LA COMUNICAZIONE DEGLI INCAPPUCCIATI: INTERVISTA A MASSIMO CANEVACCI
Mentre si affilano le armi legislative, per prevenire e reprimere l’azione dei violenti, c’è chi continua a interrogarsi sulla vera natura e provenienza dei ’neri’ che hanno preso la piazza e la scena mediatica della manifestazione degli indignados del 15 ottobre scorso.
Grazie all’aiuto di Massimo Canevacci, per molti anni professore di Antropologia Culturale alla facoltà di Scienze della Comunicazione de La Sapienza, oggi cervello in fuga all’Universidade Federal di Santa Caterina in Brasile, proviamo a leggere con sguardo critico gli slogan lasciati sui muri di Roma.
Professore, chi ha creato “l’emergenza di ordine pubblico a Roma” (parole del ministro Maroni) ha scritto sui muri di volersi prendere il cielo e il futuro. Dove pescano i loro slogan? Sono anarchici? Comunisti? Esprimono idee nuove?
Inizierei proprio dalla scritta “Inizia l’assalto al cielo”. Fu uno slogan maoista che cercava di affermare la rivoluzione comunista essere non solo determinata dal benessere materiale, ma anche da qualcosa più ampio, che coinvolge la cultura, il desiderio, l’amore e diciamo l’arte in generale. Come è noto il partito era organizzato da rivoluzionari di professione, da comunisti, cioè da un soggetto politico il più distante possibile dall’anarchia vecchia e nuova.
Evidentemente la frase è decontestualizzata e proprio questo per me è il problema: i concetti classici della politica sono svuotati del loro significato storico e diventano graffiti, neanche slogan, forme estetizzate della comunicazione metropolitana.
La ’A’ cerchiata è la chiave di lettura, non tanto anarchica, perché nel pensiero anarchico non esiste violenza contro i compagni di strada, quanto appunto disegna un segno svuotato di elaborazione politica, rappreso in un gesto considerato eversivo. E d’altronde, l’assalto anziché al cielo è diretto a macchine parcheggiate, vetrine indifese, sampietrini sonnacchiosi...

Quindi nessuna ideologia dietro le auto incendiate? Che dice allora di All Cops Are Bastards?
La mia riflessione iniziale diventa evidente nell’immagine, dove l’allineamento bruciato di tre macchine popolari, come un’esecuzione implacabile, ha come codice di sfondo Achab, cioè uno dei massimi capolavori della letteratura (’Moby Dick’) incarnata in un soggetto che ha una ossessione: uccidere la balena bianca.
Da grande metafora polisemica, Achab è finito per diventare a Roma un locale alternativo a Testaccio e ieri una password identificativa di soggetti auto-denominati eversivi. Ma in realtà la loro è una ossessione compulsiva, patogena, che convive con una schizzata normalità distruttiva. Per questo i cadaveri delle automobili sono il loro specchio riflesso: nero, affumicato, mortifero come il loro stile di vestiario metro-chic.

Scrivono “Il futuro ce lo prendiamo da sol*”. La loro fame di futuro ha niente a che vedere con quella del movimento degli indignados?
La scritta sul futuro con il puntino della “i” (mancante) a forma della stella a cinque punte - ben inscritta al centro di un muro schiarito e ripulito, formando una specie di quadro semiotico - dichiara la verità: il loro futuro se lo stanno prendendo da soli, proprio in una assoluta solitudine, senza contatti significativi con quello che è il movimento degli indignati che, come si sa, è nato in Spagna ed è sempre avanzato senza violenza ma con intelligenza. Insomma qui c’è la loro verità vera: stanno da soli, senza dialoghi con altri, rifiutando anzi disprezzando i diversi. Il futuro lo prenderanno secondo le loro responsabilità che per me sono politico-culturali, ma che deve essere chiaro che saranno anche giudiziarie oltre che di cronaca per qualche giorno.
Però professore, la loro azione distruttiva ha avuto ragione, considerato che i media hanno parlato solo di questo?
In questo senso, per rispondere a questa domanda finale, loro stanno nel famoso paradigma di Andy Warhol: a tutti è concesso di essere famosi per 5 minuti nell’epoca del mass media. E loro stanno in questa epoca, che non è l’attuale caratterizzata dalla comunicazione digitale, cioè qualcosa di profondamente altro e differente, politicamente orizzontale e condiviso, connesso, mentre questa fama (e fame) di cronaca nerissima dura solo il tempo del giornale e di qualche articolo di fondo da leggere in 5 minuti, poi diventa ben altro.
Il loro essere sconosciuti, annerati, si rivela condizione di un piacere oscuro da parte di questi ’piskelli’ senza gioventù, di un’altrettanta sorda voglia di rabbia e persino di vendetta da parte di chi è costretto a indignarsi più per loro che per i giochi finanziari, fino alla ricercata persecuzione poliziesca.
Così la loro fantasia di essere eroicamente perseguitati come gli anarchici di ’Addio a Lugano’ (popolare canzone anarchica, ndr) rimarrà per qualche tempo nelle loro memorie.
Se stessero con gli indignati, scoprirebbero una cosa semplicissima: che la politica attuale è comunicazionale nel senso che è auto-prodotta e auto-rappresentata nelle connessioni digitali e non nel rompere qualche vetrina e tirare sampietrini. Non sono giovani greci né egiziani o siriani: sono irrimediabilmente provinciali.
Nel ringraziare Massimo Canevacci per la sua analisi, viene da pensare che sia un vero peccato che abbiano tagliato la sua cattedra a La Sapienza e che nessuno di questi ragazzi incappucciati rischi di passare un giorno della sue lezioni.
fonte: http://www.lindro.it/
di Nicoletta Fascetti Leon
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