LIBIA: PER RIBELLARSI NON BASTA LA PASSIONE**** (paola)

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                                                                                                knock-nevis                                                                                             

Invece di una “Norvegia” nel Mediterraneo, che utilizza le proprie risorse di petrolio per scopi sociali e a vantaggio della sua stessa popolazione, la rivoluzione libica rischia di produrre una neo-colonia – sostiene l’accademico Tarak Barkawi


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Le rivolte e le rivoluzioni iniziano localmente ma i loro risultati sono spesso determinati dalla situazione globale. Chiaramente i ribelli sono interessati a far cadere il regime che li ha oppressi; tuttavia, la loro lotta e il destino ultimo delle rivoluzioni spesso risultano essere influenzati da forze ed eventi lontani.

Quando i ribelli libici e i liberali occidentali decisero di interferire per bloccare le forze di Gheddafi alla periferia di Bengasi, molti immaginarono in maniera errata che la guerra sarebbe potuta finire in tempi brevi, con il dilagare dei ribelli attraverso il deserto fino a Tripoli. Il problema è che, anche con il sostegno aereo della NATO, i ribelli non avevano la capacità militare per attaccare le roccaforti del regime.
 
Questa non è un’offesa al coraggio e all’impegno dei ribelli, bensì una riflessione sul fatto che l’efficacia militare richiede l’addestramento e l’organizzazione che semplicemente essi non avevano. Dal loro punto di vista, l’intervento della NATO ha evitato un massacro; per l’opinione pubblica occidentale tale intervento sembrava essere completamente motivato da preoccupazioni umanitarie.

Tutto ciò era comprensibile viste le circostanze. Tuttavia, con l’intervento della NATO la rivoluzione libica non ha soltanto offerto all’Occidente un posto al tavolo delle future decisioni, ma ha anche rinunciato alla possibilità di sviluppare la propria autonomia politica e militare.

La passione non basta

Frantz Fanon avrebbe avuto qualcosa da dire ai ribelli libici. Da una parte, egli sapeva che le rivoluzioni richiedono la passione e la volontà di sacrificio dimostrate dal popolo libico. Dall’altra, egli sapeva anche che la passione non basta, e che le rivoluzioni devono essere condotte con una disciplina ferrea se vogliono avere qualche possibilità di raggiungere i loro obiettivi.

libia-obama-guerraA volte i rivoluzionari hanno imparato questa lezione a causa dei massacri subiti da parte delle forze di sicurezza del loro regime. I sopravvissuti hanno imparato a organizzarsi, a sviluppare la loro strategia a partire da una posizione di debolezza materiale ma di forza originata dalla determinazione, e a prepararsi per la lunga guerra. Su piccola scala, questo è ciò che è successo a Misurata. Si tratta di un percorso faticoso e spesso tragico, ma che ha in sé la possibilità che la rivoluzione acquisti l’organizzazione e la forza necessarie per determinare il suo stesso futuro, almeno dal punto di vista teorico. Un simile percorso potrebbe anche aver insegnato ai litigiosi clan della Libia a lavorare insieme.

Invece, l’aviazione della NATO e le armi francesi hanno compensato l’assenza di disciplina e di coesione tra i ribelli.

Non si capisce come mai l’Occidente, impegnato in una serie di teatri di crisi, abbia deciso di impegnarsi in Libia. La tragedia messa in scena dai mezzi di informazione riguardo alla situazione di Bengasi, la debolezza del regime di Gheddafi, la prossimità del paese all’Europa, e il desiderio di Sarkozy e di Cameron di rivivere il passato atteggiandosi a leader di grandi potenze, sono tutti fattori che hanno giocato un ruolo.

L’ambivalenza iniziale che ha caratterizzato l’impegno occidentale era sotto gli occhi di tutti. La forza aerea è uno strumento molto allettante, apparentemente sempre a disposizione per un weekend romantico senza conseguenze. Ai “cavalieri del cielo” era stata data una missione sufficientemente valorosa, quella di proteggere i civili. Come se questi  “cavalieri” fossero, per così dire, al di sopra della lotta per il potere in Libia.

Come è sempre accaduto all’Occidente, si pensava semplicemente che una volta che le spade fossero state sguainate, i barbari sarebbero stati sopraffatti. Ma l’Europa non è più quella di un tempo, le sue flotte marittime e aeree hanno perso lustro, e le sue ricchezze e i suoi arsenali sono stati quasi svuotati.
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Il destino di Gheddafi

Sebbene Obama sia apparso personalmente soltanto durante un caldo weekend, fornendo poi sostegno dietro le quinte alla missione sui cieli della Libia, ciò è stato sufficiente a intrappolarlo proprio come Cameron, Sarkozy e la NATO. I loro destini sono ora tutti legati a quello del regime di Gheddafi.

Ecco perché Gheddafi non ha possibilità di sopravvivere.

Tuttavia, per ora, egli se l’è cavata abbastanza bene. L’aviazione, utilizzata da sola, ha sempre disatteso le speranze dei suoi patrocinatori. Prima dell’avvento dei diritti umani, l’idea era quella di punire la popolazione per costringerla ad abbandonare la lotta, una strategia che ha normalmente prodotto il risultato opposto. Paradossalmente, la combinazione di armi di precisione e di diritto internazionale ha reso l’azione dell’aviazione più efficace, obbligando così le forze aeree a valutare più attentamente i propri obiettivi e le proprie motivazioni.

La conseguenza è che Gheddafi ha subìto lo smantellamento del suo regime colpo su colpo. Alla fine – se non siamo già a arrivati a questa situazione –egli si troverà a doversi spostare di rifugio in rifugio, e non sarà in grado di esercitare alcun tipo di controllo sui frammenti disaggregati delle sue forze armate e dei suoi ministeri.
                                          
Ma anche se i ribelli riusciranno a circondare Tripoli, come tipicamentevademecum-africano.JPG accade in questa sorta di conflitti probabilmente spetterà a Gheddafi e al suo entourage porre fine a tutto ciò. Né i ribelli né le forze aeree della NATO hanno la capacità, a meno di un colpo particolarmente fortunato, di metterlo alle strette.

Ma, se si giungesse a questo punto, il coinvolgimento esterno avrà determinato il corso e il risultato della rivolta libica. Solo a quel punto il peso della dimensione globale si farà sentire in tutta la sua pienezza.

Una rivoluzione a rischio

Qualsiasi programma sociale, economico o politico adottato dalla rivoluzione libica dovrà essere compatibile con le richieste occidentali. La rivoluzione ha ormai già acquisito l’abitudine di lavorare con i responsabili occidentali, visto che quest’ultimi hanno addestrato i libici, inculcando loro le idee occidentali riguardanti il libero mercato, gli investimenti esteri, e il controllo privato dell’economia, idee che torneranno a giocare un ruolo importante. Qualsiasi ritorno dei beni libici o accesso alle linee di credito internazionali sarà condizionato all’adozione di programmi neoliberisti. L’Unione Europea insisterà sul fatto che la Libia riprenda la propria funzione di controllo dei confini europei, relegando forzatamente i migranti africani in campi di concentramento fuori dalla vista della delicata coscienza dei liberali europei.

Invece di una Norvegia nel Mediterraneo, che utilizza le proprie risorse di petrolio per scopi sociali e a vantaggio della sua stessa popolazione, la rivoluzione libica rischia di produrre una neo-colonia. La ricchezza del paese verrà divisa tra gli stranieri e l’elite locale, la democrazia sarà ridotta a elezioni periodiche, e la sua politica di sicurezza sarà un avamposto dalla Guerra Globale contro il Terrorismo.
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Il problema fondamentale che i rivoluzionari della Primavera Araba si trovano a dover affrontare è l’assenza di sostegno internazionale a modelli politici ed economici che siano alternativi all’autoritarismo cinese e al neoliberismo occidentale. C’è bisogno di trovare nuove idee, e studiare nuove soluzioni provenienti da Oslo e da Brasilia, piuttosto che da Londra e da Washington.

(Tarak Barkawi insegna presso il Centre of International Studies dell’Università di Cambridge; le sue attività sono focalizzate sullo studio della guerra, delle forze armate e della società, con particolare riferimento al conflitto tra l’Occidente e il Sud del mondo in una prospettiva storica e contemporanea.)

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olivia

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