GHEDDAFI CONTRO I TRADITORI INDIGENI "Lo spazio, si può riconquistare..il tempo no"

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

Il Colonnello s’è guardato da Bengasi ma il nemico è sceso dalle montagne 

                                                  tuareg-libico.jpgLa fine, l’ultimo atto ce l’ha imposto secondo il suo stile, il Colonnello, come aveva promesso: interminabile, logorroico e intriso di smacchi. Cinque mesi di furiose efferatezze, di ritirate e di improvvisi contrattacchi, maledicendo minacciando accusando inveendo contro il mondo intero e i traditori indigeni.

Ora neppure a questo guitto che ci ha intronati con i suoi rintocchi apocalittici riuscirà l’ennesima capriola: alla fine di agosto, termine del Ramadan, tempo di meditazione e di penitenza, la tragedia sarà finita. Gli resta solo la vendetta: avvelenare il dopo, sfregiarlo a sua immagine e somiglianza. È una conclusione che gli somiglia. Ci proverà.

Sapeva il Colonnello che l’unica strategia possibile era barattare lo spazio con il tempo. Come predicava Napoleone: perché il primo si può sempre riconquistare, il secondo no.

Lo spazio l’aveva ottenuto in dono da Dio, migliaia di chilometri di deserto, il vuoto che si allunga tra Bengasi, il nido della rivolta, e Tripoli la sua roccaforte. Mesi sarebbero occorsi a quei rivoltosi chiacchieroni e inconcludenti  per percorrerli, quanto bastava perché accadesse qualcosa.
866550-libia.JPGTutti i dittatori in pericolo sperano sempre nel colpo di scena: la coalizione avversaria che si sgretola, un ribaltamento politico, un guizzo del destino, il miracolo. Come Hitler nel bunker berlinese, Gheddafi ha spiato speranzoso i suoi nemici. C’erano segni che gli offrivano speranza, le prime defezioni, il crescere della polemica nei parlamenti, l’allarme per i costi della guerra, l’avvicinarsi della scadenza della coalizione sconnessa e divisa. Perfino il Ramadan con il digiuno e i suoi tratti mistici sembrava aiutarlo. Resistere, resistere fino all’autunno. Poi avrebbero accettato di trattare: con lui ancora a Palazzo.

Il pericolo, invece, era alle sue spalle, apparentemente marginale e trascurabile. Erano le tribù berbere del Jebel Nafusa, a un palmo da Tripoli. Ribelli che Al Jazeera e le Cancellerie non hanno mai preso in
considerazione, un fronte periferico; tutto non si decideva a Est, assicuravano i generali? La marcia su Tripoli l’hanno compiuta loro, rapida e implacabile.

Gettandosi nella sua tela hanno agito come un ragno, lo hanno colpito nel punto vitale. Hanno tagliato al Colonnello la strada verso la frontiera tunisina e quella che conduce verso il Sud, verso il Sahel.

La mossa risolutiva. Era la vena attraverso cui passavano i rifornimentilibia10G_8.jpg
e i contatti del regime con il mondo. Anche l’unica via di fuga per la Guida suprema, i suoi famigliari, i gerarchi. In quel momento il regime di Gheddafi è entrato davvero in agonia. È solo questione di tempo, giorni o al massimo settimane.

La vittoria sarà dunque loro, dei ribelli dell’Ovest, berberi, non del babelico e impresentabile comitato di transizione di Bengasi. O degli aerei della coalizione. Protagonista di una guerra tecnicamente così maldestra e inefficace da imporre spiegazioni alle gallonate gerarchie dell’Alleanza. L’avanzata dei berberi verso Tripoli è punteggiata di città fantasma, da cui gli abitanti sono fuggiti, o unendosi alle truppe di Gheddafi in rotta, o nel deserto. Sono tribù che temono il regolamento di conti: il Colonnello le aveva appoggiate per tenere a bada i berberi della cui fedeltà diffidava.

Ecco lo scenario di domani, per una rivoluzione tribale in cui confluiscono faide e furori diversi. Gheddafi lo ha per 40 anni mirabilmente manovrato a suo profitto, questo equilibrio tribale. Negli ultimi anni il suo metodo si era fatto congenitamente gaffeur, quasi questa complicata macchina incline ai funambolismi avesse smarrito il segreto del suo congegno interno. Lo hanno sfiancato il perseguimento di sogni sempre più complessi e inagibili e gli intrighi feudal-dinastici. È tutta qui, ahimè, la rivoluzione libica.

Efflorescenza di rabbie sufficienti a garantirne il pratico (ma lento) successo, ovvero lo sgambettamento del tiranno; ma che deve indurre a scepsi metodiche sui suoi esiti successivi.
                                                                                               tuareg
Mentre il sangue non ha ancora avuto il tempo di coagularsi, la sentiamo en route la nuova guerra, ancora tra le tribù, attorno a cui dovrà ricomporsi o scomporsi la società libica. E il petrolio sarà il bottino inevitabilmente. In questa diabolomachia tribale, inestricabile, complessa, incomprensibile per i nostri schematismi primitivi di buoni e cattivi, dovremo scegliere.

fonte:   http://goo.gl/ovi4S  di Domenico Quirico

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