L'AUMENTO DEL PREZZO DEL PETROLIO, COME FATTORE DI DESTABILIZZAZIONE POLITICA.

Pubblicato il da tommasoliguori50

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Circolo vizioso
Quando in futuro gli storici cercheranno di capire le cause delle rivolte del 2011 in Nordafrica e Medio Oriente, scopriranno che una delle prime proteste, quella in Algeria, è legata al rincaro dei prezzi dei generi alimentari.
Il 5 gennaio 2011 alcuni gruppi di giovani hanno protestato ad Algeri, Orano e in altre grandi città contro l’aumento dei prezzi, bloccando le strade, assaltando le caserme della polizia e incendiando i negozi.
Certo, la loro rabbia è stata alimentata anche da altri problemi, come la disoccupazione, la corruzione e la carenza di abitazioni, ma il primo impulso è arrivato dal costo eccessivo dei generi alimentari.
Man mano che l’epicentro delle proteste giovanili si spostava altrove, prima in Tunisia, poi in Egitto e quindi in Medio Oriente, questo argomento è passato in secondo piano rispetto a richieste politiche più esplicite, ma non è mai sparito del tutto.
Anzi, è rimasto il tema al centro delle proteste in Giordania, Sudan e Yemen.

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E ora che i prezzi dei generi di prima necessità continuano a crescere,
in parte a causa dell’aumento del prezzo del petrolio, le proteste non potranno che moltiplicarsi.
La questione dei prezzi dei generi alimentari è molto sentita in Medio Oriente perché la maggioranza delle persone è stata esclusa dall’enorme ricchezza accumulata da parenti e amici dei tiranni al potere in tutti questi anni.
Un altro motivo è che i generi alimentari incidono pesantemente sul bilancio delle famiglie: quando i prezzi aumentano, com’è successo negli ultimi sei mesi (in alcuni casi ino al 50 per cento), le famiglie che già prima stentavano a far quadrare i conti precipitano in condizioni di povertà estrema.
 “Il governo ci sta umiliando”, ha detto un giovane manifestante ad
Algeri: “Hanno aumentato il prezzo dello zucchero e dobbiamo pagare l’aitto, l’elettricità, l’acqua e la benzina.
Siamo diventati tutti poveri”.
Un aspetto paradossale è che molti di questi paesi sono produttori di petrolio, e quindi gli ultimi rialzi del prezzo del greggio dovrebbe favorirli.
Il circolo vizioso Il prezzo dei prodotti alimentari dipende fortemente da quello del petrolio.
Non si può risolvere la crisi attuale senza ridurre e razionalizzare i consumi energetici hanno fatto aumentare in modo consistente le loro entrate.
Tralasciando il fatto che solo un’élite approfitta dei benefici garantiti dal petrolio (di solito i petrodollari spariscono nei conti esteri delle famiglie al potere), il rialzo del prezzo del greggio 3-biocarburanti.jpgpeggiora le condizioni di vita della popolazione perché fa crescere i prezzi dei generi alimentari.
Nel tentativo di aumentare i raccolti per nutrire una popolazione mondiale in continua crescita, gli agricoltori hanno sviluppato una dipendenza sempre maggiore dal petrolio, ormai indispensabile nelle attività più essenziali.
Questa tendenza è cominciatacon la meccanizzazione dell’agricoltura dopo la seconda guerra mondiale e con la rivoluzione verde degli anni sessanta e settanta.
Ed è proseguita con l’introduzione degli organismi geneticamente modificati e con la proliferazione delle “fattorie-fabbrica” gestite dalle grandi multinazionali.
Il petrolio fa funzionare i macchinari agricoli e i veicoli che trasportano i prodotti ino ai mercati ed è impiegato come materia primanella produzione dei pesticidi, degli erbicidi e dei fertilizzanti artiiciali usati nell’agricoltura moderna.
Ecco perché qualsiasi aumento del prezzo del petrolio si traduce in un aumento del costo di produzione del cibo.
Il legame tra cibo e petrolio è diventato molto evidente nel 2007-2008, quando iprezzi del greggio e quelli dei generi alimentari hanno raggiunto livelli record, contribuendo alla recessione dei mesi successivi.
Tra il luglio del 2007 e il giugno del 2008 il prezzo del greggio è aumentato dell’87 per cento, da 75 a 140 dollari al barile.
Nello stesso periodo sono schizzati verso l’alto anche i prezzi dei generi alimentari di base: da 160 a 225 dollari secondo l’indice dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), per gli alimenti di base che nel 2002-2004 costavano in media 100 dollari.
Nel 2009 anche la Banca mondiale ha confermato questo legame, dal momento che “la produzione agricola è abbastanza intensiva da un punto di vista energetico”.
Secondo la Banca mondiale, l’aumento dei prezzi del petrolio “ha provocato un rincaro del 4-Fao.jpgcarburante necessario al funzionamento dei macchinari e dei sistemi d’irrigazione.
Inoltre ha fatto aumentare il prezzo dei fertilizzanti e di altre sostanze chimiche che richiedono molto energia per essere prodotte”.
Come se non bastasse, l’aumento del prezzo del petrolio, combinato con la lotta dei governi di tutto il mondo contro il riscaldamento globale, ha incentivato l’impiego di alcune piante per produrre biocarburanti invece che cibo.
Questo ha inevitabilmente contribuito a innalzare i prezzi dei generi alimentari.
Secondo le stime della Banca mondiale, ogni volta che il petrolio supera i 50 dollari al barile, un aumento dell’1 per cento si traduce  in un rincaro dello 0,9 per cento del prezzo del mais, “perché ogni aumento di un dollaro del prezzo del petrolio aumenta il  margine di profitto dell’etanolo e, di conseguenza, la richiesta di mais per la produzione di biocarburante”.
Non bisogna stupirsi, quindi, se negli ultimi sei anni l’aumento della produzione mondiale di mais sia stato assorbito per due terzi dalla crescente richiesta di biocarburante negli Stati Uniti, lasciando poco spazio persoddisfare la domanda mondiale di cibo e di mangime.
L’impennata dei prezzi nel 2008 ha provocato disordini in molti paesi, tra cui Egitto, Haiti e Pakistan.
L’anno dopo, nel tentativodi evitare altre rivolte, i paesi del G8 si sono impegnati a devolvere venti miliardi di dollari in tre anni a favore dell’agricoltura nei paesi in via di sviluppo.
Finora, tuttavia, è stato erogato meno di un ventesimo di quella somma ed è stato fatto poco per aumentare la produzione mondiale di generi alimentari.
E ora, con la nuova impennata dei prezzi del petrolio, è probabile che i prezzi battano i record precedenti, facendo aumentare il rischio di nuovi disordini in tutto il mondo.
Ci troviamo in efetti davanti a un circolo vizioso: il prezzo del petrolio fa salire quello dei generi alimentari; a sua volta il rincaro del cibo provoca disordini politici nei paesi produttori di petrolio, che di conseguenza spingono ancora più in alto i prezzi del greggio e quindi quelli dei generi alimentari.
Questa spirale è accelerata dall’effetto dei cambiamenti climatici.

È vero che non si può attribuire un particolare evento meteorologico al riscaldamento globale, ma la crescente frequenza e intensità di eventi gravi, tra cui la disastrosa siccità della scorsa estate in Russi e Ucraina, le recenti inondazioni in Australia e la siccità che ha colpito il nord della Cina, sono coerenti con i modelli elaborati per descrivere gli efetti dei cambiamenti climatici.

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Questi eventi hanno colpito aree importanti per la produzione di grano, alimentando i timori sull’adeguatezza delle scorte e causando ulteriori rincari dei generi alimentari.
In ultima analisi la rabbia provocata dal costo eccessivo del cibo può anche passare in secondo piano rispetto alle preoccupazioni di carattere politico nelle recenti rivolte in Nordafrica e Medio Oriente. Ma i prezzi del cibo non sono mai stati così alti da quando, vent’anni fa, la Fao ha cominciato a calcolare il suo indice.
E ora gli esperti prevedono un peggioramento dovuto all’impennata del petrolio.
Data la gravità della situazione, gli appelli lanciati nel 2009 dal G8 per un miglioramento della produzione agricola nei paesi in via di sviluppo sono ancora più urgenti.
Lo stesso vale per la richiesta di misure che aumentino la isponibilità e l’accessibilità dei generi alimentari di prima necessità.
Tutto però dipende in ultima analisi dal petrolio.
Per riuscire ad abbassare i prezzi di cibo e carburante, dobbiamo innanzitutto ridurre sensibilmente il consumo di prodotti petroliferi e rallentare il processo di riscaldamento globale.
L'internazionale.

 

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                                                                                                                                                                                   bracciodiferro2

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