labour Organisation) non si confronta con i gruppi e i sindacati della società civile egiziana e tunisina? Probabilmente preferisce agire nell’ombra trattando con il ministro delle finanze nominato da Mubarak, Samir Radwan, e con i generali attualmente alla guida dell’Egitto, ovvero i membri stessi di quell’élite economica che vede i propri privilegi minacciati dall’avvicinarsi della democrazia.
All’inizio degli anni’90 i programmi di riorganizzazione strutturale diretti
dall’FMI videro la privatizzazione di quasi tutta l’industria tessile egiziana e la riduzione della forza lavoro nel settore da 500 mila a 250 mila persone. Inoltre i lavoratori si ritrovarono, come il resto degli egiziani, a barcamenarsi con le stesse retribuzioni mentre il costo della vita saliva alle stelle. Benché i media occidentali non ne parlino, la lunga e coraggiosa lotta di questi lavoratori – in particolare lo sciopero degli operai tessili di Mahalla el-Kubra – è considerata da molti attivisti egiziani un passo cruciale sul cammino verso la rivoluzione del popolo egiziano.
Non aver compreso che la ribellione non era semplicemente contro dittatori locali, ma contro il programma di globalizzazione neoliberista che stava venendo attuato con un tale slancio nei loro paesi, è soprattutto una conseguenza dell’atteggiamento inconsapevolmente orientalista della nostra sinistra, e ha permesso alla retorica razzista dello “scontro di civiltà” di determinare la nostra percezione del Medio Oriente. Non siamo riusciti a vedere le popolazioni della regione come alleati naturali in una battaglia comune.
É questa cecità a far apparire le rivoluzioni come esplosioni istantanee, alla stregua di lampi improvvisi, piuttosto che come eventi in un continuum. Se si vuole trovare il filo logico, la storia potrebbe benissimo
avere inizio con la rivolta del pane egiziana nel 1977, che seguì dopo una fase iniziale di liberalizzazione economica (la quale andò di pari passo sia con il cambiamento di alleanze operato da Sadat nel pieno della Guerra Fredda che con il suo saluto alla bandiera israeliana a Gerusalemme). Non avrebbe dovuto sorprenderci il fatto che, mentre la loro lotta per la sopravvivenza diventava sempre più dura conseguentemente alle riforme portate avanti dall’FMI nei decenni successivi, i popoli sarebbero insorti ancora una volta.
Né dovrebbe sorprenderci l’ingente manovra economica che sarà certamente tentata in risposta. Durante questo periodo di transizione, forze come l’FMI cercheranno di fissare ed espandere il progetto neoliberista prima che ci sia un governo responsabile che possa contestarlo.
L’esempio del Sudafrica, come documentato da Naomi Klein, affiora subito alla mente. La famosa Freedom Charter dell’African National Congress (ANC), sottolinea la Klein, conteneva diverse richieste di giustizia economica, inclusa l’assegnazione di alloggi e l’assistenza sanitaria, nonché la nazionalizzazione delle industrie principali. Ma, mentre Nelson Mandela stava negoziando l’assetto del nuovo parlamento, Thabo Mbeki era impegnato in trattative economiche con il governo di F.W. de Klerk, durante le quali (parole della Klein) fu persuaso a “passare il controllo di quei centri di potere a esperti, economisti e rappresentanti dell’FMI presumibilmente imparziali, alla Banca Mondiale, al General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) e al Partito Nazionale; insomma, a tutti tranne che ai combattenti della liberazione appartenenti all’ANC”.
Il team degli economisti dell’ANC impegnato a elaborare il proprio piano non poté attuarlo una volta che il partito entrò nel governo. Le conseguenze per i sudafricani sono state disastrose.
Questi nuovi aiuti da parte dell’FMI minacciano di vincolare il nuovo Egitto e la nuova Tunisia democratici quasi nello stesso modo. Ancora una volta le élite locali potrebbero collaborare con le istituzioni a capo del capitalismo globale per schiacciare la popolazione complessiva. Se ciò dovesse accadere, queste rivoluzioni saranno derubate del loro vero significato e un colpo tremendo sarà inferto alla Primavera Araba nel suo insieme.
Austin Mackell è un giornalista australiano specializzato in questioni mediorientali; è stato corrispondente dal Libano in occasione della guerra israeliana del 2006, dall’Iran durante le turbolente elezioni del 2009, e dal Cairo in occasione della recente transizione democratica
Fonte: http://www.medarabnews.com
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