IL PEGGIORE ATTACCO DEGLI SHABAAB
Un altro attentato ha colpito il cuore della capitale somala. Il più grave attacco degli Shabaab dall’inizio del 2007 dimostra la forza del movimento islamista. L’impotenza delle Istituzioni federali di transizione (Ift) e i rischi di un disimpegno internazionale.
L'attentato che ha colpito la capitale somala nella mattinata di ieri (due giorni fa per chi legge) è il peggiore dall'inizio del 2007, sia per numero di vittime (più di 70), sia per importanza dell'obiettivo. L'area colpita è il chilometro 4, uno snodo strategico per le forze governative: lì hanno sede diversi ministeri e l'Hotel Sahafi, che ospita molti ministri e funzionari delle Istituzioni federali di transizione (Ift).
Le prime notizie hanno parlato di un camion bomba fatto esplodere attraverso un congegno a distanza, ma stando a diversi testimoni l'attacco sarebbe avvenuto con due auto imbottite di esplosivo, che incidentalmente avrebbero causato l’esplosione di un’autocisterna piena di carburante parcheggiata nelle vicinanze.
Tra le vittime vi sarebbero decine di studenti, sorpresi dall’attacco mentre si trovavano presso il ministero dell’Istruzione. Gli studenti erano in attesa di poter sostenere un esame per usufruire di alcune borse di studio messe a disposizione dal governo turco.
Anche sull'obiettivo c'è ancora confusione, e sono in molti a credere che l’attacco avrebbe dovuto colpire il Central investigation department (Cid). Al di là dei dettagli, però, è importante sottolineare che l'attentato dimostra ancora una volta l’estrema facilità per al-Shabaab di colpire al cuore gli apparati governativi.
Come già sperimentato in Afghanistan e in Iraq, gli attacchi diretti attraverso l’uso dei cosiddetti Vbied (Vehicle borne improvised explosive devices) hanno una potenzialità distruttiva molto alta, soprattutto rispetto alla relativa facilità di preparazione e del supporto logistico richiesto. L’utilizzo dei Vbied in Somalia coincide con l’inizio dell’occupazione etiopica e con l’imporsi degli Shabaab alla guida del movimento di resistenza armata (muqawama) all’inizio del 2007.
Dopo la ritirata strategica da Mogadiscio dell'agosto scorso il movimento islamista aveva annunciato la volontà di voler utilizzare la tecnica stragista per piegare la resistenza delle forze dell'Unione Africana e delle milizie governative.
A determinare la forza islamista non vi è solo la coesione del movimento, che in molti avevano data per compromessa a causa dei tentativi di Sheikh Mukhtar “Robow” - ex numero 3 Shabaab - di indebolire l'emiro Sheikh Mukhtar Abu-Zubeyr, ma anche l'assoluta inconsistenza degli apparati di intelligence governativi. Molto più efficace appare invece la capacità degli islamisti di insinuarsi tra le linee governative e portare a termine delle operazioni che sono tutt’altro che il frutto dell’improvvisazione.
La capacità decisionale e operativa dimostrata dal movimento islamista va inquadrata in un periodo molto delicato, non solo per la grave carestia, ma anche per la complessa situazione politica che caratterizza le Ift. L’implementazione della road map voluta da Unpos (United nations political office for Somalia), stilata durante la conferenza consultiva di Mogadiscio dello scorso mese, rischia di restare un’utopia, mentre tra i donor internazionali si ricomincia a pensare al possibile “disimpegno” da un conflitto ormai troppo complesso e incancrenito.
Matteo Guglielmo è dottore in Sistemi Politici dell’Africa all’Università degli studi “L’Orientale” di Napoli, autore del volume Somalia, le ragioni storiche del conflitto, ed. Altravista, 2008.
fonte: http://goo.gl/umgjV
di: Matteo Guglielmo
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