ISRAELE E GAZA - Dalla guerra dei sei giorni ad oggi
I mezzi di informazione di tutto il mondo ci hanno abituati a prestare grandissima attenzione al conflitto arabo-israeliano ed alla lotta del popolo palestinese per ottenere un proprio Stato libero e indipendente.
L’iper-mediatizzazione che ruota attorno a quel che succede in Israele, in Cisgiordania e a Gaza è un fenomeno che dura ormai dalla fine della Guerra dei Sei Giorni e dall’inizio dell’occupazione dei Territori Palestinesi da parte delle truppe dello Stato Ebraico.
Se c’è un conflitto di cui vogliamo e crediamo di sapere tutto, questo è quello arabo-israeliano.
Avremmo così tanta paura dei musulmani o dell’Eurabia se non si stessero ammazzando da così tanto tempo?
Un continuo processo durato anni che ha trasformato la Terra Santa nella chiave di volta del mondo; se si risolve quel conflitto, la pace tra i popoli sarà possibile. Non c’è Presidente americano che, da Nixon in poi, non abbia provato a metterci le mani, sempre con risultati alquanto deludenti.
Israeliani e palestinesi, da tempo – agli occhi del mondo – non sono più uno Stato e un popolo, ma simboli, simulacri ai quali noi tutti infondiamo dei valori o dei disvalori a seconda del momento, della nostra weltanschaung, o da quale parte di questo nostro pianeta veniamo. La nemesi dei nostri buoni propositi. L’ultima vera divisione ideologica di un mondo liquido e post-moderno.
Sono stato dunque sorpreso dal silenzio dei mezzi d’informazione nel nostro Paese su quanto sta avvenendo e quanto non sta avvenendo in quel martoriato pezzo di terra, proprio ora che seguiamo con apprensione l’evolversi della cosiddetta Primavera Araba.
Mubarak e Ben Alì sono caduti. I nostri aerei e quelli dei nostri alleati bombardano le truppe di Gheddafi. Il ministro Frattini ha riconosciuto il Consiglio di Transizione come unico rappresentante del popolo e dello Stato libico. In Yemen, Obama e i suoi 007 cercano il modo di mandare a casa Saleh, per continuare con le operazioni anti-terrorismo contro al-Qaeda. In Siria, Assad sembra intenzionato a seguire l’esempio di suo padre che nel 1982 ammazzò dalle 20 alle 30 mila persone che si opponevano al regime baathista. Persino la corona di Re Hussein di Giordania comincia a traballare.
Insomma, il Medio Oriente come spazio politico sta cambiando velocemente e poiché è in questo spazio che il governo israeliano e le organizzazioni palestinesi si barcamenano da circa sessant’anni, il silenzio che proviene da Gerusalemme è assordante. Tanto più tenendo in considerazione quanto affermato prima, ovvero l’abitudine di molto giornalismo a interpretare ciò che avviene tra Casablanca, Dubai e Damasco sotto la piccola lente israelo-palestinese.
Infatti, nel tumulto rivoluzionario si sono tralasciate alcune notizie
interessanti che provengono proprio da Israele. Tre notizie che riaccendono l’ennesimo capitolo della partita. I palestinesi segnano due gol proprio grazie al nuovo scenario geo-politico che si sta aprendo; Mubarak caduto e Re Hussein in bilico mettono a dura prova i trattati di pace tra Egitto (1979) e Giordania (1994) con lo Stato ebraico.
Tuttavia, al malconcio e disorientato governo Netanyahu viene assegnato un rigore proprio dall’arbitro che tanto l’aveva penalizzato dopo il conflitto di Gaza del 2008-09, quel giudice (ebreo peraltro) sudafricano che risponde al nome di Goldstone e che nel rapporto che porta il suo nome aveva accusato Israele di intentional killings contro i civili di Gaza. Proprio lui fa marcia indietro e, in un editoriale apparso sul Washington Post il 1° Aprile, comincia affermando che ora si sa molto di più di quanto la sua commissione abbia potuto apprendere. Prosegue sensazionalmente dicendo che le prove raccolte ora dimostrano la validità di certi incidenti e “indicano inoltre che i civili non furono intenzionalmente presi di mira come frutto di una decisione politica”. Conclude condannando duramente Hamas sul massacro di un’intera famiglia israeliana – inclusi tre bambini.
Insomma, un’opportunità per Netanyahu per screditare completamente l’intero rapporto (che peraltro non passò all’ONU grazie alle pressioni americane e l’Italia si schierò con Israele e non approvò il rapporto).
Ma le preoccupazioni di Gerusalemme non finiscono mai e una nuova e difficile partita politica si è già aperta. Infatti, a distanza di ben 64 anni dalla risoluzione ONU 181 che divideva l’allora mandato britannico in due Stati, uno ebraico e uno palestinese, il prossimo settembre, con molta probabilità, la stessa Assemblea Generale sarà chiamata a votare una risoluzione che riconosce la Palestina come membro effettivo delle Nazioni Unite, uno Stato sovrano quindi.
E’ quasi grottesco pensare che in effetti dopo guerre, attentati, dirottamenti e ben due sollevazioni popolari (le Intifada; sono quattro se si considerano quelle pre-1948), e pur avendo l’opinione pubblica mondiale dalla loro, compresi molti governi, nessun rappresentante palestinese abbia mai letto – come fece Ben Gurion il 14 Maggio 1948 – una dichiarazione di indipendenza e chiedesse pieno riconoscimento diplomatico (in realtà avvenne una volta nel 1987, durante la prima Intifada, ma nemmeno l’OLP allora approvò quella decisione).
L’annuncio fu dato nel 2009 dal primo ministro Salam Fayyad: in due anni l’OLP diventerà uno Stato. Previsione accolta con favore da Obama che si aspettava questa mossa entro la fine del 2011.
La strategia dell’OLP è chiara e lineare, lasciamo i Qassam ad Hamas – che si divertano pure coi loro razzi, mentre noi costringiamo Israele a mettere sul piatto una proposta di pace credibile e soddisfacente.
Già, perché se la mozione passerà, com’è piuttosto ovvio, Israele non occuperebbe più territori di quello strano ibrido diplomatico-statuale che è diventato l’OLP; i soldati di Tzahal (l’esercito israeliano) calpesterebbero la sovranità di un membro effettivo delle Nazioni Unite. Cosa che isolerebbe terribilmente Israele, perché se c’è una parola che terrorizza i diplomatici di ogni parte del mondo quella è “precedente”. Nessuno potrebbe accettare una tale situazione senza pagare prezzi politici molto alti. Inoltre, questo darebbe legittimità, secondo la Carta dell’ONU, ad un intervento armato contro Israele per spingerlo fuori dai Territori.

L’OLP ha già affermato che se la risoluzione passasse, gli accordi sulla sicurezza salterebbero, il che vorrebbe dire la fine della collaborazione tra esercito israeliano e Shin Bet (i servizi di sicurezza interni) con la polizia palestinese per il controllo delle frontiere e degli estremisti. Molti insediamenti sarebbero così indifendibili e con i coloni che girano con gli Uzi a tracolla, non si prospetta un lieto fine.
Già Unione Europea, Russia e Lega Araba definiscono i confini del 1967 come il punto di partenza di ogni negoziazione. Una risoluzione dell’ONU potrebbe costringere l’amministrazione Obama a fare altrettanto.
Ehud Barak ha definito la mossa dell’OLP uno “tsunami politico”. Perché potrebbe costringere il governo più di destra della storia israeliana a fare concessioni che nemmeno un Rabin e un Peres si sono mai sentiti di fare.
Come afferma Zalman Shoval, consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu, sul New York Times: “Qualsiasi proposta dovrà essere basata su accordi che riguardano la sicurezza per via di quello che sta succedendo nella regione. Stiamo affrontando la rinascita del fronte orientale spinto dalla crescita dell’Iran. Dobbiamo mettere in sicurezza la Valle del Giordano. E nessun governo israeliano muoverà decine di migliaia di israeliani dalle proprie case velocemente”.
La situazione di Netanyahu è in equilibrio instabile. Dall’intellighenzia israeliana non si contano più le voci critiche di questo governo. Lo storico Zeev Sternhell, pochi giorni fa e in un articolo apparso su Haaretz, ha definito lo Stato ebraico come un anacronismo, una società che va indietro invece che andare avanti. La Knesset preferisce
occuparsi di questioni assurde istituendo una commissione per stabilire se J Street, la lobby liberal e pacifista pro-israeliana che fa concorrenza all’AIPAC, rappresenti davvero gli interessi di Israele (un sondaggio del Jerusalem Post ha stabilito che solo il 14% degli israeliani sapeva cosa fosse J Street).
Gli insediamenti non si fermano e una legge che obbliga gli arabi con passaporto israeliano a giurare fedeltà allo Stato ebraico, in quanto ebraico, è passata qualche settimana fa.
Ci si stupisce poco, se appena si leggono le dichiarazioni del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, si rimpiange Sharon perché moderato.
Ad aggiungere apprensione è anche la visita fatta a Gaza da Mahmud Abbas (Abu Mazen, come viene chiamato in Italia) per cercare di riconciliarsi con Hamas. Se ciò avvenisse e si trovasse un accordo per svolgere nuove elezioni a Gaza sarebbe la fine della politica del divide et impera che ha favorito Israele dalla piccola sanguinosa guerra civile palestinese del 2008.
Hamas rimane apparentemente l’ultima carta di questo confuso governo israeliano. L’assurda pretesa di non riconoscere lo Stato ebraico e l’uso della violenza permette a Israele il ricorso alla forza con il tacito assenso della comunità internazionale, compresi molti Paesi arabi spaventanti dall’asse Tehran-Damasco-Hezbollah-Hamas che potrebbe aggiungere un partner, l’Egitto, se lì i Fratelli Musulmani vinceranno le imminenti elezioni.
Per fortuna di Israele, per ora Hamas, timorosa di perdere, data il calo di popolarità che sta subendo, si rifiuta di indire nuove elezioni a Gaza.
Insomma, mentre la NATO bombarda gli stessi luoghi che videro i tank di Rommel e Montgomery sfidarsi nel deserto libico, mentre i popoli arabi appaiono pronti ad abbracciare rumorosamente la democrazia, i palestinesi senza troppa pubblicità e con insolita astuzia stanno mettendo a dura prova Israele e il suo agguerrito ma confuso governo.
Un governo che proprio dalle ceneri dei regimi arabi teme di veder risorgere vecchi oppositori creduti sconfitti, vedi Egitto e Giordania. Senza dimenticare che i suoi più acerrimi nemici, Assad in Siria e Ahmadinejad in Iran, sembrano stabile l’ultimo e capace di resistere il primo. E se la risoluzione di settembre passerà, allora persino gli accondiscendenti occidentali dovranno bacchettare Gerusalemme.
Prepariamoci dopo l’estate al nuovo capitolo del grande circo arabo-israeliano, mentre ci chiediamo ancora una volta, quo vadis, Israele?
fonte: Pablo Chiesa
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