PUTIN E MEDVEDEV IN PARADISO A DISPETTO DEI SANTI?

Non si preannuncia facile il varo del nuovo “tandem” Putin-Medvedev, che a ruoli invertiti dovrebbero continuare a reggere le sorti della Russia dopo le elezioni presidenziali del marzo prossimo.
La tempesta si è annunciata fin da subito, con le rabbiose, immediate dimissioni del ministro delle finanze Aleksej Kudrin. Il ministro non ha aspettato che qualche ora, dopo l’annuncio pubblico della candidatura di Putin alla presidenza e di Medvedev al premierato, per dire seccamente che lui a lavorare nel governo insieme a Medvedev non ci sarebbe stato. “Troppe divergenze politiche”, spiegava ai giornalisti che lo ascoltavano a Washington in margine a una riunione del G20.
Passava un altro giorno e il ministro, a una riunione del governo trasmessa in tv, si sentiva dire in faccia da Medvedev che “nessuno ha abrogato i doveri di disciplina” e che dunque, se era così in disaccordo con il Cremlino, aveva “una sola scelta, andarsene”.
Kudrin, che è uno dei pochissimi ministri “veri”, con una forte personalità politica, ribatteva a muso duro che prima di dimettersi avrebbe dovuto “consultarsi con Vladimir Putin”, tanto per far capire chi sia secondo lui la vera autorità; e Medvedev di rimando, “consultati con chi vuoi, ma finché sono presidente le decisioni di questo genere le prendo io”.
Uno scambio di asprezza inaudita, davanti alle telecamere; con un solo possibile sbocco, le dimissioni (controfirmate da Putin come vuole la legge) del ministro, presentate al presidente.
Dietro questo furibondo litigio ci sono sicuramente questioni personali (Kudrin e Medvedev non si sono mai amati troppo) e c’è sicuramente l’ambizione frustrata di Kudrin, che avrebbe ambito diventare lui stesso primo ministro con Putin presidente; ma ci sono anche divergenze vere sul piano delle scelte economiche, divergenze che riflettono problemi reali del Paese giganteschi, di certo destinati a restare sul tappeto anche dopo queste dimissioni. Le quali inoltre testimoniano probabilmente anche di una tensione molto forte, solo apparentemente sopita, fra i due leader massimi, Medvedev e Putin: il tono aspro e offensivo usato dal presidente ha a che fare di certo anche con il fastidio per aver dovuto lasciare il passo al suo premier e mentore.
Il nodo maggiore su cui le divergenze si sono manifestate è quello della spesa pubblica e in particolare delle spese militari, che Medvedev ha annunciato di voler seriamente incrementare, sia in termini di commesse all’industria sia per quanto riguarda il trattamento dei militari in servizio e dei pensionati.
Kudrin, che è stato ministro delle finanze fin dal 2000 senza interruzione e che è il massimo rappresentante della linea “conservativa”, è un fautore dell’equilibrio di bilancio e del contenimento della spesa pubblica (non a caso è molto apprezzato negli ambienti liberisti occidentali, anche se non si può realmente definirlo a sua volta un liberista tipico).
Inoltre c’è il tema delicato dell’uso dei fondi di riserva provenienti dalle tasse sull’industria gas-petrolilfera e sugli esportatori di energia, fondi che lo stesso Kudrin ha promosso nei primi anni duemila (quando il prezzo del greggio sembrava in eterna crescita) e che sono stati indispensabili durante la maxicrisi del 2008-2009 per limitare i danni sociali.
Oggi quei fondi si sono molto ridotti, i margini di incremento sono modesti perché i prezzi del greggio sono buoni (per i produttori) ma non stratosferici e, quel ch’è peggio, la nuova ondata di crisi globale mette in vista una netta riduzione dei consumi da parte dei paesi sviluppati e dunque un calo della domanda e dei prezzi.
Mentre Medvedev sta promettendo nuove spese e un forte aumento del welfare, cosa che per Kudrin è inammissibile. Da qui lo scontro.

Ma il fatto è che anche Putin, grande amico e protettore di Kudrin per tutti questi anni, ha condiviso – anzi, esaltato – le promesse di nuove spese sociali e nuovi investimenti; dunque è più che plausibile che anche il prossimo mandato presidenziale, con il ritorno al vertice di Vladimir Vladimirovich, finisca per essere un periodo di grande spesa pubblica – e di aumento delle tasse per le imprese, ipotesi ferocemente avversata da Kudrin ma sollecitata da Putin.
Da qui l’insofferenza dell’(ex) ministro. Il quale tuttavia non sembra intenzionato a lasciare l’arena, anche se è stato costretto a mollare il suo ministero. Putin lo stima troppo per privarsene, e soprattutto Kudrin gode della fiducia piena sia dei grandi investitori russi e stranieri sia dei colleghi a livello internazionale: il suo licenziamento sembra aver gettato nel panico gli ambienti finanziari ben più di quanto essi siano rimasti toccati dall’annuncio del cambio al vertice tra Medvedev e Putin.
Per questo ora si pensa che nel prossimo futuro a Kudrin potrebbe toccare un ruolo forse un po’ più laterale ma pur sempre cruciale nell’economia russa come per esempio quello di presidente della Banca centrale.
Quanto a chi potrebbe sostituire il ministro licenziato, per il momento ci sono due nomine temporanee, quella del “vice” di Kudrin Anton Siluanov, un funzionario da sempre interno al ministero, come facente funzione per gli affari correnti; e quella del vicepremier Igor Shuvalov, uno dei fedelissimi di Putin, come sovrintendente agli affari finanziari.
Per la sostituzione definitiva ci sono solo voci: si parla della ministra della sanità e del welfare Tatyana Golikova e soprattutto del consigliere di Medvedev per gli affari economici, Arkady Dvorkovich, da tempo fautore di cambiamenti profondi nella struttura del governo.
di Astrit Dakli
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