INDIA - "DONNE INVISIBILI" - (paola)
L’India è un paese di grandi contrasti e contraddizioni e vivervi, per una donna, non è cosa facile. In una società dove la religione gode ancora di grande autorità e le sue scritture ed i suoi insegnamenti sono seguiti oggi come migliaia di anni fa, essere donna e madre, può rivelarsi l'incubo più aberrante e proprio in nome della religione e della tradizione vengono frequentemente compiuti crimini atroci.
Trattandosi di una società patriarcale, le vessazioni più pesanti colpiscono naturalmente le donne, sin da quando sono bambine e prima ancora col fenomeno dell'aborto selettivo.
Il cibo migliore, le cure mediche, lo svago, il riposo, sono destinati ai maschi. Il maschio è l’assicurazione per il futuro: sposato rimarrà in famiglia portando anche l’aiuto della moglie che si prenderà cura dei suoceri.
La ragazza pertanto è un peso: ci si deve procurare anche la dote per farla sposare, per mandarla via, non importa se ha 9 anni, tante famiglie si riducono sul lastrico per le spese della dote e del matrimonio.
Una volta sposata la donna va ad abitare dai suoceri e lì può trovare l’inferno, è l’ultima arrivata!
Se il marito ha altri fratelli ci saranno già altre cognate e a lei spetteranno i compiti più gravosi, pulire e cucinare per tutti; sarà soggetta a torture psicologiche e materiali.
La cosa che più sgomenta in questi casi, è la mancanza di solidarietà femminile: predomina il senso di rivalsa sull'ultima arrivata, che dovrà scontare quello che hanno subito le altre.
Ma,un tormento ancora più terribile è rimanere vedova.
Secondo i testi sacri Hindu la donna non ha alcun valore senza un uomo accanto, che sia padre, fratello o marito, e quando resta vedova è la fine anche per lei.
Nelle famiglie hindu più conservatrici e superstiziose la vedova viene considerata portatrice di sfortuna, se non la “causa occulta” della morte del marito.
Le viene tolta ogni proprietà e diritto. Deve vivere in povertà e isolamento, dedicando la vita che le resta alla memoria del defunto sposo. Non potrà più risposarsi.
Le tagliano i capelli, le tolgono ogni simbolo di donna maritata, il mangalsutra (cordone della felicità), la collana di perline nere che corrisponde alla nostra fede nuziale, il bindi, piccolo tondino rosso sulla fronte, il sindur (la striscia rossa tra i capelli) i cerchietti di vetro che porta ai polsi e gli anelli alle dita dei piedi.
Deve vestire solo un semplice sari bianco, il colore del lutto.
Considerata ormai solo un peso, viene anche allontanata dai suoi stessi figli e molte di loro sono costrette ad elemosinare per strada.
La maggior concentrazione di vedove (in India si stimano complessivamente 40 milioni di vedove), si ha nella città sacra di Vrindavan. Qui dimostrano il loro amore per Krishna, il Dio nato in questa piccola cittadina, cantando incessantemente canti sacri. In cambio ricevono una ciotola di riso e legumi, e qualche rupia.
Le spose bambine, lasciate presto vedove da mariti anziani, si sono tutte sposate prima dei 15 anni.
La maggior parte, soprattutto le più giovani, diventano vittime di violenze sessuali perpetrate spesso da chi le ospita con intenzioni lucrose: raccolta di donazioni, riciclo di denaro nero, traffico di queste povere creature a fine di prostituzione.
La vita di queste donne è dura, più di quanto in occidente si possa immaginare. Incuria, malnutrizione, sporcizia, malattie regnano nei locali che le ospitano. L'ashram più grande arriva ad ospitarne 2000, tutte insieme!
Ma le più disgraziate rimangono per strada, alla carità dei passanti e dei pellegrini, rannicchiate sui marciapiedi, davanti ai circa 4000 templi di questa cittadina santa.
Le vedove sono vittime di un assurdo ritardo storico che consegna la loro vita di donne senza marito all'emarginazione per non pesare sulla vita sociale nazionale che non è in grado di sostenerle e avendogli il destino già negata la vita familiare.
La religione è una ideologia che copre la verità , ogni obbligo religioso è in realtà funzionale ai bisogni economici di un continente sovrapopolato e poverissimo.
Deepa Mehta, regista indiana/canadese, ha girato una trilogia dedicata alle donne della sua terra: Fire - Earth e Water, quest'ultimo narra la storia di Chuya, una ragazzina di appena otto anni, che ritrovatasi vedova di un marito che nemmeno conosce, viene allontanata dalla sua famiglia e trasferita in un ashram.
La regista ha cominciato a girare a Varanasi (Benares)
"Il primo giorno di lavorazione non ho fatto in tempo a dire "azione"- ricorda- che una folla inferocita, di gente organizzata probabilmente dalle RSS, una fazione di fondamentalisti indù legata alla destra del BIP, si è precipitata giù dai ghat verso il fiume urlando "Morte a Deepa Metha, morte agli attori", buttando in acqua tutto quello che poteva e dando fuoco al resto. Sono tornata a Delhi, al ministero, chiedendo come fosse potuto succedere. Mi hanno risposto che il film era antindù, e quindi ..Mi hanno proposto di mandare l'esercito a proteggermi e sono venuti coi fucili. Era una situazione terribile e ciononostante quei gruppi continuavano a fare azioni di disturbo. Ho dovuto rinunciare."
Il bellissimo film è stato poi girato a Rawalpur.
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