NETANYAHU TEME NUOVE MANIFESTAZIONI E CHIUDE L'AMBASCIATA DI AMMAN
Moschea di Amman
Mentre Erdogan sfila nei paesi della Primavera araba, come il nuovo Saladino, il premier Netanyahu rincara la strategia della “sicurezza” dello stato e del popolo israeliano e fa evacuare l’ambasciata di Amman, in vista di “possibili” manifestazioni nel fine settimana.
L’ambasciatore israeliano in Giordania, Danny Navon, e’ rientrato in Israele, temendo una grande manifestazione di protesta davanti all’ambasciata di Amman durante il fine settimana. Dietro la decisione di anticipare a mercoledì il rientro in Israele (lo staff diplomatico infatti rientra generalmente ogni fine settimana, ad esclusione degli agenti di sicurezza e di un rappresentante) ci sono direttamente le più alte cariche dei vertici di Tel Aviv, ovvero il premier Netanyahu e il Ministro degli Esteri Lieberman. Lo riporta oggi Radio Israel, la radio israeliana, ma anche molta della stampa dello stato ebraico.
Una misura presa in vista di possibili manifestazioni previste ad Amman, che potrebbero avere esiti simili a quella avvenuta al Cairo, in Egitto la settimana scorsa, quando l’edificio che ospita l’archivio diplomatico israeliano, adiacente all’ambasciata, era stato preso di mira dalle proteste, con un bilancio di tre morti e almeno mille feriti negli scontri con le forze dell’ordine.
Segnali di insofferenza che Israele teme – dopo l’Egitto e rinsaldati dal tour del premier turco Erdogan nella regione, ormai incoronato a nuova icona del mondo arabo – possano spostarsi anche in Giordania, l’unico paese arabo insieme al paese dei faraoni ad avere rapporti diplomatici con Israele.
La protesta, si legge sul Jerusalem Post, è stata organizzata attraverso Facebook in un post dal titolo ”Nessuna ambasciata sionista in territorio giordano”. La versione online del quotidiano Ha’aretz parla di migliaia di manifestanti che potrebbero invadere le strade di Amman tra oggi e più probabilmente nella giornata di venerdì, mentre la stampa giordana e in generale quella araba, non ne parla quasi e molti opinionisti minimizzano.

La manovra sembra più l’ennesimo atto del premier Netanyahu, di spostare l’attenzione sulle possibili provocazioni che nel mondo arabo potrebbero originarsi in vista della campagna per la proclamazione di uno stato palestinese all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Questa mattina, sempre Ha’aretz riferisce del tentativo del premier di far circolare sulla stampa le sue immagini, al lavoro in una sessione d’emergenza nella notte tra venerdì e sabato, mentre i manifestanti egiziani assalivano l’ambasciata.
Una trovata che avrebbe messo in luce “la leadership” del premier, in un momento di contestazione da parte dell’opinione pubblica, ma contro cui lo Shin Bet, si è rifiutato di sottostare, per “ragioni di sicurezza”.
Accerchiato dentro il suo stesso paese, da centinaia di migliaia di manifestanti scesi in piazza contro il carovita e i prezzi degli alloggi, dando vita alla più grande manifestazione nella storia del paese; e accerchiato anche fuori, con un livello di tensione che ha raggiunto le stelle nelle relazioni diplomatiche con la Turchia e con una situazione a rischio anche per quanto riguarda l’Egitto, il premier Netanyahu ricorre quindi alla consueta strategia che enfatizza la “sicurezza” di Israele nello scacchiere medio-orientale.

Nonostante non si possa certo parlare di isolamento, un certo effetto le parole del premier turco lo hanno provocato. Dopo la tappa egiziana e il discorso alla Lega Araba in cui aveva tuonato che “il riconoscimento di uno stato palestinese non è un’opzione, ma un obbligo”, l’incontro con il Presidente dell’Anp Abu Mazen per discutere gli sforzi arabi a sostegno dell’iniziativa palestinese all’ONU, l’etichettatura dell’assalto all’ambasciata israeliana al Cairo come un «gesto animato dallo spirito di risveglio della popolazione, in marcia verso la democrazia e la libertà», oggi Erdogan da Tunisi, ha inviato l’ennesima stoccata ai vertici di Tel Aviv, che suona quasi come una minaccia, “Israele non può fare ciò che vuole nel Mediterraneo orientale, le nostre navi da guerra potrebbero essere lì in ogni momento.”
fonte: http://goo.gl/2KTXh
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