Kuwait tra oro nero e Borsa
Il Kuwait sembra uno dei pochi Stati del mondo arabo non (ancora) sfiorati dal terremoto politico che sta scuotendo le regioni nordafricana e mediorientale. Eppure, gli effetti della Primavera Araba sono arrivati anche nel piccolo emirato del Golfo e hanno provocato dei grandi contraccolpi sia sull’economia che sulla piazza finanziaria kuwaitiane.
Nei primi mesi del 2011, la prima e principale preoccupazione dell’emiro del Kuwait – Sabah al-Ahmed al-Jabr al-Sabah – è stata certamente la stabilità del prezzo mondiale del barile del greggio. L’economia di Madinat al-Kuwait, infatti, è quasi totalmente dipendente dall’esportazione di petrolio: con riserve petrolifere pari a 104 miliardi di barili (9% delle riserve mondiali) e con un’esportazione pari a 2.349 milioni di barili al giorno, la metà del PIL kuwaitiano fa riferimento ai profitti della vendita dell’ “oro nero”. Praticamente a nulla sono valsi i tentativi del governo del Paese degli ultimi 10 anni di avviare riforme volte alla diversificazione dell’economia nazionale; il settore petrolifero è rimasto il perno dei calcoli economici e politici del governo kuwaitiano
e continua a rappresentare ancora oggi la fonte del 95% delle rendite del totale delle esportazioni del Paese.
Il problema della diversificazione dell’economia – grattacapo che peraltro Madinat al-Kuwait condivide con molti vicini della regione del Golfo – si sovrappone irrimediabilmente ad un’altra fondamentale problematica dell’economia kuwaitiana, ovvero la quasi totale immobilità del settore privato nell’economia del Paese. I tentativi di privatizzazione del maggio passato, che hanno riguardato anche i settori della compagnia aerea di bandiera e quella del petrolio, sono stati vanificati a più riprese dalla costante impasse tra potere esecutivo ed Assemblea Nazionale (il 31 marzo scorso l’intera compagine governativa ha rassegnato le proprie dimissioni). L’impossibilità di dare avvio ad attività private di investimento e business ha rafforzato ulteriormente la solidità del controllo statale sull’economia e la centralità del settore petrolifero per i calcoli economici del Kuwait.
Proprio per queste osservazioni, gli effetti della Primavera Araba – sia da un punto di vista economico che politico – sono stati fonte di profonda destabilizzazione della regione del Golfo. Dallo scoppio delle proteste nel vicino Bahrein, infatti, il governo kuwaitiano ha iniziato a temere sempre più un eventuale minaccioso “effetto contagio”: nonostante in Kuwait non ci sia una maggioranza sciita pronta a rivendicare maggiori diritti, la coesistenza tradizionalmente pacifica delle diverse fazioni religiose del Paese non è passata indenne dalle forte tensioni provenienti da Manama.
La stabilità politica della regione, ma anche il clima cooperativo all’interno dell’OPEC si sono poi deteriorati qualche giorno fa, quando le tensioni accumulate tra l’Iran sciita ed il Kuwait sunnita sono sfociate nell’espulsione di 3 diplomatici kuwaitiani dal territorio iraniano – ritorsione per un eguale atto avvenuto un mese prima a parti invertite. Il governo di Madinat al-Kuwait non ha tardato a mostrare quanta paura le proteste stavano suscitando tra i vertici politici del Paese: l’esecutivo ha deciso di stabilire quelli che sono stati definiti “sussidi per la pace”, ovvero delle facilitazioni economiche offerte alla popolazione per frenare sul nascere qualsiasi scintilla di rivolta. I sussidi kuwaitiani sono aumentati nel corso del 2011 del 24,4% rispetto al valore precedente – superando di gran lunga i diretti concorrenti di questa speciale classifica, libici (8,9%) e sauditi (6,4%).
Il vero e proprio terremoto è arrivato con l’avvio dell’operazione militare “Odissea all’Alba” in territorio libico. Gli effetti immediati si sono riversati immediatamente sul prezzo mondiale del petrolio, ma ancora di più sulle politiche economiche dei membri OPEC. Nonostante questo cartello – all’interno del quale l’Arabia Saudita gioca un ruolo di assoluta protagonista – esiste per tenere il prezzo del greggio al rialzo, i Paesi OPEC non sarebbero favoriti da un eccessivo aumento del prezzo del barile, che danneggerebbe l’economia mondiale provocando un crollo della domanda di greggio. Di fronte quindi al rialzo incontrollato del costo del barile, i membri del cartello si sono accordati per un incremento della produzione petrolifera, in modo da essere in grado di coprire anche la quota mancante della Libia.
L’interrogativo principale per il Kuwait riguarda la sostenibilità di questa
politica: negli ultimi 10 anni la Kuwait Petroleum Company (KPC) ha infatti lanciato un programma di aumento massivo della produzione di greggio, progettando lo sviluppo di una “capacità di riserva” a lungo termine. La conseguenza di questa politica è stata un costante superamento della quota di produzione petrolifera attribuita al Kuwait dall’OPEC, che è comunque stata insufficiente per sostenere i paralleli ritmi di crescita economica del Paese. In questo senso, il necessario aumento della produzione petrolifera kuwaitiana in questa particolare congiuntura politica potrebbe non essere sostenibile per la quasi obsoleta tecnologia del Paese dedicata al settore della produzione degli idrocarburi.
Se però si considera che la quota petrolifera della Libia nel cartello OPEC è piuttosto esigua, agli occhi del piccolo emirato del Kuwait le preoccupazioni non derivano solo dall’instabilità del prezzo del petrolio. Anche il mondo finanziario del Golfo, infatti, è in trepidazione per gli effetti della Primavera Araba. Dallo scoppio delle proteste, le principali piazze finanziarie del Golfo hanno ripetutamente chiuso in ribasso: il 2 marzo scorso, per esempio, la Borsa del Kuwait ha chiuso a -2,6%, il livello più basso mai raggiunto da 6 anni a quella parte.
Per il Kuwait, il vero pericolo del terremoto in Nord Africa ed in Medio Oriente non si trova quindi solo nell’imprevedibilità del prezzo dell’ “oro nero”, ma anche e soprattutto nelle insidie del mercato finanziario.
In primo luogo perché le difficoltà prodotte dalle proteste non aiutano di certo una Borsa – come quella del Kuwait – che è stata definita un “caso disperato” dall’autorevole Financial Times e che ha vissuto per anni di investimenti spericolati e abusi di mercato attraverso pratiche abituali come quella dell’insider trading. In secondo luogo, le prospettive finanziarie kuwaitiane non possono prescindere dalla percezione futura nei confronti dei fondi sovrani; creato dai Paesi con un surplus di bilancio significativo (come gli esportatori di petrolio), lo strumento dei fondi sovrani è sempre stato il braccio finanziario di sceicchi ed emiri, apprezzato dai manager delle più grandi aziende per la loro provenienza sicura e per la loro apparente stabilità.
Di fronte però ad una netta dimostrazione di incontrollabilità del vento delle proteste arabe, questi stessi manager potrebbero rivalutare la sicurezza di tali investimenti, creando un danno non certo irrilevanti a Paesi – come il Kuwait – che se ne servono per alimentare le proprie ricchezze.
Fino ad ora la Primavera Araba ha solo sfiorato le coste dei ricchi Stati del Golfo Persico. Oggi a tremare sono solo i petrodollari e le piazze finanziarie della regione. Domani si vedrà.
fonte: http://www.meridianionline.org/
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