STORIA DEGLI INTRICATI RAPPORTI ANGLO LIBICI

Pubblicato il da paetomm@gmail.com

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Non sono pochi, nel Regno Unito, a chiedersi quale direzione prenderanno i rapporti tra il governo inglese e la Libia del dopo Rais.


Perché con la morte del Colonnello il paese si libera sì di un feroce dittatore, ma perde anche un leader-factotum che per quarant’anni ha imposto il proprio controllo su ogni aspetto della vita nazionale. L’eredità che la Libia si appresta a raccogliere è dunque quella di un vuoto istituzionale che potrà essere colmato solo attraverso un difficile e incerto cammino di ricostruzione.

Non siamo però in questo caso di fronte a una nazione come tutte le altre, e la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ne è la prova lampante. Da quando verso la fine degli anni 50 furono scoperti i primi giacimenti petroliferi, Tripoli è diventata uno dei principali ’rubinetti energetici’ d’Europa – rifornendo tra gli altri Francia, Germania, Spagna e soprattutto l’Italia di greggio e gas naturale. Acquirente lo scorso anno del 28% del petrolio libico destinato alle esportazioni, il nostro paese è stato, almeno fino allo scoppio della guerra, anche il primo interlocutore occidentale del Colonnello.

Lo stesso non può certo dirsi per la Gran Bretagna, che importa solo il 4% del greggio e le cui relazioni con la Libia sono state quasi sempre burrascose, spesso violente e decisamente romanzesche - fra terrorismo, traffici clandestini di armi ed esplosivo, la triste vicenda di Yvonne Fletcher e quella del prigioniero eccellente liberato in cambio di un contratto milionario.

Per seguire il filo degli intricati rapporti anglo-libici occorre tornare indietro di almeno quattro decadi - esattamente al 1969, anno in cui un giovane Colonnello dell’esercito di nome Mu’ammar Gheddafi prese il controllo del paese in seguito ad un colpo di stato. Il suo grande sogno era quello di far rifiorire la Libia, liberandola da ogni odiosa traccia lasciata dall’esperienza coloniale e post coloniale. Il debole governo del deposto sovrano Idris Senussi aveva infatti consegnato la Libia affrancata dal dominio italiano nelle mani di Gran Bretagna e Stati Uniti, che ne fecero un protettorato de facto in cui insediare le proprie basi militari per il controllo del Mediterraneo. Di lì a poco, con la firma della legge petrolifera del 1955, le potenze straniere si assicurarono anche la possibilità di sfruttare i pozzi di greggio appena scoperti, elargendo a una Libia immiserita nemmeno la metà dei guadagni.

La salita al potere del Colonnello Gheddafi vide questi equilibri di potere capovolgersi. Il suo impegno anti-colonialista ebbe come immediata conseguenza lo smantellamento delle basi militari, l’espulsione delle milizie anglo-americane e un sostanziale ridimensionamento della presenza straniera negli interessi commerciali nazionali. Ma non solo. Rompendo una tradizione di sovrani postcoloniali compiacenti con gli ex governi occidentali di occupazione, il Rais, forte della nuova ricchezza prodotta dalle rendite dei giacimenti nazionalizzati, cominciò a sostenere apertamente e a finanziare una serie di movimenti anti-imperialisti e di liberazione. Di questi faceva parte anche la Provisional IRA (Irish Republican Army) – il gruppo paramilitare irlandese che dagli anni ’70 e fino all’Accordo del Venerdì santo del 1998 portò avanti una lotta armata che mirava a ottenere il riconoscimento dei diritti della popolazione cattolica dell’Ulster e in ultima istanza l’indipendenza da Londra.

Dotata inizialmente di un piccolo e inefficiente arsenale composto in prevalenza da armi risalenti alla seconda guerra mondiale, l’IRA si trasformò grazie al sostegno del Rais in un gruppo paramilitare organizzato e implacabile, capace di mettere in crisi la sicurezza nazionale britannica e di far pendere l’ago della bilancia in favore, seppur parziale, dei nazionalisti.

Fin dai primi anni ’70 si assistette all’intensificazione della capacità offensiva del gruppo paramilitare grazie alle donazioni libiche di denaro, armi e munizioni. L’escalation di violenza che ne seguì spinse l’allora Primo Ministro laburista Harold Wilson ad avviare una trattativa segreta che chiedeva al governo libico di interrompere il rifornimento di armi all’IRA in cambio di 14 milioni di sterline.
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Il fallimento dei negoziati, l’intransigenza del nuovo Primo Ministro Margaret Tatcher - arrivata a Downing Street nel 1979 - e le sempre più esplicite dichiarazioni anti britanniche del Colonnello, portarono tuttavia a un progressivo deterioramento dai già difficili rapporti fra i due paesi.
I contrasti raggiunsero un tragico climax nei sanguinosi eventi che, nella seconda metà degli anni ’80, posero fine a qualunque speranza di riavvicinamento fra Libia e Gran Bretagna per almeno una decade.

Ad aprire la sequela di violenze fu l’assassinio della poliziotta venticinquenne Yvonne Fletcher, nel 1984.

Un drappello di dissidenti si era riunito sotto l’ambasciata libica a Londra per protestare contro l’esecuzione pubblica di due studenti, rei di aver criticato il regime del Rais, quando dalla finestre del palazzo partì una raffica di colpi che investì la folla sottostante, causando dieci feriti e la morte della Fletcher. Dopo giorni di forti tensioni e intense trattative, un accordo venne raggiunto per lasciare liberi i membri dello staff libico, che poterono rientrare nel loro paese senza ripercussioni. Ciò permise ai funzionari dell’ambasciata inglese in Libia, assediata dal giorno della sparatoria, di uscire incolumi dalla vicenda, ma Yvonne Fletcher non ebbe mai giustizia.

Due anni dopo Margaret Tatcher diede l’ok al decollo da una base britannica degli aerei USA che avrebbero bombardato Tripoli, provocando un’ottantina di vittime, tra cui la figliastra dello stesso Gheddafi.

La vendetta del Rais non tardò ad arrivare, sotto forma di tre navi cargo destinate all’IRA, due delle quali giunsero sulle coste dell’Irlanda cariche di un vero e proprio arsenale militare. Nei container erano nascosti anche grandi quantità del tristemente famoso Semtex - un micidiale esplosivo al plastico che da allora è stato presente in ogni dispositivo fatto esplodere dai paramilitari. Gli enormi rifornimenti ricevuti resero l’IRA una minaccia tale da spingere il governo inglese a fare un passo indietro – fu infatti proprio in quegli anni che, all’insaputa della Lady di ferro, l’intelligence britannica cominciò a gettare le basi del processo di pace con i nazionalisti irlandesi.

Trascorsi altri 24 mesi, furono questa volta i cieli della Scozia a fare da sfondo a una nuova tragedia. L’Aereo PanAm 103 esplose in volo in seguito alla detonazione di un ordigno nascosto nel vano bagagli e si schiantò sulla cittadina di Lockerbie, provocando la morte delle 259 persone a bordo, quasi tutte di origine statunitense e di altre undici a terra, investite dai rottami.

Dopo tre anni d’indagini venne individuato come responsabile della strage Abdel Basset al Megrahi, al tempo ufficiale dell’intelligence libica e capo della sicurezza per Libyan Airways. La consegna del terrorista nel 2001 alla giustizia scozzese, ordinata da Gheddafi solo in seguito a un pesante embargo imposto dalle Nazioni Unite, rappresentò un passo fondamentale verso il riallacciamento dei rapporti tra Londra e Tripoli.

Ed è proprio questa vicenda a riportarci al presente. Nel 2009 il segretario della giustizia scozzese Kenny MacAskill ha firmato, per l’indignazione di molti, il rilascio di Megrahi perché malato terminale di cancro, come affermato da una perizia medica che gli attribuiva al massimo tre mesi di vita. Una diagnosi che si è però rivelata inesatta, tanto che l’ex ufficiale, tornato in Libia da eroe, è tutt’oggi in vita.

Harold-Wilson.jpgPochi mesi dopo il rilascio numerosi giornalisti e critici in Gran Bretagna e negli Stati Uniti hanno però cominciato a mettere in dubbio l’integrità della decisione presa dal governo scozzese e a lasciar emergere il sospetto che la liberazione di Megrahi fosse dipesa dalle pressioni di Londra, impegnata a sbloccare un patto commerciale con la Libia firmato due anni prima dalla British Petroleum ed entrato in una lunga fase di stallo.

Il colosso petrolifero britannico aveva infatti ottenuto, in seguito a un investimento di 900 milioni di dollari, la possibilità di avviare la ricerca di nuovi giacimenti nel Mediterraneo, ma la ratifica dell’accordo rimase pendente per mesi, e venne firmata solo quando la macchina di Westminster si mise in moto per liberare Megrahi e spianare così i rapporti con il dittatore.

Da allora i Ministri laburisti coinvolti nella vicenda si sono spesso trovati a dover smentire, in modo più o meno convincente, le mezze ammissioni della British Petroleum ("eravamo coscienti che [il caso Megrahi] poteva avere un impatto negativo sugli interessi commerciali del Regno Unito, inclusa la ratifica del governo libico dell’affare con la BP", ha dichiarato un funzionario), o i cablogrammi di WikiLeaks che testimoniano nero su bianco le commistioni tra Inghilterra, Scozia e Libia, o ancora le dichiarazioni del figlio del Colonnello, secondo cui la scarcerazione sarebbe “sempre stata parte dell’accordo commerciale siglato tra Libia e BP”.

Se rintracciare dove stia la verità è ad oggi un compito tanto arduo da sembrare addirittura impossibile, è invece lampante l’esistenza di un filo diretto che collega tutti gli attori di questa torbida vicenda.

Giochi di potere che s’insinuano senza sforzo anche nella più ampia discussione sulle ragioni dietro l’intervento armato in Libia, un conflitto che ci piace chiamare ’guerra civile’ - all’apparenza senza mezze tinte, in cui si scontrano ribelli e dittatori, buoni e cattivi.

Ma una lettura dualistica in questo caso non aiuta a riflettere, né tanto meno a prendere coscienza di un fatto palese: che la Libia senza Gheddafi non solo sarà più gradita ai ribelli, ma anche agli anglo-americani, finalmente liberi da un partner capriccioso e imprevedibile che hanno a lungo corteggiato, talvolta tradito ma mai veramente conquistato.

fonte: www.lindro.it 

 di: Beatrice Bonzi 

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