LA FINE ANNUNCIATA DEL SIGNORAGGIO DEL DOLLARO. -

L’egemonia imperiale di sua maestà il dollaro ha i giorni contati.
Gli stessi americani scoprono il crescente ruolo del renminbi cinese come valuta globale, usata sempre di più sia per regolare gli scambi commerciali sia nelle operazioni finanziarie. Era un auspicio di Washington, quello che Pechino rendesse il renminbi convertibile, e questo processo va nella direzione giusta: ma ora si scopre che c’è un rovescio della medaglia, si avvicina la fine annunciata del “signoraggio” del dollaro.
“Il mondo ha il baco dell’oro”, annuncia il Wall Street Journal in prima pagina.
“Lo comprano tutti: ormai anche i piccoli risparmiatori, e perfino gli amministratori dei fondi di dotazione delle università”, spiega il quotidiano economico.
L’ondata di acquisti ha fatto segnare l’ennesimo record storico del metallo giallo, ieri oltre la soglia di 1.512 dollari per oncia, trascinando con sé anche l’argento, a quota 50 dollari e in rialzo del 64% dall’inizio di febbraio.
La cavalcata irresistibile dell’oro verso nuovi rialzi è ormai una costante da molti mesi, ma di recente ha incorporato una sorta di frenesìa nuova: nella settimana pre-pasquale, le quotazioni del metallo
giallo sono salite ogni giorno, a prescindere dagli umori dei mercati su tutti gli altri investimenti.
Se le Borse cadevano, com’è accaduto lunedì quando Standard & Poor’s ha messo sotto esame la solvibilità degli Stati Uniti, l’oro andava su.
Se le Borse si riprendevano, come nei giorni successivi…l’oro andava sempre nella stessa direzione.
Ha inanellato rialzi per cinque settimane consecutive, senza fermarsi a prendere il fiato.
Cosa c’è dietro una scommessa così generalizzata, unidirezionale?
E’ che qualsiasi moneta “di carta” sembra portatrice di problemi. A ogni angolo dell’economia globale, corrisponde una potenziale minaccia. Stati Uniti?
L’incubo del più alto debito pubblico dalla seconda guerra mondiale domina il dibattito politico. Eurozona?
Torna il rischio di qualche bancarotta sovrana, coi “soliti sospetti” Grecia e Portogallo in un mare di guai. Medio Oriente?
La carneficina in Siria è solo l’ultimo segnale che in tutta quell’area l’instabilità è solo iniziata; Barack Obama ha un bel dire che “il petrolio a 125 dollari è frutto della speculazione”, in realtà nessuno sa dove si fermerà il rincaro energetico.
In Giappone ieri per la prima volta il governo ha ammesso che lo shock post-tsunami e incidente nucleare può fare scivolare nuovamente il paese nella recessione.
A questo elenco si aggiunge un ulteriore fronte di allarme: la Cina.
Nonostante che il governo e la banca centrale di Pechino continuino a somministrare una stretta monetaria, sembrano incapaci di dominare le spinte inflazionistiche.
Ufficialmente l’aumento dei prezzi al consumo cinesi è del 5%, nella realtà beni alimentari ed energia segnano rincari superiori al 10%.
Con potenziali conseguenze sulla stabilità sociale della seconda economia del pianeta: lo dimostra la protesta senza precedenti dei camionisti di Shanghai, che da tre giorni
effettuano blocchi stradali per denunciare il caro-carburante. Se perfino la locomotiva cinese non offre più certezze, da che parte dovrebbero rivolgersi gli investitori?
Di certo ha perso il suo status di bene-rifugio il dollaro, che per decenni ebbe la caratteristica di rafforzarsi nelle crisi geopolitiche mondiali.
Adesso succede l’esatto contrario, una vera e propria rottura rispetto alle regole dei mercati.
Le ragioni sono evidenti.
L’ultimo sondaggio Cbs/New York Times rivela che gli americani non sono mai stati così pessimisti sullo stato della loro economia, dall’epoca in cui Obama esordì come presidente: e sì che allora gli Stati Uniti erano in piena recessione.
Solo nell’ultimo mese, il numero di americani convinti che l’economia stia peggiorando è aumentato di colpo del 13%. In totale il 57% boccia la gestione economica di questa Amministrazione, e tuttavia non per questo approva le strategie dell’opposizione repubblicana. La sfiducia si ripartisce equamente tra Casa Bianca e Congresso, democratici e repubblicani.
Tra le cause di questo pessimismo dilagante: il caro-petrolio, la disoccupazione ancora troppo elevata (oltre il 9% della forza lavoro), e soprattutto la rissa politica attorno all’emergenza del debito pubblico.
Dietro annunci come quello di Standard & Poor’s, si coglie il rischio reale che gli investitori mondiali non accettino più di sottoscrivere mensilmente tutti i Bot che Washington ha bisogno di emettere per finanziarsi.
Tra coloro che “votano con i piedi”, c’è il più illustre investitore americano: Warren Buffett. Dall’alto dei suoi 38 miliardi di dollari di cash, è partito in tournée all’estero in cerca d’investimenti un po’ meno insicuri. I
Il suo messaggio: “Sconsiglio di fare investimenti a lungo termine in qualsiasi attività denominata in dollari”. Quasi un epitaffio, che il Washington Post interpreta come un segno di “declino terminale”.
Federico Rampini -
-Estremo Occidente -
rampini.blogautore.repubblica.it
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