ISRAELE "ABBRACCIA" IL SUD-SUDAN: NUOVO STATO AFRICANO SENZA STORIA NE' STRUTTURA ECONOMICA * *(paola)
fonte: http://goo.gl/DRd2c
KHARTOUM -SUD-SUDAN 
La secessione del Sud Sudan incarna il rischio che corrono molti paesi arabi costituiti da società composite assoggettate a governi dittatoriali, e attualmente sconvolti da rivolte popolari; ma è ingiusto che la condizione per l’unità debba essere la tirannia, e che la via per la liberazione debba essere la secessione – scrive il giornalista libanese Talal Salman
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Mentre la regione araba assiste a una serie di rivolte che ne stanno scuotendo la realtà demografica e politica, il Sud Sudan si è silenziosamente staccato dal Nord per formare un nuovo Stato nel circondario arabo e africano – uno Stato che fino a ieri non aveva una storia indipendente, né una chiara struttura economica, né un’organizzazione sociale definita dal punto di vista dell’unità del popolo e della terra.
Nel mettere in rilievo questa accettazione araba collettiva della realtà della secessione, e l’impegno degli Stati arabi – primo fra tutti il Sudan – a riconoscere il nuovo Stato (uno Stato che Israele si era affrettata ad abbracciare quando era ancora soltanto un “progetto”, per poi essere fra i primi ad accordargli il proprio riconoscimento in quanto “Stato”), è necessario mettere in guardia sui pericoli che questo “precedente” comporta per le entità statali arabe squassate dalle rivolte e dall’incapacità dei regimi arabi di accogliere le aspirazioni dei loro popoli. Questa situazione infatti può aprire la strada alle ingerenze straniere, o addirittura alla richiesta di interventi stranieri, qualora gli “Stati” esitassero troppo a lungo ad affrontare le radici della collera popolare.
FESTEGGIAMENTI PER LA NASCITA DEL SUD-SUDAN
E’ evidente che la divisione del Sudan in due Stati non rappresenta la fine dei problemi di questo paese. Vi sono infatti altre forze al suo interno che – alla luce degli sconvolgimenti che sta vivendo il continente, candidati a diventare ancor più aspri e sanguinosi – potrebbero arrivare a chiedere la secessione dallo Stato centrale di questo paese che rappresentava il più vasto Stato arabo in termini di superficie, ed era candidato ad essere tormentato dalle sue numerose etnie e tribù. Era chiaro che la religione da sola non sarebbe stata sufficiente a rappresentare la base di uno Stato unitario, soprattutto all’ombra di un governo dittatoriale che riteneva la propria sopravvivenza al potere più importante dell’unità nazionale.
La partizione del Sudan ha avuto luogo accidentalmente (?) proprio mentre la regione araba è sconvolta, da oriente a occidente, da rivolte
popolari che chiedono la caduta di regimi fatiscenti i cui leader dispotici rifiutano di accogliere le rivendicazioni dei loro popoli, o tentano di ingannarli con riforme parziali e al di sotto delle aspettative, e spesso tardive al punto da risultare controproducenti. La collera delle masse, di conseguenza, cresce di fronte all’umiliazione subita e ai tentativi di aggirare le legittime richieste popolari.
Il Sudan, con la sua composizione demografica multiforme e diversificata, potrebbe non rappresentare il modello ideale di Stato centrale arabo, soprattutto tenuto conto della sua sterminata superficie e dell’assenza di mezzi di trasporto e di comunicazione, dell’arretratezza e della povertà.
I sudanesi non hanno mai conosciuto il loro paese nella sua interezza. Essi non hanno compreso la logica di questo miscuglio demografico su un’estensione geografica sconfinata, né sono stati in grado di abbracciarlo e di contenerlo in uno Stato centrale, fragile nella sua composizione e debole nelle sue possibilità, i cui apparati amministrativi non sono in grado
di raggiungere le regioni più remote del paese e le sue popolazioni dai molteplici idiomi e dalle etnie in reciproco contrasto, con le sue tribù di origine africana che non hanno alcun legame con l’identità araba e spesso neanche con quella islamica. I rapporti fra queste componenti e popolazioni sono rimasti fermi all’era precedente all’indipendenza: fondati essenzialmente sul commercio, localizzati nei pascoli del Sud, ed i cui limiti erano dettati dai limiti di estensione delle tribù.
Il Sudan ha conosciuto la religione cristiana solo nella recente era coloniale, quando i missionari cristiani hanno inventato per loro e per gli altri africani un “messia nero” come strumento di proselitismo. Ed ecco che possiamo toccare con mano le conseguenze di queste missioni cristiane nel Sud Sudan, il cui nuovo Stato è considerato “cristiano” indipendentemente dal fatto che la schiacciante maggioranza della popolazione conosce solo i suoi antichi culti e le antiche divinità tramandate dagli antenati, le quali non hanno alcun legame con le religioni monoteiste.
Come possiamo leggere la secessione del Sud Sudan dalla parte settentrionale del paese in questo momento storico?
A prescindere dalle implicazioni che questo grave evento ha per la situazione interna sudanese, e dalle possibili conseguenze a livello arabo ed africano, è necessario registrare alcune osservazioni che vanno al di là del Sudan, coinvolgendo le vicine regioni arabe le cui entità politiche stanno vivendo una situazione di sconvolgimenti senza precedenti. Le ripercussioni di tali sconvolgimenti minacciano di spingersi ben al di là delle autorità al potere, per coinvolgere la realtà geopolitica complessiva di questi paesi.
Diverse entità politiche arabe stanno assistendo a uno scontro – candidato ad intensificarsi – tra i regimi al potere e opposizioni dai molteplici orientamenti, e spesso aperte ad influenze straniere. Ciò potrebbe mettere in discussione il futuro stesso di queste entità politiche.
Se la rivolta popolare è riuscita sia in Egitto che in Tunisia a rovesciare il regime senza mettere in pericolo lo Stato, in conseguenza della saldezza dell’unità interna o della debolezza del regime al potere, e forse anche a causa del fatto che questi eventi hanno colto di sorpresa le potenze egemoni a livello mondiale, le rivolte divampate – o sul punto di esplodere – in altri paesi, a cui i regimi in questione hanno risposto con il piombo degli apparati di sicurezza, con gli arresti di massa, e rifiutando il dialogo con le opposizioni, potrebbero spingere questi paesi sul terreno insidioso delle richieste di secessione o di “indipendenza” da parte di settori che includono maggioranze omogenee dal punto di vista religioso, settario, etnico o tribale. Ciò lascerebbe le altre componenti di questi paesi a dover decidere a loro volta del proprio destino in maniera indipendente.
Lo Yemen in questo momento vive in pieno il pericolo riguardante il futuro
della sua entità politica. Nello scontro per il potere, il presidente e i suoi oppositori dai molteplici orientamenti ricorrono a tutte le armi a loro disposizione, ed in particolare alle tribù, che hanno una storia di antagonismi, e hanno conosciuto lo Stato solo recentemente – per di più uno Stato fondato sul modello “imamita” precedente alla fondazione della repubblica, ovvero sulla fedeltà a chi paga di più.
Siccome lo Stato unitario è debole, ed è stato fondato sulla guerra tra il Nord e il Sud, la propensione alla secessione ha ripreso vigore all’ombra dei conflitti tra oppositori e lealisti. Tutte le forze – sia che abbiano acquisito la forma di “partiti”, sia che abbiano preso le sembianze di ribellioni militari sorte all’interno degli apparati di sicurezza – hanno trovato chi le ha sostenute e protette, promettendo loro un posto nello Yemen del futuro (a prescindere dal fatto che esso sia uno Stato unitario o un insieme di staterelli).
Naturalmente è degno di nota il fatto che l’ambasciatore americano ha rappresentato un’ “autorità politica” per tutte le parti coinvolte nel conflitto, ed ha partecipato alle sessioni di dialogo tra le parti esprimendo il proprio parere e le proprie osservazioni sulle soluzioni proposte, prima che il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si offrisse spontaneamente come mediatore. Del resto il GCC è quell’organismo i cui membri si sono rifiutati per vent’anni di prendere in considerazione la richiesta di adesione del povero Stato dello Yemen al loro club esclusivo, con il pretesto che il peso demografico di milioni di indigenti avrebbe potuto compromettere il decoro di questo club monarchico, tanto più che lo Yemen è una repubblica nata da una rivoluzione: cioè a dire, non si può mettere insieme il diavolo e l’acquasanta.
Per quanto riguarda la Siria, in questo momento domina la paura che gli sviluppi sanguinosi a cui sta assistendo il paese – dopo che le varie componenti dell’opposizione hanno rifiutato il dialogo offerto dal regime, il quale dal canto suo ha rinviato oltre il dovuto la proposta di un programma di riforme politiche – portino al rafforzamento di voci secessioniste che si appigliano al carattere composito della società siriana sia dal punto di vista etnico (essendo costituita da arabi, curdi, siriaci e armeni), sia dal punto di vista religioso e confessionale (essendo formata da musulmani sunniti, alawiti, ismailiti, drusi e sciiti, e da cristiani ortodossi, maroniti, cattolici, nestoriani, giacobiti, caldei, ecc.).
Sebbene il popolo siriano sia tuttora estremamente legato alla propria unità nazionale e politica, gli altri Stati possono giocare su qualsiasi divisione – politica, razziale o confessionale – se non addirittura incitare alla secessione, al fine di spingere lo Stato siriano a cambiare i propri orientamenti politici in modo da accordarli agli interessi stranieri. Tali Stati possono far ciò manipolando le richieste di riforma del regime e trasformandole in rivendicazioni di autodeterminazione da parte delle minoranze, in base a slogan che chiedono l’indipendenza di Stati su base etnica e confessionale, o la creazione di uno Stato confederale in alternativa allo Stato centrale unitario.
Ed ecco dunque che si può tornare a parlare dell’esperienza dell’Iraq, tutt’ora in corso e pronta ad essere ripetuta altrove.
L’occupazione americana ha stretto la propria morsa sugli iracheni come
“premio” per averli salvati dal “dittatore”. In primo luogo gli iracheni hanno dovuto pagare il prezzo dell’ “indipendenza” dei curdi nel Nord dell’Iraq. Sebbene il Kurdistan iracheno non sia diventato uno Stato nel senso letterale del termine, esso non è più parte dello Stato iracheno, essendo divenuto un’entità autonoma: i capi di Stato e di governo vi si recano in visita ufficiale, e vengono ricevuti con tutti gli onori. E se i responsabili di Baghdad (la capitale dello Stato centrale) vogliono recarsi in visita nella regione, sono necessarie misure eccezionali, autorizzazioni e procedure specifiche.
Non è poi un segreto che fra i sunniti vi sia chi propone l’indipendenza di una regione sunnita, e che fra gli sciiti vi sia chi darebbe il benvenuto alla divisione dell’Iraq in regioni su base etnica e confessionale, le quali porrebbero le basi future dell’egemonia americana, e con essa di quella israeliana.
Gli arabi stanno vivendo una nuova fase della loro storia – una storia che non hanno scritto da soli, ma che spesso è stata scritta per loro da altri. Essi vivono in entità politiche che non sono state fondate secondo la loro volontà, ma che sono state fondate per loro da altri.
E’ triste che le rivolte popolari debbano sopportare le conseguenze del fallimento dei regimi nel proteggere entità politiche che sono state falsamente descritte come il frutto della lotta per l’indipendenza. Ma è ingiusto che la condizione per l’unità debba essere la tirannia e che la via per la liberazione debba essere la secessione.
(Talal Salman è un giornalista libanese: è fondatore ed editore del quotidiano al-Safir)
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