"NON TRADISCO CHI MI DA' LAVORO!!!". DALLA MARCIA DEI 40.000 A MARCHIONNE.
Dalla marcia dei 40.000 a Marchionne
Diritti, linguaggio e politica
Dalla ‘marcia dei 40.000’ ai referendum di Pomigliano e Mirafiori, da Romiti a Marchionne, dal Pci al Pd
di Claudio Vainieri
Fonte : Paginauno - rivista.
Era il 14 ottobre 1980, quando si consumò quella che fu poi definita ‘la marcia dei 40.000’.
All’annuncio da parte di Fiat di circa 14.000 licenziamenti, seguirono 35 giorni di dure lotte operaie.
Si intuì subito che la posta in palio non era una normale vertenza sindacale, ma un’identità politico-culturale sviluppatasi nel decennio precedente.
Doveva esserci per forza un vincitore, ed è lo stesso sindacato a ricordare quella data come una giornata di sconfitta, quando a marciare per il centro di Torino furono i quadri intermedi Fiat.
Una massa silenziosa e ordinata dietro le sigle di rappresentanza.
Fu il giorno dei capi, scesi in piazza a riportare l’ordine della gerarchia e della disciplina.
Rappresentavano il grande partito della voglia di lavorare, di produrre, di competere con la concorrenza.
Per loro, il lavoro si doveva difendere lavorando.
Dopo anni di cortei rumorosi, venne ritrovata la sintonia tra l’azienda e i suoi più ‘fedeli collaboratori’, chiamati a dare la spallata finale al decennio operaio.
Per i media l’occasione è irripetibile, i capi sono il nuovo, un evento mediatico che
finalmente rompe la monotonia di un decennio di lotte e contestazioni.
Sarà Repubblica di Scalfari il giornale che più di ogni altro santificherà la marcia dei 40.000.
La vertenza si concluderà con la cassa integrazione a zero ore per oltre 22.000 lavoratori, ma quei volti cupi e quelle menti consenzienti rappresenteranno di più.
Saranno una delle tante immagini del cambiamento, di uno spirito nuovo che partito da Torino dilagherà poi per tutta la penisola.
L’era dell’individuo subentra a quella dell’aggregazione di massa.
In quegli anni, sullo sfondo dell’Italia si sente ancora il rumore del terrorismo.
Non solo di quello che ha portato Fiat, nell’estate precedente del ’79, a licenziare 61 operai, accusati di violenze in fabbrica e sospettati di lotta armata.
Ma quello ancora più rumoroso che alla stazione di Bologna ha fatto scoppiare una bomba il 2 agosto 1980.
Tuttavia, non ci sono solo i morti per le stragi e la violenza dell’antagonismo politico, in quel periodo.
C’è tanta nuova voglia di divertirsi, un dilagante desiderio di intrattenimento divulgato dagli schermi televisivi, e gli italiani cominciano a cambiare.
Ci si incontra meno nelle piazze e i lavoratori, se arrivano in ritardo a marcare il cartellino, è perché la sera prima hanno fatto nottata guardando la televisione. Anche la carta stampata vive delle mutazioni.
Pagine in precedenza dedicate a scrittori e intellettuali vengono sostituite da lettere di casalinghe smaniose di raccontare i loro tradimenti.
Il paesaggio muta, molte grosse fabbriche chiudono e ben presto saranno sostituite da luccicanti agglomerati commerciali.
Nei luoghi dove si era sviluppato l’agire collettivo e lo spirito di solidarietà, l’individuo della nuova era potrà consumare il proprio tempo a riempire un carrello, nell’indecisione della marca con cui identificarsi.
Timoniere del gruppo Fiat negli anni ’80 fu Cesare Romiti.
Si unificarono nella sua persona tutte le funzioni dirigenziali e vennero ridotte al minimo le responsabilità della famiglia Agnelli.
Lo scontro col sindacato venne preparato osservando e studiando anche i minimi particolari.
Dalle alleanze all’interno del sistema bancario, con i fitti contatti col quartiere generale di Mediobanca rappresentati dalla persona di Cuccia, alle auto fatte arrivare dalle filiali estere per far fronte a un lungo blocco produttivo, fino alla consapevolezza diffusa, nel gruppo dirigente Fiat, che lo scontro in questione doveva far emergere un cambiamento: “Ci dicemmo che qualunque cosa avessimo potuto concedere, era tutta roba sprecata, perché un trauma doveva esserci.
Sì, ci doveva essere un trauma.
E noi dovevamo fare il primo passo” .
Dal quel trauma sono passati trent’anni.
Il 19 giugno 2010, a Pomigliano, a pochi giorni dal referendum in fabbrica, una parte di lavoratori scende in piazza – con una fiaccolata – per dire ‘sì’ all’accordo proposto da Fiat.
Accordo condiviso da tutti i sindacati a eccezione della Fiom.
Sono un folto gruppo, a detta de La Stampa, quotidiano di proprietà della famiglia Agnelli: ben “5.000 alla partenza, 3.000 a corteo finito, complice la pioggia”.
Davvero tanti, considerando che Pomigliano conta 5.200 dipendenti diretti – gli unici con diritto di voto al referendum – più circa 11.000 nell’indotto.
Ma i numeri, si sa, perdono la certezza matematica quando si tratta di manifestazioni; anche i 40.000 del 1980, ormai ossificati nella definizione ‘la marcia dei 40.000’, hanno avuto stime numeriche diverse a seconda delle narrazioni (2).
L’amministratore delegato chiede una maggioranza qualificata, ed ecco che l’ingegnere Stefan Ketter, braccio destro di Marchionne e responsabile di Fiat Group Automobiles, sbarca nell’impianto per dare l’allarme ai capi reparto:
«Mobilitiamoci, altrimenti le adesioni al ‘no’ cresceranno».
La dirigenza comanda e tanti operai con la divisa color panna distribuiscono candele e preparano striscioni.
Le voci e gli slogan sono come quelli di trent’anni fa:
«Non ho mai scioperato, la mia politica è il lavoro»
oppure
«Non tradisco chi mi dà lavoro» .
Un’impiegata del reparto qualità afferma: «Noi voteremo ‘sì’ al referendum perché crediamo nel progetto Panda e nell’accordo che non calpesta i diritti, non nega lo sciopero, né di essere malati».
Il ‘sì’ non sarà plebiscitario, ma comunque vincente, e questa marcia non avrà la eco mediatica di quella di trent’anni prima.
I tempi sono cambiati: a far da sfondo non ci sono più le contestazioni degli anni ’70 ma la presenza, alla fiaccolata, di una delegazione di circa cento precari ex Fiat, che hanno perso il lavoro pochi mesi prima: anche loro sono favorevoli al ‘sì’.
Al posto di Romiti, oggi c’è Sergio Marchionne.
Partiamo dalle dichiarazioni del manager Fiat al meeting di Comunione e Liberazione dello scorso agosto: sono trascorsi circa due mesi dal referendum di Pomigliano e tiene banco la vicenda del reintegro dei tre lavoratori di Melfi.
«In Italia ci manca la voglia e abbiamo paura di cambiare. […]
In questi giorni c’è una contrapposizione fra due modelli: uno difende il passato e l’altro che vuole andare avanti.
Se non lasciamo alle spalle vecchi schemi non ci sarà spazio per vedere nuovi orizzonti. […]
A volte penso che gli sforzi di Fiat in Italia non siano compresi.
Non siamo più negli anni Sessanta, non c’è una lotta fra capitale e lavoro, fra padroni e operai.
Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero non raggiungeremo mai niente.
Ora c’è bisogno di uno sforzo collettivo, un patto sociale per condividere impegni, sacrifici e consentire al Paese di andare avanti.
Una occasione per costruire il Paese che lasceremo alle nuove generazioni”.
Fiat non rappresenta solo un potente polo industriale nel nostro Paese, è anche un importante indicatore dei cambiamenti che avvengono nelle relazioni tra industriali e sindacato.
Molto spesso, ciò che accade in Fiat è il preludio di ciò che si estenderà in tutta la penisola.
Pomigliano, per esempio.
La proposta dell’accordo è molto chiara: meno diritti in cambio del mantenimento della produzione e del lavoro nello stabilimento.
Una dinamica che in questi anni di crisi ha riguardato molte altre grosse aziende, coinvolgendo un maggiore numero di lavoratori rispetto ai 5.200 dello stabilimento campano, eppure, a livello mediatico, è la Fiat a rappresentarcelo.
Stabilito questo, prestiamo ben attenzione alle parole di Marchionne e ai suoi
interventi e proviamo a confrontare il contesto attuale con quello dell’epoca Romiti.
In comune, le due gestioni, hanno sicuramente lo stato di crisi dell’azienda, che esso sia da imputare alla fase postfordista negli anni di Romiti o alla globalizzazione in quelli di Marchionne.
L’attacco al sindacato è il maggiore elemento in comune, ma a cambiare sono i contesti che differenziano la forma e la sostanza del tipo di attacco portato. Romiti si confrontò con un movimento operaio forte, non pensò mai che la rappresentanza sindacale fosse superflua; il confronto era duro, ma le parti erano consapevoli dei rispettivi ruoli.
A trent’anni di distanza, l’offensiva ai diritti dei lavoratori è portata a uno stadio successivo: il tentativo è quello di eliminare qualsiasi forma di conflitto tra lavoratori e impresa, in nome di quel ‘patto sociale’ da costruire per il bene del Paese e per raggiungere quella competitività da ottenere a ogni costo.
E il costo sarà quello che pagherà il lavoratore in termini di diritti.
Romiti indossava giacca e cravatta, Marchionne è ormai famoso per i suoi maglioni. Anche l’abbigliamento è strumentale a far passare il messaggio che le differenze fra un manager di alto livello e un operaio non sono così profonde.
E in maglione Marchionne si presenta il 24 ottobre scorso nel salotto buono di Rai3, alla trasmissione di Fabio Fazio.
Subito ci dice che ha accettato l’invito a partecipare al programma perché lì si può parlare senza dover ricorrere continuamente a urli per farsi ascoltare.
Infatti, privo di contraddittorio, il manager ci illustrerà in maniera lineare il suo pensiero.
Fazio lo introduce come un uomo che lavora venti ore al giorno, ma lui è modesto e ci comunica che ne lavora solo diciotto: e poi ogni tanto si prende una pausa, come quando è andato a vedere il gran premio in Giappone.
Non manca di ricordare la bellissima giornata per la Ferrari – anche quando non lavora, rimane legato al gruppo di appartenenza.
L’uomo si introduce così, con un forte senso del dovere e una totale fedeltà ai valori aziendali.
Fazio gli chiede se sono importanti gli scrittori, lui risponde che sono importantissimi. Viene ricordata la sua prima laurea in filosofia, che lui definisce fondamentale per il suo percorso.
Prima degli aspetti tecnici del suo lavoro, ci dice che capire il fattore umano che sta al di sopra di tutte le cose è essenziale.
Infatti, durante l’intervista, non parla mai di nuovi veicoli o di aspetti tecnici: ‘sistema’ e ‘valori’ sono il piatto forte del suo intervento.
Si definisce un metalmeccanico, non interessato a entrare in politica, tuttavia lo spazio mediatico a lui concesso è politico.
Con un abito differente dal politico tradizionale, Marchionne comunica agli italiani sintonizzati sul piccolo schermo le linee di riferimento da seguire per il futuro.
Senza l’Italia, dice il manager, la Fiat potrebbe fare di più: per il bilancio 2010, non un euro di utile proverrà dal nostro Paese.
Fazio si guarda bene, ovviamente, dal chiedergli come possa produrre utili una fabbrica fortemente in cassa integrazione, visto che nel corso dell’anno gli stabilimenti italiani hanno lavorato al 40% delle loro potenzialità per mancanza di
investimenti su nuovi modelli.
Marchionne ricorda inoltre che l’Italia è al 118° posto su 139 per efficienza del lavoro e al 48° per la competitività del sistema industriale.
A suo avviso, il sistema italiano sta perdendo competitività anno dopo anno e, negli ultimi dieci anni, l’Italia non ha saputo reggere il passo con gli altri Paesi.
La colpa non è dei lavoratori, ma del sistema:
«Leggo il giornale tutti i giorni alle sei: c’è una varietà di orientamenti politici e sociali incredibile, tutti parlano e non si capisce dove va il Paese».
Il giorno dopo, le sue dichiarazioni saranno commentate dai vari esponenti politici.
La levata di scudi di fronte alla difesa dell’italianità della Fiat e il ricordo degli aiuti di Stato all’azienda, caratterizzeranno le repliche di quella che sarà una difesa bipartisan dei valori nazionali.
Ben pochi invece muoveranno critiche a quelle che Marchionne indica come condizioni basilari per il cambiamento: il manager dice chiaramente che per aumentare gli stipendi e ridare competitività al Paese, occorre che tutti si impegnino a garantire la produttività degli stabilimenti senza nessuna interruzione.
«È un obbligo per la Fiat colmare il divario degli stipendi degli operai» ma, per fare questo, sottolinea, «non è possibile avere tre persone che bloccano un intero stabilimento come è successo a Melfi, dove abbiamo avuto un esempio di anarchia, non di democrazia.
Con questo sistema non si possono gestire aziende così grandi».
Aggiunge poi che solo il 12% degli operai del gruppo Fiat è iscritto alla Fiom-Cgil, che quindi non rappresenta la maggioranza.
«Meno della metà dei nostri dipendenti è iscritto a una sigla sindacale».
Quello che i media hanno fatto passare come un discorso anti-Italia, è stato invece la libera espressione di un pensiero anti-sindacale privo di contraddittorio.
Marchionne fa capire che gli investimenti di Fabbrica Italia possono partire, ma alle sue condizioni.
E ricorda che «i nostri 6.100 dipendenti in Polonia, producono oggi le stesse auto che si producono in tutti gli stabilimenti italiani».
La delocalizzazione non è solo una realtà, è una minaccia.
Con Marchionne abbiamo assistito a uno spostamento delle critiche mosse al sistema Italia.
Negli ultimi anni, oppressione fiscale e asfissiante burocrazia ne sono stati i perni fondanti.
Basi su cui Berlusconi e la Lega nord hanno costruito i loro consensi.
Ora, con la crisi globale come sfondo, sotto accusa è un ‘sistema Italia’ che tutela e tollera ancora troppi diritti, tra cui il diritto di sciopero.
Passiamo ora a confrontare la situazione politica, concentrando l’attenzione nell’area della sinistra.
Queste le parole di Enrico Berlinguer datate 26 settembre 1980, quando il segretario del Pci visita le fabbriche Fiat impegnate nella lotta contro i licenziamenti: «Nell’eventualità che trovandosi di fronte a un ritardo nella soluzione della vertenza, a una intransigenza che rimanga da parte dei dirigenti della Fiat, si debba giungere a forme di occupazione… Ripeto che queste forme di lotta, come del resto è avvenuto nelle settimane passate, come avviene credo quasi ogni giorno, dovranno essere discusse e decise dai lavoratori stessi nelle loro assemblee.
Se si giungerà a questo, è evidente che ci dovrà essere un grande movimento in tutto il Paese per sostenere i lavoratori che saranno impegnati in queste più acute, più stringenti, e anche più pesanti forme di lotta.
E in questo senso, potete esserne certi, vi sarà l’impegno politico, organizzativo e anche di idee e di esperienza del partito comunista» .
Oggi Bersani, segretario del Pd, il giorno dopo la manifestazione della Fiom del 16 ottobre, non nasconde che tra gli esponenti del suo partito siano emerse divisioni sulla partecipazione alla stessa manifestazione (il Pd non ha infatti aderito).
A suo avviso, il compito del Pd deve essere quello di lanciare un nuovo ‘patto sociale’ per affrontare l’emergenza lavoro.
E per questo si batte per “l’Unità di Cgil, Cisl e Uil”.
Compito di un partito di governo momentaneamente all’opposizione, non è scegliere con quale sindacato stare, ma lavorare per il patto sociale che propone.
E di fronte alla domanda:
«Anche lei definirebbe Marchionne un dittatore?»,
Bersani risponde:
«No, semmai è diventato un po’ americano.
Ma il problema è che non ha avuto un governo e un ministro.
Nessuna interlocuzione, non hanno fatto niente.
In questo contesto Marchionne fa un po’ il battitore libero».
Vale la pena rileggere anche le parole di Pietro Ichino, giuslavorista, senatore del Pd, pronunciate in un’intervista a Repubblica il 12 agosto scorso.
Alla domanda se è possibile che in una democrazia occidentale, la Fiat chieda ai sindacati la certezza che il ciclo produttivo si possa svolgere senza interruzioni, il senatore risponde:
«Certo che sì: proprio a questo serve la clausola di tregua sindacale, che in quasi tutti gli altri Paesi occidentali vincola non soltanto il sindacato stipulante, ma anche i lavoratori cui il contratto si applica.
Se in Italia questa regola non vale, non è perché lo stabilisca la legge, ma perché nella nostra cultura giuslavorista prevale ancora un’idea vecchia.
Molti giuslavoristi, comunque, non la condividono più». Il giornalista chiede quale idea e lui risponde: «Quella secondo cui il contratto collettivo non può disporre del diritto del singolo lavoratore di aderire in qualsiasi momento a qualsiasi sciopero, anche se proclamato da un minisindacato.
È l’idea della ‘conflittualità permanente’, i cui fasti si sono celebrati negli anni ’70, e che oggi in Italia è praticata ancora soltanto nel settore dei trasporti e in quello
metalmeccanico.
Dobbiamo chiederci se ci conviene continuare a difendere questa peculiarità del sistema italiano di relazioni industriali. La sfida di Marchionne ha il merito di farci toccare con mano quanto questa idea possa essere costosa per gli stessi lavoratori» .
Impossibile non notare la convergenza di vedute tra il Pd e Marchionne, sia essa totale come dichiarata da Ichino, o solo espressiva come quella di Bersani, con il comune richiamo al ‘patto sociale’.
Anche il Pci nel 1980 era in una fase in cui si proponeva come partito governativo, ma non per questo si sottraeva al proprio ruolo di difesa dei lavoratori.
Quali sono le conseguenze più evidenti di questo cambiamento?
Per rispondere alla domanda, è sufficiente chiedere a chi ha trent’anni, anno più o anno meno, quali siano le sue condizioni lavorative: dalla tipologia dei contratti, al livello del salario, a ciò che rimane della rappresentanza sindacale.
Dalle loro testimonianze è facile comprendere che cosa ha provocato la marcia dei 40.000.
E sempre dalle loro testimonianze, appare evidente come la sinistra li abbia lasciati soli.
Claudio Vainieri
http://www.rivistapaginauno.it/Marcia-dei-40000-Marchionne.php
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