CHI E' CONTRARIO AGLI EUROBONDS?
Il passo che manca all'Unione
MARTA DASSÙ
da La stampa.it
Diciamo la verità. Risolvere la crisi greca doveva essere abbastanza semplice: si tratta, dopo tutto, del 3% del Pil dell’area euro.
E’ diventato un compito titanico non per ragioni economiche ma per ragioni politiche.
La coppia Merkel-Sarkozy (una coppia asimmetrica, in cui è la Cancelliera a contare) continua a far finta di governare l’Europa.
Ma la realtà è che, attorno alle sorti di Atene, si sono scontrate due visioni diverse: quella della Germania di Angela Merkel, che per ragioni di politica interna ha bisogno di dimostrare che il contribuente tedesco non pagherà il conto delle cicale mediterranee; e quella di chi vede nella crisi greca lo stimolo necessario per completare l’Unione monetaria imperfetta con un’Unione fiscale.
La Francia con qualche esitazione e in modo più netto l’Italia hanno questa seconda posizione.
Da due visioni diverse può nascere un compromesso, più che una soluzione convincente.
Se il Consiglio europeo straordinario di ieri avesse considerato la proposta di emettere «Eurobonds», la soluzione convincente ci sarebbe stata.
L’emissione congiunta di titoli europei, infatti, significherebbe che tutti i governi dell’area dell’euro diventano garanti del debito di ciascuno - rendendolo, così, sostenibile.
Questo passo deciso verso un’Unione fiscale non è stato compiuto.
Il Consiglio europeo ha fatto dei passi a metà: ha in parte coinvolto i privati, come voleva Berlino; ha in parte rafforzato e reso più flessibili le funzioni del nuovo strumento di stabilità finanziaria (Efsf), che potrà acquistare titoli greci (svalutati, si può prevedere) sul mercato secondario. Troppo poco? Per ora, i famosi mercati hanno deciso di crederci.
La decisione della Bce di continuare comunque ad accettare titoli greci come collaterali ha agito da calmante.
Una ristrutturazione del debito greco è nelle carte: si prevede forse un default selettivo.
Ma il doppio spettro della vigilia - il tracollo della Grecia, seguito dal contagio verso Spagna e Italia - è stato allontanato.
Basterà?
Quando la crisi economica di un Paese come la Grecia può portare l’euro sull’orlo dell’abisso, è chiaro che la costruzione europea non funziona.
E in effetti, come sostenevano dall’inizio le voci critiche, un’unione monetaria priva di coordinamento fiscale e senza una politica di bilancio comune non può funzionare.
O meglio: funziona fino a quando non viene messa alla prova.
Quando è stata messa alla prova, da un paio d’anni a questa parte, si è scoperto che non esisteva - né alla periferia dell’euro né nel suo cuore tedesco - solidarietà politica sufficiente.
Guardiamo prima alla periferia.
E’ vero che George Papandreou ha fatto il possibile, nei mesi scorsi, per mettere in piedi un programma economico credibile.
Ma resta che la Grecia aveva truccato i suoi conti per entrare nell’euro; e resta che i suoi cittadini sembrano non avere ancora capito la posta in gioco.
Di fatto, fare parte dell’euro significa perdere sovranità sulle decisioni di politica economica in modo molto più rilevante di quanto non si pensasse.
Le classi politiche dei Paesi deboli dell’area euro usano il vincolo esterno per attuare (in ritardo) programmi di aggiustamento economico in ogni caso necessari.
Ma l’austerità «nel nome dell’Europa» ha bisogno, per essere credibile e accettata all’interno, che l’Ue, come sistema di garanzia collettiva, esista davvero.
Dilemmi diversi - ma sempre relativi al rapporto fra economia e politica dell’euro - valgono per il Paese di centro, la Germania.
Da alcuni anni a questa parte i cittadini tedeschi hanno cominciato a vedere nell’Europa un onere piuttosto che un vantaggio.
Indicativo un sondaggio pubblicato nel gennaio scorso dall’Allensbach Institute: più del 70% degli intervistati non vede il futuro della Germania in Europa ma lo vede nel mondo.
C’è chi dice che i tedeschi siano diventati euro-scettici.
Probabilmente, sono diventati post-europei.
Questo corrisponde, del resto, a uno spostamento sensibile delle proprie ragioni di scambio verso i Paesi emergenti, Cina e Russia anzitutto.
La vecchia Europa conta ancora molto, nell’export tedesco; conta però meno di prima.
E conterà ancora meno in futuro. Insomma, ragioni nuove si sommano all’antico problema: una cultura della stabilità molto lontana da quella mediterranea e ostile - per definizione e Costituzione - ai salvataggi.
Tutto questo non elimina il noto argomento: la Germania, a cominciare dalle sue banche, avrebbe parecchio da perdere dall’affondamento dell’euro.
Si può aggiungere un secondo argomento, in forma di domanda: la Germania avrebbe esportato così tanto nel mondo se invece di un euro debole avesse avuto in mano un marco forte?
La risposta è no, chiaramente.
Ma è una risposta che Angela Merkel sembra far fatica a spiegare.
Esposta alla prima crisi dell’euro, la leadership tedesca stenta a dimostrarsi una leadership.
Eppure la Germania sarebbe nelle condizioni di tentare un new deal per l’Europa: una maggiore solidarietà da parte del Paese più forte in cambio di una maggiore serietà da parte di quelli più deboli.
Una Germania ancora europea in un’Europa più tedesca.
Berlino non può pretendere di ottenere la seconda parte dell’equazione senza essere credibile sulla prima.
Il messaggio della Bce, depurato dalle tecnicalità, è stato questo nelle ultime settimane.
Risolvere la crisi greca non è affatto una missione impossibile; se solo esistesse la volontà politica.
O la capacità politica, merce rara nell’Europa di oggi, di affrontare il cuore del problema: l’Unione monetaria si spaccherà senza un coordinamento fiscale.
Il Consiglio europeo di ieri ha fatto un mezzo passo.
Ci vorrà un passo più deciso.
Quando perfino il cancelliere dello Scacchiere inglese George Osborne consiglia ai governi dell’euro di andare verso un’unione più stretta, vuol dire che il rimedio è evidente.
Anche ai Paesi che ne resteranno al di fuori, come appunto la Gran Bretagna.
Che oggi guarda senza imbarazzi a un’Europa a due velocità.
E che ormai teme una cosa sola: non il successo ma il fallimento di una moneta che non avrebbe mai voluto.
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