ELEZIONI IN RUSSIA: NONOSTANTE I FISCHI, VINCERA' PUTIN
Giornata di misurato interesse di cronaca e d’insolita prospettiva storica. Più che di svolta dovremmo parlare di giravolta, poiché la parabola russa, dopo la fine dell’Urss, sembra aver esaurito il carburante della fase evolutiva.
Incapace di spiccare un balzo in avanti, la Russia sembra destinata a tornare in fretta sui propri passi. La prova generale della «demokratura» si svolge oggi, con le elezioni politiche, in vista del voto di marzo 2012 che infatti dovrà riportare Vladimir Putin dalla carica provvisoria di primo ministro alla sua terza presidenza della Federazione russa.
La Costituzione prevede la possibilità del mandato di replica. Putin, sostenuto da un fortissimo consenso popolare, ne ha già fruito dal 2004 al 2008 e, come ha lasciato intendere, cercherà di fruirne ancora dal 2012 in poi; non è quindi da escludere che al terzo potrà seguire un quarto mandato e che la durata del suo potere al Cremlino, con qualche ritocco legislativo, possa prolungarsi fino al 2024.
Insomma, presidente a vita, avviato a una longevità politica che ricorda solo quella di Stalin? Putin, ovviamente, in questi ultimi giorni di tensione e di contatto incrinato con un pubblico scontroso, che teneva a disturbare la festa per le rielezioni alla Duma lanciandogli qualche fischio, si è guardato bene dal nominare Stalin o alludere alla durata della tirannia staliniana sui sudditi sovietici.
Ha preferito darsi un’appetibile giustificazione democratica citando, nelle interviste e nei comizi, il caso di Franklin Roosevelt eletto per quattro volte presidente degli Stati Uniti. L’America fa sempre comodo ai politici provenienti da sinistra, perché offre sempre sul piatto due modelli antitetici, uno positivo e l’altro negativo, che si possono usare alternativamente a seconda delle necessità.
Quando un uomo come Putin, formatosi alla scuola della sinistra totalitaria, vuol emendarsi e rifarsi una plastica rispettabile, ama appellarsi alle scaltrezze oneste di personaggi di stampo rooseveltiano, al rigore matematico delle istituzioni americane, ai cerimoniali del Congresso, ai contatti periodici e dialoganti della Casa Bianca con i rappresentanti della stampa e delle radiotelevisioni; quando invece lo stesso uomo gonfia i muscoli, mettendosi, anche metaforicamente, a mezzo busto nudo in posa marziale, allora l’America diventa espansionistica, missilistica, guerrafondaia, bancarottiera per calcolo o disfattismo globalizzato.
Fin qui abbiamo cercato di delineare, di scorcio, il profilo di quella strana
creatura postcomunista, parademocratica, istituzionalizzata, ormai storica, che è stata ben centrata dallo scrittore croato Matvejevic con un termine di connubio fra democrazia e dittatura, definito «demokratura».
Uno Stato di diritto in cui compaiono tutte le regole, le forme, gli istituti, i contrappesi, i partiti, le competizioni di una democrazia realizzata. Ma si tratta d’una specie di illusione ottica.
Quel che resta in sostanza, sotto un facsimile di bella apparenza liberaldemocratica, è la cartilagine di uno Stato privo d’ossatura, sottilmente poliziesco, non più terroristico, dove l’unico diritto che conta o l’unica regola che incide è quella di accordi informali ma diretti fra individui o gruppi del potere politico o economico.
Stranamente, non si è verificata alcuna sollevazione critica degna di nota nell’opinione pubblica, la quale ha accettato supinamente il fatto compiuto, il baratto di poltrone, come un processo fisiologico inerente ai meccanismi informali e viscidi della «nomenklatura».
L’unico ad alzare la voce su Internet è stato il blogger dissacrante Aleksej Navalnyj, che ha definito Russia Unita «partito di ladri e di corrotti».
La prova generale si giocherà nelle urne odierne proprio intorno alla tenuta di Russia Unita, che finora ha dominato i due terzi della Duma, di cui Putin è l’ideatore e lo sponsor, mentre Medvedev ne diverrà il leader
ufficiale dopo le elezioni. Qui i sondaggi prevedono un calo sensibile di numeri, ma non tale da far indietreggiare Putin dal grande traguardo di marzo. La sua credibilità d’acciaio si è in parte erosa, ma il carisma e la fiducia tengono ancora.
Egli è pur sempre l’uomo che ha vinto la guerra di Cecenia, che ha affrontato con durezza i terroristi, protetto la libertà personale dei russi, che con il petrolio ha ridato alla Russia ricchezza e un nuovo simbolo di potenza e prestigio nel mondo.
Il tasso notevole di libertà individuale, in una grande «demokratura» come la Russia, si paga a un prezzo che i russi si portano almeno da due o tre secoli dentro il sangue: alla larga dalla politica.
L’assassinio della Politkovskaja, l’imprigionamento infinito di Khodorkovskij, l’espulsione dalla politica del miliardario Prokorov, il siluramento del potente sindaco di Mosca Yurij Luzhkov, insidiosa mina vagante in vista delle prossime presidenziali, sembrano confermare una regola atavica.
Non saranno due vecchi e sdentati dinosauri del postsovietismo come il veterocomunista Zjuganov e l’ultranazionalista Zhirinovskij, falsi oppositori, che tra oggi e domani prenderanno forse qualche seggio in più, non saranno certo loro a intralciare la marcia di Putin attraverso un deserto ormai senza ostacoli e miraggi verso un potere più assoluto di prima.
A marzo la vicenda continua ma non finisce: semplicemente, paga di se stessa, ritorna su se stessa.
fonte: http://www3.lastampa.it
di Enzo Bettiza