I BRICS A CACCIA DEL FONDO MONETARIO - paola
La Banca mondiale agli Usa e il Fondo monetario internazionale all'Europa: chi l'ha detto?
Il declino delle potenze storiche è l'occasione d'oro dei Paesi emergenti per affrancarsi dal giogo del vecchio continente. Anche se la matematica non gioca a loro favore. A meno che, al momento del voto, gli americani non decidano di piantare in asso l'altra sponda dell'Atlantico.
Come è intuibile possa avvenire, visto che, il 25 maggio, Timothy Geithner, segretario al Tesoro statunitense, ha rotto il silenzio, indicando come «molto capaci» sia il pretendente europeo, sia il messicano Agustin Carstens. E annunciando di voler svolgere «un ruolo importante» nella nomina.
I CANDIDATI EMERGENTI. Il pomo della discordia è la francese Christine Lagarde, la candidata che ha ottenuto l'endorsement di Germania e Gran Bretagna, contro la quale i cinque Stati del Brics (Brasile, Russia, India,
Cina e Sudafrica) hanno alzato la voce, esprimendo, in una nota, «preoccupazione per le dichiarazioni di alti funzionari europei, sulla volontà di mantenere un loro membro come direttore dell'Fmi».
All'ennesimo occidentale - tutti i direttori, dalla nascita dell'istituzione nel 1946, sono stati europei - gli emergenti hanno detto di preferire l'economista di punta di un altro continente.
LA SFIDA ALL'OCCIDENTE. Magari l'indiano Montek Singh Ahluwlia, influente consigliere del governo indiano, o il turco Kemal Dervis, potente ex ministro delle Finanze, o appunto il messicano Agustin Carstens, molto stimato sia al Fmi sia in Banca mondiale.
«La guida del Fondo deve essere scelta con una reale selezione del merito. L'accordo che, nella prassi consolidata, avviene in base alla nazionalità, mina la legittimità stessa del Fmi», ha chiosato il gruppo, lanciando il guanto di sfida all'Occidente.
Stati Uniti, l'ago della bilancia per il voto.
La scadenza per le candidature è fissata entro il 10 giugno. Il successore di Dominique Strauss-Kahn sarà designato entro il 30 dello stesso mese. Il punto è che la nomina, per potere decisionale, è nelle mani di Stati Uniti e di Europa.
Tra i 24 direttori del consiglio esecutivo dell'Fmi, che rappresentano i 186 Stati membri, cinque sono permanenti con potere di veto, seppure non vincolante, e detengono le quote maggiori del capitale messo a disposizione da ogni Paese.
Si tratta di Usa, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito. Per prendere le decisioni più importanti, come la nomina del banchiere più potente del mondo, è necessaria la maggioranza del 85% dei voti, ripartiti in
base alle quote.
LA DISTRIBUZIONE DEI VOTI. Il peso maggiore è esercitato dagli americani, in possesso di un decisivo 17% (l'equivalente di 58 miliardi di dollari annui versati). Big europeo è la Germania, che, con il suo 5,9%, può fare il buono e il cattivo tempo.
Nulla di paragonabile ai soldi messi sul piatto da India (1,91%), Messico (1,45%) e Turchia (0,5%), che pure, dal 2010, hanno sottoscritto un programma di aumento delle loro quote.
La potenza emergente che versa di più è la Cina (3,72%), sempre meno però di Francia e Regno Unito, entrambe al 4,94% (l'Italia ha il 3,2%).
Messo insieme, il blocco occidentale non può raggiungere la maggioranza richiesta. Ma da soli gli Usa bastano a impedire che si arrivi alla soglia dell'85%. Non a caso, per evitare numerose impasse, è stato invano chiesto di abbassare lo sbarramento al 75%.
La corsa alle alleanze con Cina, Usa e Giappone
Vice governatore della banca centrale cinese, Zhu Min era stato scelto da StraussKahn come consigliere speciale.
Molto dipenderà dalle alleanze che i Paesi emergenti riusciranno a stringere con gli Usa. Finora, tutto sembra remare a favore di Lagarde, 55enne ministro dell'Economia che, nonostante sia al centro di un pesante scandalo in Francia per aver favorito l'ex patron dell'Adidas, ha incassato il prezioso lasciapassare di inglesi e tedeschi.
L'ANNUNCIO DELL'ELISEO. Il 24 maggio, inoltre, l'Eliseo ha annunciato che anche il «governo cinese appoggerà la candidatura di Lagarde». Pechino non si è esposto in modo altrettanto netto, confermando tuttavia di «avere già inviato, la scorsa settimana, una sua risposta in merito alla scelta del nuovo direttore dell'Fmi».
Peccato che, nel comunicato sibillino, la Cina non abbia fatto il nome tanto atteso. Ed è anche singolare che, la settimana precedente, il China Daily avesse rilanciato la candidatura dell'economista Zhu Min, vicegovernatore della Banca centrale.
IL TEMUTO ASSE CINA-USA. «La tradizione del candidato europeo all'Fmi
sta tramontando», ha scritto il quotidiano considerato la voce del Partito comunista cinese, insinuando l'esistenza di un asse Washington-Pechino pronto a mettere in discussione i vecchi equilibri.
Gli americani sono da anni molto vicini al messicano Carstens, tra i papabili nel totonomine. Ma è anche vero, del resto, che la Cina ha tutto l'interesse a mettere fuori gioco l'India, seconda potenza emergente asiatica che ha avviato una politica di sostegno alle economie dei Paesi africani. Proprio il continente nel quale Pechino vuole avere il campo libero.
IL VOTO DEL GIAPPONE. Alla fine, dunque, il Dragone potrebbe essere tornato sui suoi passi, convergendo, insieme con gli Usa, su Lagarde, per mettere i bastoni tra le ruote ai vicini di casa.
Determinante sarà anche la presa di posizione del Giappone, tradizionalmente filoamericano, che detiene il 6,13% delle quote e non si è ancora espresso. Tra i nomi emersi nella disputa, infine, anche il governatore della Banca centrale del Kazakistan Grigori Marcenko, spalleggiato dalla Russia, sul quale, secondo indiscrezioni si sarebbe raccolta la lobby di Brasile, Cina e India.
Gli economisti liberal per la fine di un «relitto coloniale»
Lagarde è la prima donna a guidare l’economia di uno dei paesi facenti parte del G7.
Ufficializzata la sua candidatura, alla vigilia del G8 di Deauville in Francia, Lagarde, avvocato che gode anche di grande notorietà negli Usa, ha annunciato, nei prossimi giorni, «numerosi spostamenti» per illustrare il suo progetto al mondo.
I Paesi europei fanno leva su di lei, perché mai, come durante l'attuale
crisi economica, per il vecchio continente è fondamentale conservare la leadership e mantenere alto il contributo dell'Fmi ai pacchetti di aiuto verso gli Stati più indebitati dell'area euro. Non a caso, anche il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha fatto arrivare il suo appoggio.
LA PROMESSA DI JUNKER. Gli Stati emergenti, invece, premono affinché sia mantenuta fede alla parola del capo dell'Eurogruppo Jean-Claude Junker, che nel 2007, al momento dell'insediamento di Strauss-Kahn, promise: «Sarà l'ultimo europeo».
Dalla loro parte si sono schierati anche alcuni think tank americani, come l'Indipendent Institute for International Economics di Washington, e l'arrabbiatissimo Rajiv Biswas, capo economista per l'area asiatica della Ihs Global Insight, multinazionale con quartier generale in Colorado.
«La pretesa un leader europeo è un relitto post coloniale», ha tuonato Biswas, «che, tra l'altro, va contro a ogni principio di buona governance».
fonte: http://www.lettera43.it/
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